L’IDEOLOGIA DECRESCISTA È IN PIENO SVILUPPO

L’errore fondamentale di malthusiani2.0 e decrescisti consiste, a mio avviso, nell’attribuire al Capitalismo una dimensione naturale e astorica. Lo fanno senza averne minimamente coscienza, e anzi, una volta posti dinanzi a questa obiezione, essi la respingono con la solita sdegnata indignazione d’ordinanza. Eppure è così. Infatti, il loro ragionamento assume come momento centrale di analisi un’economia capitalistica priva di reale sostanza storica e sociale, perché considerata quasi esclusivamente sotto l’aspetto materiale (la merceologia, la tecnologia, le risorse energetiche, l’impatto ambientale, ecc.), mentre ciò che le conferisce una concreta esistenza, una dialettica interna e una direzione rimane ignoto, costretto eternamente nelle tenebre, come la verità nell’hegeliana notte che rende nere tutte le vacche. Alludo naturalmente al rapporto sociale peculiare di questa epoca storica, il rapporto di dominio e di sfruttamento Capitale-Lavoro, il quale vige ormai in tutto il pianeta.

Quei critici ingenui dell’attuale «modello economico» (come se la vera posta in gioco fosse la scelta fra diversi «modelli» di Capitalismo, per me, in ogni caso, da rigettarsi radicalmente in eguale misura) devono quindi necessariamente coltivare le più bizzarre chimere, prestando tra l’altro la loro ideologia antisviluppista a questa o quella fazione borghese che cerca di sfruttare al meglio le opportunità che la crisi economica non manca di creare. Come la finanza non si fa mancare, con rispetto parlando, la «Banca Etica», analogamente la cosiddetta economia reale è interessata a seguire le novità segnalate dall’ideologia decrescista, pronta a intercettare i bisogni in grado di pagare che essa in qualche modo esprime.

A proposito di «Banca Etica», uno dei suoi massimi esponenti ha dichiarato che «il credito deve diventare un diritto umano». La cosa non mi ha affatto indignato, anzi! La dichiarazione viene infatti a confermare l’idea secondo la quale il Diritto presuppone la non esistenza degli «uomini in quanto uomini». Dove esiste il Denaro e il Diritto, ossia l’organizzazione sociale che li rende necessari, l’uomo non ha modo di respirare, semplicemente. Vi prospera invece il «Capitale Umano», una creatura a sempre più alta composizione tecnologica.

 

Prima che incompatibile sul piano ambientale, il Capitalismo – il Capitalismo tout court, non bisognoso di alcuna specificazione modaiola, tipo «finanzcapitalismo», o «liberismo selvaggio» – è incompatibile sul piano umano, perché sempre di nuovo deve negare con assoluta necessità la stessa possibilità di un’esistenza degna di essere chiamata umana. Non si tratta di cattiveria, di un complotto ordito contro gli uomini da chissà quale consorteria demoniaca (gli avidi gnomi della Finanza? la Spectre? o, perché no?, la solita millenaria Loggia Ebraica?), ma delle inevitabili conseguenze di un’economia basata sul profitto, e quindi sullo sfruttamento di tutte le risorse presenti sul pianeta, a iniziare dal «capitale umano», sul cui sfruttamento sempre più scientifico il Capitale edifica la sua base di ultima istanza.

L’inquinamento, la «fame nel mondo», la totale mercificazione dell’esistenza umana  (dal lavoro ai sogni, dal consumo al corpo, dai bisogni ai desideri, dall’acqua che beviamo all’aria che respiriamo) e le altre mille piccole e grandi magagne, a mio avviso assumono una reale consistenza storica e sociale solo se riguardati dal punto di vista appena prospettato. Altrimenti esse suonano come un’elencazione di concetti vuoti, buona magari a sorreggere una discussione politicamente ed eticamente corretta tesa a criminalizzare i teorici della «crescita» e i «liberisti selvaggi», ma non certo a toccare la radice del problema, e quindi a prospettare una reale via d’uscita dalla società disumana, o comunque a riflettervi in modo serio, non ideologico.

Come spesso mi capita di scrivere, il Capitalismo non ha alcun limite fisico, né di carattere tecnologico né di natura ambientale, e anzi riesce a trasformare i problemi che non smette di creare in altrettante sfide da vincere, in occasioni di sviluppo, non solo quantitativo. Uno sviluppo che, manco a dirlo, si consuma interamente sulla pelle dell’umano. Solo la caduta del saggio del profitto gli crea seri problemi, al punto da gettarlo in uno stato di crisi il cui superamento presuppone lacrime, sangue (è l’argomento del giorno) e, non di rado, guerre mondiali. La sua fine non si trova né in qualche pagina ancora inedita di Malthus, la cui «cretineria della progressione aritmetica e geometrica era un’ipotesi puramente chimerica» (Marx), né nelle previsioni apocalittiche di questo o quel Club di Scienziati Sociali amanti del Pianeta.

Alla chimera della decrescita contrappongo l’utopia dell’umanizzazione dell’intera esistenza degli individui associati in una comunità netta di Capitale e di Stato, e quindi del maligno rapporto sociale che vi sta alla base. Utopia per me significa un luogo che ancora non esiste, ma la cui possibilità è profondamente radicata nel presente. La Chimera, ancorché mostruosa, è soprattutto infondata.

 

 

Vedi anche: Decrescita. Ma di cosa?

Chimere riformiste intorno alla crisi.

3 pensieri su “L’IDEOLOGIA DECRESCISTA È IN PIENO SVILUPPO

  1. Pingback: LA SPERANZA BEN FONDATA DEL PUNTO DI VISTA UMANO | Sebastiano Isaia

  2. “…il Capitalismo non ha alcun limite fisico, né di carattere tecnologico né di natura ambientale…”

    Tutto ciò che ha avuto un inizio dovrà avere prima o poi una fine.

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