FESTE OBBLIGATORIE

L’Otto Marzo è una di quelle “feste” obbligatorie che sembrano avere fondamentalmente due funzioni: oliare il marketing e dare libero sfogo ai luoghi comuni. Due soli esempi a proposito di luogocomunismo: Re Giorgio ha dichiarato che le donne sono una grande risorsa, un «capitale umano» che se impiegato di più apporterebbe al Paese un grande beneficio in termini di Pil. Praticamente, più Pil per tutti! Certo non sarò io a tirarmi indietro: quando la Patria chiama…

Per la consorte Clio  il problema principale delle donne «resta quello del lavoro come realizzazione di sé. La gran parte delle donne non vive sognando di fare la velina». La solita menata moralistica intorno al «corpo delle donne». Nel seno della società basata sul profitto, e quindi sulla compravendita del corpo (di uomini e di donne, sotto forma di capacità lavorative, di qualsiasi genere esse siano), e che ha nel Denaro l’unica vera divinità, la rivendicazione del «duro ma onesto lavoro»  salariato come «realizzazione di sé» rappresenta, almeno per me, un’istigazione a delinquere…

Ho invece ascoltato una cosa intelligente provenire dalla bocca del solito reazionario che non affetta pose progressiste: dal deputato PDL Giancarlo Lehner. «Nei paesi comunisti l’otto marzo era una festa obbligatoria. Chi non vi partecipava rischiava la galera. Oggi questa festa è un insulto per il gentil sesso». Non sto qui a ripetere che i «paesi comunisti» non avevano nulla di comunista, salvo il nome, né a stigmatizzare vecchi stilemi “maschilisti”.

Il deputato stabilisce piuttosto un interessante rapporto tra festa obbligatoria e dignità della donna (a proposito: di quale donna parliamo: in fondo anche Elsa Fornero è una donna, esattamente come una precaria qualsiasi), calpestata proprio nel momento in cui la si esalta a chiacchere nell’ambito di una ricorrenza burocraticamente e “mercantilisticamente” stabilita, il cui significato nega in pieno quello a suo tempo voluto per quel giorno di lotta, non di “festa”, dal movimento operaio di Rosa Luxemburg, Clara Zetkin, Aleksandra Kollontaj. Il punto è: non è forse venuto il momento di creare un bel comitato per l’abolizione delle feste progressiste comandate? Scherzo. Forse.

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