QUANDO PASOLINI FINÌ NELLA VALLE

EROI PER CASO...

Ogni volta che un poliziotto fronteggia, col manganello o con la sua sola “pacifica” presenza, un manifestante che sembra avere in tasca più soldi del primo (impresa non particolarmente difficile, peraltro), ecco scattare la citazione pasoliniana a proposito di Valle Giulia: «Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri». Qui per Pasolini ciò che “fa premio” è il dato sociologico: i “comunisti” stanno con i poveri, i poliziotti sono più poveri degli studenti, quindi sto con i primi contro i secondi. Abbastanza volgare, come sillogismo, e soprattutto molto indicativo della natura politica del suo partito, che egli intese allora difendere dagli attacchi di maoisti, operaisti e quant’altro offriva la composita galassia dell’antagonismo politico.

«A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte della ragione) eravate i ricchi, mentre i poliziotti (che erano dalla parte del torto) erano poveri». Anche qui l’amore per gli ultimi non illuminato dalla coscienza – di classe – costringe Pasolini a un’inconcludenza critica davvero triviale, che fa comprendere le ragioni del successo della sua poesia presso gli amanti dell’ordine e della disciplina.

La celebre poesia pasoliniana ha come titolo Il PCI ai Giovani!!, e si rivolgeva alle frange giovanili che “da sinistra” contestavano la politica “riformista” del «più grande partito comunista occidentale», secondo l’orgogliosa definizione dei suoi militanti. In realtà si trattava di un partito arciborghese come la Democrazia Cristiana o il Partito Repubblicano. Sotto questo aspetto l’accusa di «venduto e traditore» che gli lanciavano i «gruppetti» non poteva cogliere il bersaglio: il PCI si limitava a svolgere il suo onesto ruolo di partito asservito agli «interessi generali del Paese», ossia della classe dominante, o di una sua particolare fazione.

«La polemica contro il PCI andava fatta nella prima metà del decennio passato. Siete in ritardo, figli. E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati». Ormai è troppo tardi per cambiare le cose nel PCI, sembra dire Pasolini; «allora io tentai, ma rimasi solo». Forse da questi passi traspare anche l’amarezza pasoliniana per l’odiosa campagna omofoba di cui il poeta fu oggetto anche all’interno del suo stesso partito (la virilità del “comunista” doveva specchiarsi nella durezza di uno Stakanov, non certo nei gusti decadenti di un intellettuale «invertito»). «Dove eravate, quando avevo bisogno di voi?», sembra gridare Pasolini ai giovani che dieci anni dopo vede giocare alla rivoluzione picchiando i poliziotti, a Valle Giulia. Assai significativo è anche il modo in cui egli chiama i giovani: «figli», a segnalare il rapporto Padre-Figlio che legava il PCI ai suoi contestatori di “estrema sinistra”, il cui patrimonio genetico politico e ideologico per l’essenziale non differiva da quello del Padre amato-odiato.

Com’era nelle sue corde, il grande intellettuale fece l’elogio della povertà proletaria della famiglia di origine dei poliziotti (i quali «sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano»), e la contrappose all’esistenza «sicura e piccoloborghese» degli studenti, peraltro già allora in via di rapido declassamento in seguito alla tanto osannata «università di massa», espressione del generale processo di modernizzazione che adeguò la «sovrastruttura» del Paese ai cambiamenti sociali determinati dallo sviluppo economico postbellico e dall’accelerazione nel processo di globalizzazione. «Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia. Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!» Che ingenuità, nella provocazione pasoliniana! Può esservi Magistratura senza Polizia: l’una non presuppone l’altra, e viceversa? Ed entrambi non rappresentano forse il braccio armato del Leviatano? E quest’ultimo non presuppone la società disumana che sprizza violenza sistemica da tutti i pori? Quella stessa violenza che nel ’75 bruciò la vita di Pier Paolo in uno squallido campetto alla periferia di Ostia.

Pasolini intuì che gran parte delle “istanze” politiche e ideologiche che muovevano i giovani sinistrorsi del ’68 erano cattive (certo non fu un buon segno cambiare il ritratto di Stalin con quello di Mao!); e capì che c’era molta affettazione pseudorivoluzionaria, e molta moda, negli atteggiamenti dei sessantottini, come in quelli degli intellettuali “radicalchic” che li sostenevano («Adesso i giornalisti di tutto il mondo vi leccano il culo. Io no, amici»); ma rimanendo interamente sul terreno del togliattismo la sua critica non poteva che fallire il bersaglio, trasformandosi nell’elogio, non del povero proletario, ancorché poliziotto (da sempre l’onere di difendere manu militari l’ordine sociale cade sugli ultimi, in “pace” come in guerra), ma dello status quo.

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