ELOGIO DELL’UTOPIA. CONTRO ROBERTO SAVIANO

Roberto Saviano ha letto il saggio di Alessandro Orsini su Gramsci e Turati (Rubettino, 2012), ed è rimasto folgorato sulla via del Riformismo. Dico subito che nei confronti di quelli che individua come «comunisti rivoluzionari» (stalinisti, maoisti, castristi, antiamericani, brigatisti, ecc.) lo scrittore di successo ha facile gioco, quando ne denuncia l’abissale inconsistenza politica e teorica. Peccato che questi personaggi d’accatto non abbiano mai avuto nulla a che fare con il comunismo (di Carlo Marx), né con una posizione minimamente critico-radicale. Lungi da me difendere Marx, il quale si difende benissimo da solo; o, men che meno Gramsci, le cui posizioni politiche e dottrinarie (radicate nello stalinismo ascendente e nello storicismo italiano, più che nel «materialismo storico» del bevitore di Treviri) peraltro non ho mai condiviso. Colgo piuttosto questa occasione per esporre il mio punto di vista su questioni di “scottante attualità”: vedi il dibattito sull’uso della violenza politica nella lotta politica. Lo faccio riportando alcuni brani tratti dal mio saggio di filosofia politica L’Angelo Nero sfida il dominio.

Scrive Saviano: «Ma l’odio per i riformisti, – spiega Orsini – è il pilastro della pedagogia dell’intolleranza. Dal momento che i riformisti cercano di migliorare le condizioni di vita dei lavoratori qui e ora, sono percepiti da certi rivoluzionari come alleati dei capitalisti. Questo libro dimostra come, nella cultura rivoluzionaria, il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori sia un bene (come diceva Labriola) perché accresce l’odio contro il sistema e rilancia l’iniziativa rivoluzionaria: è il famigerato tanto peggio tanto meglio. (Elogio dei riformisti, 28 febbraio 2012, La Repubblica.it).

Risponde L’Angelo Nero:

Non si tratta di preferire, «cinicamente», lo stato di eccezione, il quale almeno non permette al dominio di celarsi dietro il velo di Maya della democrazia, dello «Stato di Diritto» (come se lo Stato, qualsiasi forma di Stato, non fosse, «in sé», Diritto e di Diritto!), della legittimità costituzionale, e via di seguito; si tratta piuttosto di rendersi conto di quanto sia cinica la dialettica del processo sociale quando questo si svolge, almeno per l’essenziale, alle spalle degli uomini. Da sempre, il «tanto peggio, tanto meglio!» è qualcosa che arride alla classe dominante o a una delle sue fazioni in lotta contro le altre. Per le classi dei dominati il peggio è ogni giorno che Dio – o chi per Lui – manda in Terra. Per questo quel maligno principio non entra mai nei calcoli del pensiero che cerca di spingere gli uomini verso il migliore dei mondi possibili.

Scrive Saviano: «Gramsci Arrivò persino a tessere l’elogio del “cazzotto in faccia” contro i deputati liberali. I pugni, diceva, dovevano essere un “programma politico” e non un episodio isolato … La violenza, l’insulto e l’intolleranza rappresentano la negazione del socialismo».

Risponde L’Angelo Nero:

Nei confronti degli esaltati ideologi della violenza, concepita come un momento decisivo, dirimente, del processo storico, ho sempre nutrito un forte sospetto, e financo una franca ostilità. Non perché in generale ricusi alla violenza la sua oggettiva funzione in quel processo, e giudico indigente sul piano della teoria e della prassi chi prova a negare questo inconfutabile dato di fatto (che tuttavia va compreso in tutta la sua dolorosa verità, e non accettato acriticamente); piuttosto perché ho sempre visto in chi avverte il bisogno di sfoggiare un atteggiamento aggressivo una debolezza teorica, politica e psicologica di fondo, celata appunto dietro frasi e pose iper rivoluzionarie, ossia pseudorivoluzionarie. È tipico del pensiero debole e superficiale affettare pose muscolose e falsamente radicali. La psicoanalisi, oltre che filosofia, sa di cosa parlo. …

Bisogna dunque diffidare di chi pone costantemente in evidenza la necessità della violenza nella lotta politica, e che mostra di non aver compreso la sua funzione ancillare nei confronti dell’elaborazione teorica e politica cui è chiamato ciò che definisco il Soggetto Storico della Rivoluzione. Chi affetta un approccio apologetico e superficiale con il problema della violenza nello scontro politico, ed esibisce un impaziente desiderio di menar le mani, mostra tutta la sua inconsistenza esistenziale, e probabilmente coltiva una certa indifferenza per coloro che dovranno sperimentare il suo «manganello rivoluzionario». …

Proprio perché rappresenta una questione di grande significato storico, sociale e politico, il tema della violenza merita quindi di venir approcciato in termini critici e problematici, e sottratto alla speculazione “filosofica” dell’intellighenzia radical-chic, intimamente intrisa di idee piccolo-borghesi. La violenza da sempre è stata monopolizzata dalle classi dominanti, e quando si è trattato di versare sangue in nome della patria, della civiltà, della democrazia, della libertà e persino della «Rivoluzione», alle classi dominate, usate come meri strumenti di offesa e di conquista, è stato richiesto il maggior contributo. Questo solo fatto credo basti a giustificare l’atteggiamento critico, serio e vigile che propongo.

