CINA: ORA PER ALLORA

Che accade in Cina? Cambiato il molto che c’è da cambiare, nel Celeste Impero del Capitalismo mondiale è  in corso l’ennesima lotta tra le due tradizionali fazioni (la «linea rossa» e la «linea nera») del PCC? E qual è la posta in gioco? È ancora presto per dirlo. Certo è che l’improvviso siluramento dell’astro nascente Bo Xilai avviene in un momento in cui l’economia del Paese inizia a risentire l’onda lunga della crisi economica internazionale, la quale ha messo in luce le contraddizioni e i punti deboli del gigantesco balzo sistemico compiuto dalla società cinese negli ultimi trent’anni. La crescita economica rallenta, e il raggiungimento della pericolosa soglia del 7 per cento annuo di crescita del Pil appare più che un’ipotesi. La tensione sociale, mai bassa per la verità, deve perciò necessariamente crescere, pericolosamente. «Bo Xilai ha cercato di rappresentare questi malumori con una campagna molto demagogica, e ha condito le implicite critiche al governo con un tripudio di bandiere rosse e canti popolari che appartengono al vecchio repertorio della Rivoluzione culturale» (Sergio Romano, Cina, silurato il leader neomaoista, Corrriere della sera, 16 marzo 2012). Dopo aver descritto una situazione economica non eccellente, e aver perorato la causa di riforme economiche e politiche «radicali», il Primo ministro Wen Jiabao ha chiuso la sessione annuale del Parlamento cinese stigmatizzando ogni tentativo di ripristinare i vecchi metodi della «Rivoluzione Culturale». Scrive sempre Romano: «In Unione Sovietica l’eliminazione di un leader ambizioso e ingombrante avveniva dietro le quinte del potere ed era annunciata al pubblico, molto spesso, con la rimozione del suo ritratto dai grandi cartelloni che rendevano onore alla direzione del partito e dello Stato. La Cina Popolare è comunista, ma il suo stile è alquanto diverso». Alt! La Cina, come l’Unione Sovietica, non è stata mai né socialista né, tanto meno, comunista.

Vedremo cosa bolle in pentola nella fabbrica del mondo di questo inizio XXI secolo. Per adesso do il mio modesto contributo affinché i probabili futuri massacri di operai, contadini, studenti ecc. non vangano messi sul conto dell’uomo con la barba nato a Treviri.

Quello che segue è l’ultimo capitoletto del mio studio sulla Cina Tutto sotto il cielo (del Capitalismo). Rinvio anche a La Tigre e il Capitalismo. L’obiettivo è chiarire il vero significato della cosiddetta «Rivoluzione Culturale».

 

Il decollo è servito! Alla vigilia del gigantesco balzo in avanti

Il 9 Settembre 1976 muore Mao Tse-tung. Quattordicenne spensierato, appresi la storica no­tizia mentre uscivo dal bar dello stabilimento balneare Lido Patrizia della Plaja di Catania nel quale trascorre­vo da diversi anni le vacanze estive. È uno di quei fatti che ti si stampano nella mente perché avvenuti in cir­costanze cariche di emozioni, le quali ammorbidisco­no, per così dire, il fondo su cui s’imprime la memoria, rendendola particolarmente ricettiva. Beninteso allora le mie emozioni non avevano nulla a che vedere con la politica, e solo qualche anno dopo (non molti, per la verità) afferrai il significato di quelle fugaci immagini televisive.

Mentre divoravo il gelato appena comprato, gettai distrattamente l’occhio sulla televisione del bar, il cui monitor rimandava le immagini del «Grande Timonie­re» adagiato su una bara scoperta, e di una lunghissima fila di persone vestite «alla cinese» («alla Proletaria!», mi avrebbe corretto allora un maoista), le quali proba­bilmente aspettavano il loro turno per dargli l’ultimo saluto. Ma bando alle nostalgie!

Le cerimonie ufficiali di commemorazione si svolse­ro dall’11 al 18 Settembre, sotto la presidenza di Wang Hung-wen, vicepresidente del PCC dall’agosto 1973. Il 18 Settembre Hua Kuo-feng, caduto in disgrazia du­rante la «Rivoluzione Culturale» e riabilitato nel 1973, prese la parola nel corso della cerimonia e pronunciò un discorso assolutamente «ortodosso», con tanto di citazione del «Caro Presidente» diretta contro il «Nero» Teng Hsiao-ping (probabilmente il capro espiatorio in­dividuale più longevo della storia mondiale) e i suoi ac­coliti «borghesi e revisionisti»: «Nel Partito Comunista la borghesia esiste: sono i responsabili avviati sulla via capitalistica. I quali non hanno smesso di seguirla» (Pékin Information, n. 38 del 1976).

