CIÒ CHE CI DICE L’OLOCAUSTO DELLE DONNE

Ennesima strage di donne. Le statistiche ci parlano di un vero e proprio olocausto perpetrato dai maschi nei confronti delle donne. Mogli, amanti, fidanzate, figlie: un mattatoio che ogni anno lascia sul pavimento delle case e sulle strade centinaia di corpi femminili straziati e sanguinolenti. Come al solito, è stata spolverata per la ghiotta occasione mediatica una «femminista storica», la quale ha dichiarato che la nuova strage «interroga tutti gli uomini». Uomini intesi come maschi, come soggetti di sesso maschile, beninteso. Non c’è il minimo dubbio.

Il “lato” del mio carattere che ho sempre disprezzato di più è quello proprietario nei confronti delle “mie” donne. Ho provato gelosia persino per donne che non ho amato, o che non ho amato più, e che ho di fatto abbandonato. Ho odiato il proprietario privato “che c’è in me” non tanto per ragioni ideologiche (sono abbastanza “materialista storico” da poter apprezzare il momento della totalità che si cela nell’individualità), quanto per motivi squisitamente egoistici: essere possessivi fa soffrire. Ecco la nuda verità.

Siamo sicuri, però, che l’olocausto delle donne «interroga» solo i maschi? Personalmente credo che esso chiami in causa in primo luogo la società nel suo complesso, la quale, mentre ha prodotto magane esistenziali nuove di zecca, che peraltro alimentano un ricchissimo mercato fatto di pillole, psicoanalisti, preti e consulenti esistenziali di ogni specie, non riesce a emanciparsi dai pregiudizi, dai sentimenti e dagli atteggiamenti tipici delle società classiste e patriarcali precapitalistiche. L’emancipazione della donna che non sia, al contempo, un’emancipazione dell’intero “consorzio umano”, non è che una bugia, molte volte nascosta dietro la mascolinizzazione delle donne, ben felici di apparire in diverse circostanze «più uomini degli uomini», con relativo declino dell’autostima maschile, evidentemente appesa al nulla di un’esistenza sempre più disumana – per tutti: uomini e donne.

Già sento l’obiezione della «femminista storica»: puntare i riflettori sulla società, buttarla in sociologia e in politica storna oggettivamente l’attenzione da chi si è lordato le mani di sangue. Ed è esattamente ciò che la realtà ci invita a fare. Naturalmente chi crede nella millenaristica prospettiva della «rivoluzione culturale», chiamata a trasformare la società attraverso il virtuoso cambiamento di ogni singola persona, è dispensato dallo sforzo critico-radicale da me proposto, e forse può con qualche legittimità rubricarmi come oggettivamente maschilista. A questi “realisti” e ideologi della responsabilità personale do appuntamento al prossimo olocausto.

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