Disporre della vita degli altri a cuor leggero, seppure per conto della «causa rivoluzionaria», non solo rinnova la coazione a ripetere del dominio sociale borghese, ma getta un’inquietante ombra sull’intera concezione del mondo dei “rivoluzionari”, i quali in quella guisa mostrano di non essere per niente tali. Solo la classe dominante può permettersi il lusso di sorvolare – ma sempre fino a un certo punto – sulla contabilità dei morti e dei feriti, anche perché il più delle volte essi provengono dalle classi subalterne. Ma il soggetto che ha come obiettivo «supremo» la costruzione della Comunità mana, deve avvertire tutta la pesantezza, la sofferenza e la drammaticità della cosa.

Non si tratta, insomma, di rigettare sul piano della teoria e della prassi la violenza, ma piuttosto di assumerne coscientemente tutta la portata storica, sociale, «esistenziale», così che nel calcolo dell’efficacia rivoluzionaria possa contare anche il problema di come spargere meno dolore possibile. Questa «economia di violenza e di sofferenza» non deve riguardare solo gli appartenenti alle classi dominate, ma anche il nemico di classe, perché l’obiettivo fondamentale da perseguire non è la vendetta nei suoi confronti, né la sua sofferenza (che comunque si dispiegherebbe oggettivamente, soprattutto nel caso in cui la rivoluzione sociale fosse vincente), ma la conquista del potere e la costruzione della nuova società. …

La violenza politica deve vivere dunque nell’oggettività delle cose, e il Soggetto della rivoluzione deve ben guardarsi dal far «calare dall’alto» la sua stringente necessità sulle classi subalterne, trattandole in tal guisa alla stregua di meri strumenti di una lotta mortale della quale esse non possono capire il significato. Bisogna piuttosto trasformare le anonime e informi «masse» in classi sociali coscienti della posta in palio. Più che la violenza, è lo sviluppo della «coscienza di classe» in strati sempre più vasti della classe subalterna che connota il processo rivoluzionario, se è veramente tale e non l’ennesima lotta tra fazioni borghesi. …

Scriveva Lukàcs nel 1919 (Tattica e etica): «Esistono delle situazioni – tragiche situazioni – nelle quali è impossibile agire senza attirare su di sé una colpa». Questo è, a mio giudizio, il modo politicamente serio di affrontare il problema della violenza rivoluzionaria, il quale si fa carico di assumere su di sé tutta la portata politica ed etica che quel problema necessariamente racchiude. La violenza, qualunque natura essa venga ad assumere in una data situazione storica, ruota sempre e ossessivamente nell’orbita del male.

In altre parole, per il punto di vista critico-radicale il problema della violenza non costituisce una questione di principio ma di consapevolezza storica, coscienza cioè che la prassi rivoluzionaria deve necessariamente immergersi nella colpa della violenza. Il Soggetto di quella prassi non solo non oblitera il carattere colpevole – nel ristretto senso qui delineato – della violenza cui esso stesso è costretto a ricorrere, ma ne fa consapevoli tutti i protagonisti dello scontro sociale, affinché ogni atto sia commisurato alla posta in gioco. Come lo psicanalista cerca di desublimare gli istinti repressi e deformati che si agitano nel subconscio e nella stessa prassi del paziente, analogamente il Soggetto rivoluzionario – qualunque significato si voglia attribuire a questo concetto – deve aiutare i protagonisti del processo storico a chiamare con i loro autentici nomi i sentimenti che li spingono a battersi (odio, invidia, rabbia, paura, speranza, desiderio, amore, ecc.), in modo che la responsabilità storica e sociale delle loro azioni possa venire alla luce, giorno dopo giorno, errore dopo errore, eccesso dopo eccesso. Questa è la sola etica della responsabilità che riesco a concepire.

Scrive Saviano: «I riformisti, invece, non credono nella società perfetta, ma in una società migliore che innalzi progressivamente il livello culturale dei lavoratori e migliori le loro condizioni di vita anche attraverso la partecipazione attiva alla gestione della cosa pubblica. I riformisti – spiegava Turati – sono realisti e tolleranti. Realisti perché credono che non sia possibile costruire una società in cui siano banditi per sempre i conflitti. Tolleranti perché rifiutano il perfettismo».

Risponde L’Angelo Nero:

Una volta Proudhon disse che «siamo nati perfettibili, ma non saremo mai perfetti» (Filosofia del progresso, 1853); per quanto mi riguarda, non si tratta di fabbricare l’Uomo Perfetto, secondo un’antica e infantile utopia, ma di rendere possibile il respiro all’individuo umanizzato. La perfezione, per dirla con la “saggezza popolare”, non è di questo mondo; l’umanità invece può esserlo: voilà tout!

Annunci

One thought on “ELOGIO DELL’UTOPIA. CONTRO ROBERTO SAVIANO

  1. Pingback: AL DI LÀ DEL BENE (SAVIANO) E DEL MALE (BERLUSCONI) | Sebastiano Isaia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...