Il maoismo come variante cinese dello stalinismo

Il suo discorso conteneva anche la rivendicazione pun­tuale, sebbene blanda, se confrontata con gli entusiasmi del recente passato, della «Grande Rivoluzione Cultu­rale Proletaria» avviata da Mao nel 1966 e da egli stesso ufficialmente chiusa tre anni dopo. «Essa – affermava perentoriamente Hua Kuo-feng – ha spezzato i com­plotti di restaurazione orditi da Lin Shao-chi, Lin Piao e Teng Hsiao-ping, e sottoposto a critica la loro linea revisionista controrivoluzionaria». Insomma, ciò che il mondo osservava sul palcoscenico politico della Cina non lasciava presagire il terremoto politico-sociale che soltanto pochi mesi dopo avrebbe cambiato per sempre il volto del Paese, gettando nella disperazione i maoi­sti occidentali che tanto avevano investito nell’impresa maoista, interpretata erroneamente come un originale tentativo di costruzione del socialismo, dopo le cocenti delusioni subite sul fronte Russo.In realtà, mentre la leadership recitava per l’opinio­ne pubblica interna e internazionale il copione dei capi uniti in modo bronzeo intorno alle opere e agli insegna­menti del «Grande Dirigente e Maestro», nel Partito si svolgeva la resa dei conti finale tra le «due linee» che dal 1949 (ma anche da prima della proclamazione della Repubblica Popolare, in effetti) non avevano cessato di darsi battaglia, a volte con moderazione, più spesso in modo violento, fino allo spargimento di sangue (fiumi di sangue, beninteso) e alla durissima repressione. Agli inizi di Ottobre si venne a sapere in Occidente che già il 29 Settembre, a cadavere di Mao ancora relativamen­te tiepido, Hua Kuo-feng si era scagliato contro quella che il Grande Timoniere aveva chiamato «la Banda dei Quattro», osteggiata da Chou En-lai, l’influente mi­nistro degli esteri morto nel Gennaio del 1976 – pro­babilmente per spianare diplomaticamente la strada all’Imperatore Rosso nel suo imminente viaggio verso la Celeste ed Eterna Dimora. Tra i «Quattro» figurano il citato Wang Hung-wen e l’assai discussa (anche da non pochi tifosi della «Rivoluzione Culturale» basati in Occidente) moglie di Mao, Chiang Ching.

Il 6 Ottobre la situazione precipitò, e Hua Kuo-feng fece arrestare «i Quattro», con l’infamante, ancor­ché stereotipata, accusa di «revisionismo» e di «complotto controrivoluzionario»; per mezzo di una sorta di colpo di Stato egli liquidò tutti i quadri del Partito legati ai «complottisti», e dunque alla cosiddetta «Linea Rossa» di Mao, la cui figura politica e ideologica comunque non venne ufficialmente intaccata in quanto godeva ancora di enorme prestigio tra le masse. C’era anco­ra bisogno del suo faccione esposto a Piazza Tien An Men, e ce n’è bisogno ancora! Per dare una copertura ideologica alla resa dei conti, gli uomini legati a Hua Kuo-feng fecero circolare la falsa notizia in base alla quale lo stesso Mao, prima di morire, per un verso avrebbe auspicato la liquidazione della «Banda», ormai incompatibile con un ulteriore «Balzo in Avanti» del Paese, e per altro verso avrebbe caldeggiato la promo­zione di Hua ai vertici del Partito e dello Stato.

Mentre i maoisti d’Occidente si aspettano la pron­ta reazione delle «Masse Proletarie Cinesi» al «Grande Balzo All’indietro» tentato dalla «Cricca Revisionista» di Hua Kuo-feng, non solo le «Masse» non vengono in soccorso alla «Banda», depositaria dell’eredità «ri­voluzionaria» lasciata dal Grande Timoniere (secon­do i maoisti di cui sopra, si capisce), ma sostengono entusiasticamente il nuovo corso delle cose. «Ero a Shanghai quando fu resa pubblica la prima notizia uf­ficiale dell’arresto dei “quattro”, contemporaneamente alle enormi manifestazioni di piazza organizzate per celebrare la loro caduta […] Le manifestazioni erano con ogni evidenza organizzate, ma la gioia è difficile da simulare» (N. Burton, Curate la malattia, salvate i malati, in C. Bettelheim, domande sulla Cina, Bompiani, 1978).

Gioia per che cosa? Evidentemente le «Masse» si sentivano stremate a tal segno, che avver­tivano il cambiamento come una liberazione da una situazione di febbre politica, ideologica e sociale non più sopportabile. In fondo, cosa avevano ottenuto le «Masse» dalla «Rivoluzione Culturale» (al netto della fumisteria ideologica tanto cara anche ai maoisti oc­cidentali, soprattutto a loro)? Niente. E allora il «nuo­vo», qualunque esso fosse, non poteva certo far paura a una classe dominata abituata a convivere con la miseria e con la repressione.

