LA FIOM È PARTE DEL PROBLEMA…

Più che di carattere sindacale, quella romana di venerdì scorso è stata soprattutto una manifestazione dagli evidenti connotati politici. E fin qui nulla da eccepire, anche in considerazione del fatto che la politicità dell’«azione economica» è, come dire?, nelle cose, ossia nella dialettica del conflitto sociale, il quale non può essere mai confinato dentro limiti netti e invalicabili. Questo a causa della dimensione unitaria e totalitaria (totalizzante) del dominio sociale capitalistico, la cui radice affiora in ogni tipo di controversia sociale, e persino “personale”. Come dicevano i miei nonni, «ogni lotta economica è una lotta politica». Ma come si declina nel merito questo assunto?

Storia e Giustizialismo di classe...

Come i più attenti osservatori della politica italiana hanno fatto rilevare, con la manifestazione del 9 marzo è andato in scena l’ennesimo scontro tutto interno alla «sinistra» del Paese, dilaniata come sempre in fazioni che non riescono mai a trovare un denominatore comune attorno a cui costruire un progetto unitario. Le fallimentari esperienze governative centrosinistrorse (a proposito: centrosinistra si deve scrivere col «trattino» o «senza trattino»: è un dubbio che ancora mi angoscia!) degli anni Novanta e del 2006 sono lì a testimoniarlo, checché ne dicano i simpatici personaggi della «foto di Vasto».

C’è feeling!

Da quando il Pci è andato a sgualdrine (Silvio, contieniti, è una metafora: lascia stare la falce e il martello!), le diverse anime del «popolo di sinistra» vagano senza requie sulla scena della politica italiana prive di un unico «centro di gravità permanente», e ciò le porta non di rado, anzi sempre più spesso, a scontrarsi l’una con l’altra, indebolendo di fatto il cosiddetto fronte progressista. Una volta la tradizione togliattiana (filosovietica) del Pci, la sua opposizione «di principio» alla DC e agli Stati Uniti, i forti interessi economici che gli derivavano dalla sua intima collusione con il Capitalismo di Stato in salsa cattostalinista e con le «Cooperative Rosse»: per decenni tutto ciò è servito  da collante per le diverse correnti del «comunismo italiano», anche per quell’area di “dissenso” che gli orbitava intorno, “criticamente”, ma sempre ossequiosa della «vecchia e gloriosa storia del Partito Comunista Italiano». In fondo, anche il sequestro di Aldo Moro rispose a questa “dialettica” interna alla «Sinistra Italiana». Scomparso il vecchio mondo uscito dalla Seconda Carneficina Mondiale, quelle correnti si sono autonomizzate, e da quel momento si è assistito, per un verso  a un continuo tentativo di mettere insieme i cocci del vaso andato in frantumi, e per altro verso a uno scontro fra gli stessi cocci, il cui significato si può, gramscianamente, ricondurre al concetto di «egemonia»: quale corrente del vecchio Pci deve dettare la linea politico-culturale alla «Sinistra»? La deflagrazione delle correnti democristiane, finite in ogni parte dell’agone politico, ha ulteriormente complicato il quadro di questa «lotta per l’egemonia».

La FIOM di Landini ha “oggettivamente” assunto la funzione di polo di aggregazione per una non piccola area della «sinistra-sinistra» e per spezzoni dello stesso centrosinistra (dipietristi e «sinistra del PD»). Lo stesso scontro sull’Art. 18 dev’essere sussunto, per l’essenziale, sotto la chiave di lettura da me (ma anche dai più smaliziati analisti politici del Bel Paese) appena proposta.

Quanto reazionario sia il punto di vista del segretario della FIOM lo testimonia, tra l’altro, il punto uno della sua piattaforma politico-sindacale: «La Costituzione deve rientrare in fabbrica». Con ciò la parte più “antagonista” del sindacalismo collaborazionista ribadisce la propria sudditanza allo Stato capitalistico in guisa democratica, il quale sanzione all’Art. 1 della sua Costituzione quello che l’uomo con la barba ha sempre denunciato: la società borghese si fonda sul lavoro salariato, ossia sullo sfruttamento delle capacità lavorative di chi è costretto a vivere di salario. Che oggi per milioni di persone il salario, anche ridotto all’osso, appaia alla stregua di un miraggio, ciò non solo non cambia i termini della verità, ma piuttosto li rafforza e li rende più cinici. Per questo dal mio – scabroso? – punto di vista, più che della soluzione, la FIOM fa parte del problema che attesta l’attuale impotenza sociale dei lavoratori.

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3 thoughts on “LA FIOM È PARTE DEL PROBLEMA…

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