MAFIA2.0

L'inquietante bellezza di Cosa Nostra

Qualche giorno fa ho postato su Facebook questa breve riflessione: «La sentenza della Cassazione su Marcello Dell’Utri (qui scatta il nitrito cavallino alla Frankenstein Junior) e la relativa indignazione del Popolo Giustizialista mi hanno insinuato un dubbio, dalla cui soluzione dipenderà la qualità del mio sabato. Eccolo: se uno propone l’idea, certo bizzarra, secondo la quale la Mafia non è che la continuazione del Dominio Sociale Capitalistico con altri mezzi (con «altri» fino a un certo punto: vedi il monopolio statale della violenza, ed Equitalia…), corre il rischio di incappare nel reato di Concorso esterno in associazione mafiosa? Prima di scrivere qualcosa sulla radice storico-sociale della Mafia, gradirei ricevere una risposta. Possibilmente non da Travaglio…».Come appare evidente, attraverso una domanda retorica, e prendendo spunto da una notizia di cronaca, ho cercato di introdurre una questione molto seria, sintetizzata nel concetto di mafia come continuazione del dominio sociale capitalistico con altri mezzi. Adesso cerco di sviluppare ulteriormente questo concetto, senza tuttavia esaurirne l’intera valenza storica e sociale. Offro solo qualche “spunto di riflessione”.

La lotta contro la mafia si configura, sul piano della storia e della prassi sociale di questo Paese, come il tentativo delle classi dominanti di rafforzare lo Stato in tutte le sue articolazioni istituzionali e regionali, nonché la stessa idea di Stato in quanto garante della civiltà, della pace sociale e del benessere generale. Sorta storicamente come strumento di repressione e di controllo sociale sussunto agli interessi dei grandi proprietari fondiari della Sicilia (soprattutto di quella Occidentale), la mafia seppe adeguarsi bene, e assai rapidamente, alla nuova realtà nazionale emersa all’indomani del 1861. Il «compromesso storico» fra gli interessi industriali del Nord e gli interessi agrari del Mezzogiorno, che sta alla base del nascente Stato Unitario, favorì non poco il processo di adattamento della mafia cui accennavo appena sopra, in apparenza secondo la celeberrima linea strategica sintetizzata nel Gattopardo: «Cambi tutto, affinché niente cambi!» Un falso cambiamento messo al servizio di una reale continuità.

Tuttavia, non bisogna dare eccessivamente peso alle parole che Tomasi di Lampedusa mise in bocca a Tancredi, diventate ben presto un luogo comune di grande successo, e una chiave di lettura dei fatti italiani fin troppo comoda, e per questo necessariamente infondata, o quantomeno assai angusta, incapace di cogliere la complessità. E l’Italia, com’è noto, è il regno della complessità! A cagione di un destino cinico e baro? No. A motivo della sua complessa struttura sociale, stratificata e “superfetata”, se mi è concesso scriverlo, all’inverosimile.

«Tieni le palle? E allora ce la puoi fare!»

In effetti, nonostante tutte le contraddizioni sociali e i limiti immanenti alle modalità della «Rivoluzione borghese italiana», anche la struttura sociale della Sicilia subì una trasformazione in senso capitalistico, resa peraltro inevitabile dal nuovo contesto nazionale e sovranazionale, e questo processo di modernizzazione non poteva non coinvolgere la stessa mafia, la cui esperienza (expertise) accumulata nel corso di parecchi decenni ebbe modo di trovare una nuova funzione. Il cambiamento di funzione di sopravvivenze precapitalistiche (in campo economico, culturale, politico, ecc.) è tipico nel Capitalismo in generale, e nel Capitalismo «ritardatario» in particolare (vedi anche la Germania, il Giappone e la Cina). L’autonomizzarsi della mafia; il suo farsi strumento al servizio, non di uno strato sociale particolare (latifondisti), ma di un processo economico generale, è stato reso possibile dal Capitalismo, ossia dal carattere astratto (universale) del denaro nell’ambito dei nuovi rapporti sociali borghesi.

La mafia si emancipa insomma dalla sua vecchia base rurale, e come un cancro andato in metastasi si espande, naturalmente e necessariamente, in tutto il corpo della struttura economica del Paese, secondo il principio capitalistico sintetizzabile in questa prescrizione: Va dove ti porta la brama del profitto! A mio avviso, nell’ambito del Capitalismo ogni obiezione di carattere etico-morale a questo principio può forse salvare qualche coscienza (ne dubito), ma certamente suona falsa all’orecchio che si sforza di intendere la verità per quella che è, non per come dovrebbe essere – sulla base di quale presupposto reale? Per questo il cancro che crea metastasi d’ogni genere è innanzitutto la società che fa degli uomini non-uomini assoggettati al cieco imperio degli interessi economici, chi come vittime, chi come carnefici.

Il segno, inequivocabile, dei nuovi tempi fu dato dalla circostanza per cui a reprimere il movimento dei Fasci Siciliani, ossia «le masse dei contadini poveri, analfabeti, e oppressi da secoli di dominazione baronale, che si avanzavano sulla scena della storia per rivendicare i diritti che erano propri» (F. Renda, I Fasci Siciliani, 1892-94), non fu la mafia, ma il governo liberale di Crispi. Il 3 gennaio 1894 il Consiglio dei Ministri decretò lo stato d’assedio nelle province siciliane. Quattro anni dopo, nel maggio del 1898, il generale Bava Beccaris ordinò alle sue truppe di aprire il fuoco sul proletariato milanese in rivolta contro il carovita. Cento morti perfettamente legali.

«È il Capitalismo, picciotti!»

Con il cambiamento di funzione della mafia ci troviamo, dunque, nel pieno della «logica» e della prassi capitalistica, e l’esistenza di mafie nazionali in altre parti del mondo (Stati Uniti, Russia, Giappone, Cina) conferma la non eccezionalità del fenomeno di cui ci occupiamo. «C’è molto da imparare dagli atti dei maxiprocessi dei capi della mafia italiani … Man mano che l’esigenza di gestire finanziariamente la ricchezza e di investirla in modo ottimale rendeva necessario il ricorso a consulenti professionisti, i legami di sangue assumevano meno importanza. Il denaro riciclato veniva investito nell’edilizia e in imprese di servizi come lavanderie, agenzie di viaggi, garage e officine» (S. Strange, Denaro impazzito). Nel 1997 Susan  Strange calcolava in 400 miliardi di dollari l’anno il valore del denaro riciclato a livello mondiale dalle «organizzazioni criminali» attive in ogni parte del Pianeta. Non son mica bruscolini… E d’altra parte, come già sapevano gli antichi, il denaro ha la maligna – per gli onesti di cuore – prerogativa di non puzzare. Con circa 95 miliardi di euro di fatturato annuo, pari al 7 per cento circa del Pil, la «mafia siciliana SPA» si configura come la prima azienda del Paese. Questo ormai da parecchi anni. «Che scandalo!» Punti di vista…

Il permanere di consistenti sacche di arretratezza sociale nel Mezzogiorno ha permesso alle organizzazioni malavitose, specializzate nell’uso della violenza ai fini dell’accumulazione, di poter accedere sempre di nuovo a un vasto esercito di proletari e sottoproletari da gettare nella quotidiana guerra per la conquista del denaro. In quanto monopolista della violenza e sentinella armata del Diritto, lo Stato non può tollerare l’esistenza di associazioni private intenti a drenare ricchezza con mezzi violenti e illegali. Questo per un verso. Per altro verso, mentre getta un potente fascio di luce sulla natura miserabile della vigente società, la quale crea quei bisogni “molesti” che da sempre alimentano la mafia nella sua versione moderna (vedi i  sempre floridi mercati della prostituzione, della droga, delle scommesse clandestine, ecc.); al contempo il fenomeno in questione crea non pochi “scompensi” e disarmonie nel processo economico, la cui manifestazione più evidente e grave è registrata dal bassissimo tasso di investimenti locali, nazionali ed esteri nelle regioni del Paese che pure ne avrebbero più bisogno, anche in vista di una loro “bonifica” anticriminale. Come chi ha la bontà di seguirmi sa, giudico ridicolo e infondato ogni sforzo teso a discriminare fra «economia onesta» e «economia disonesta», perché la realtà conosce una sola economia, le cui molteplici «sfere» sono peraltro sempre più interconnesse, sul piano nazionale come su quello sovranazionale. Per me criminale è il Capitale tout court.

Dal 1861 in poi lo Stato ha cercato a più riprese di venire a capo del problema-mafia, usando soprattutto i tradizionali metodi coercitivi («La mafia ve la porto io come sopra un tavolo clinico, ed il corpo è già inciso dal mio bisturi», disse Mussolini ai tempi del prefetto Cesare Mori), com’è d’altra parte nella sua più intima natura. Ma che il nocciolo della questione non sia separabile dalla ristrutturazione complessiva del Capitalismo italiano, nell’accezione non meramente economicista della locuzione, lo si è sempre saputo, e lo hanno ribadito Mario Monti e angela Merkel nell’incontro di ieri, quando è giunto il momento di parlare di «sinergie economiche» fra i due Paesi, leader europei nel campo della manifattura. La Cancelliera ha fatto presente al Tecnico munito di bisturi («La spesa pubblica ve la porto io come sopra un tavolo clinico!») che l’Italia è certamente bella, ma che la burocrazia, la pressione fiscale, la mafia, l’assenza di moderne infrastrutture e via elencando le note magagne, non la rendono attraente sul piano capitalistico.

«È solo un contrattempo!»

L’arretratezza sistemica del Paese ha generato la mafia moderna, il lavoro nero e l’evasione fiscale: tre fenomeni che al contempo hanno sostenuto il processo di sviluppo del Bel Paese nel quadro appunto di quella relativa arretratezza cristallizzatosi nel corso di 150 anni. La politica ha sempre dovuto scendere a patti con questa complessa e contraddittoria dialettica, nella quale i punti di criticità venivano di fatto a fungere anche da punti di forza nella competizione capitalistica nazionale e internazionale (attraverso il basso costo dei «fattori produttivi») e nella stessa ridistribuzione della ricchezza sociale (non a caso si è parlato di un «Welfare della mafia»), ma aggravando ulteriormente il contesto sociale complessivo del Paese, costretto a una competitività “drogata”. Un circolo vizioso-virtuoso-vizioso la cui insostenibilità sistemica è stata una volta di più confermata dall’attuale crisi economica.

In risposta a un articolo di Roberto Saviano sulla Tav, Giancarlo Caselli, giudice di ferro, ha scritto che se è giusto denunciare le infiltrazioni malavitose e “castali”, non si possono tuttavia fermare i cantieri: «Così facendo non si determina una sostanziale rinuncia al controllo del territorio e dell’economia? Rinunciando alle opere per timore delle infiltrazioni mafiose si realizzerebbe una sorta di dismissione di ogni responsabilità politica ed economica. Vi sarebbe di fatto un’abdicazione rispetto a funzioni fondamentali dello Stato» (intervista di Meo Ponte a G. Caselli, La Repubblica.it, 7 marzo 2012). Qui si pone un problema che ovviamente non ha niente a che fare con l’umano, mentre ha molto a che fare con il processo di ammodernamento del Capitalismo italiano. Obiettivo più che legittimo, intendiamoci. L’importante è non confondere il Sacro con il profano.

«Bene così. Mi hai reso un bel servizio!»

A mio avviso tanto la mafia (e analoghi fenomeni sociali) che il dibattito sulla legalità appena esemplificato con il botta e risposta fra i due campioni del Progressismo italico, devono essere guardati dalla prospettiva storico-sociale che ho cercato di delineare, sebbene in forma sintetica e senza la  pretesa di aver saturato la “problematica”, la quale ha molti e significativi aspetti.

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