A luglio gli «auspici» di Mao si concretavano con l’ascesa di Hua Kuo-feng alla presidenza del Partito. A Novembre, come per incanto, non si ascoltavano più discorsi né si leggevano più scritti sparati contro il «vi­scido» Teng Hsiao-ping: è il segno dei nuovi tempi, una vera e propria… «Rivoluzione Culturale», che pre­parava la sua piena riabilitazione, avvenuta nell’estate successiva. Infatti, nell’agosto del ’77 Teng pronuncia­va il discorso di chiusura all’XI Congresso del Partito, con il quale, tra l’altro, sdoganava l’eretica formula, buchariniano-maoista, «arricchirsi è giusto!» E chi può metterlo in dubbio… È il trionfo della «Linea Nera». Nel giugno 1981 Teng costringerà alle dimissioni Hua, troppo compromesso, nonostante tutto, con il passato.

Mentre nel 1969 Mao aveva dichiarato che «in un numero piuttosto alto di fabbriche la direzione non è nelle mani dei marxisti né in quelle delle masse operaie», nel 1977 il Partito, per bocca di Wang Huei-teh, uno dei più prestigiosi ideologi del nuovo corso, stabilisce che solo «in un numero infimo di fabbriche la direzione non è nelle mani del proletariato», e che, in generale, il potere era saldamente nelle sue mani: «La Cina è un paese di dittatura del proletariato» (Pékin Information, n. 1 del 1978). Se per Mao la borghesia cinese e i proprietari fondiari ri­manevano forti nella società cinese e nello stesso PCC, il quale avrebbe potuto trasformarsi, se fosse caduto nelle mani dei «revisionisti», in un Partito Fascista (e di qui l’esigenza di una «lotta di classe permanente, fino alla vittoria definitiva»), adesso il Partito faceva sape­re che, per l’essenziale, la Cina marciava su un solido terreno socialista: «In primo luogo, la Cina è un paese socialista, vale a dire che la natura della nostra società è socialista e non capitalista» (ivi). Che la nuova leadership avvertisse la necessità di chiarire un simile concetto suona oltremodo significativo: era come se si volesse esorcizzare una domanda che qualsiasi individuo non ammalato di retorica «rivoluzionaria» avrebbe potuto formulare.

Ma il significato di simili dichiarazioni è di più ampio respiro. In effetti, si trattava di chiudere una volta per sempre un lungo ciclo di battaglie intestine che aveva impedito al Paese di prendere quello slancio che alla fine degli anni Settanta appariva ormai non più procrastinabile. La Cina continuava a svilupparsi, e questo è un fatto indiscutibile; ma lo faceva con una lentezza che rischiava di precipitarla in una condizione di pericolosissimo stallo. La convivenza di due diffe­renti opzioni in merito alle modalità e ai ritmi dello sviluppo capitalistico (la «Linea Rossa» favoriva uno sviluppo più graduale, più centrato sul mondo rurale e più indipendente rispetto al capitale internazionale; la «Linea Nera» propugnava un decollo più rapido, basato sullo spazio urbano e sulla meccanizzazione dell’agricoltura, e non disdegnava la piena integrazione del capitalismo cinese nell’economia mondiale: questo il vero significato della «lotta di classe» in Cina ai tem­pi di Mao)*; questa convivenza, se aveva dato qualche risultato apprezzabile in termini di tenuta sociale e na­zionale del Paese, per un verso si era dimostrata foriera di contraddizioni e di sanguinosi conflitti politici e so­ciali, e per altro verso appariva del tutto anacronistica nella società mondiale che si stava annunciando. Tanto più alla luce dello sviluppo economico che si stava rea­lizzando nelle Tigri Asiatiche: da Singapore alla Corea del Sud, dall’Indonesia a Taiwan. Senza contare l’inar­rivabile – allora! – Giappone.

ORA PER ALLORA...

Scrive Maurizio Guandalini: «La Cina segue il mo­dello di sviluppo di altri paesi dell’Est-Asia (specialmen­te in termini di strategia all’esportazione, di promozio­ne degli investimenti e dei trasferimenti di tecnologie) con la creazione di joint venture e delle zone speciali». E i risultati si fanno subito vedere: «Per 14 anni, dal 1978 al 1991, il prodotto interno lordo è aumenta­to in media, ogni anno, del 9%. Nel 1994 l’economia sarà quattro volte superiore a quella del 1978, con una crescita del Pil del 12,7%» M. Guandalini,  (Dalla Cina verso Ovest, pp. 3-5, Etaslibri, 1994). E oggi il superamento del capitalismo Nipponico da parte di quello Cinese non è più una battuta sulla bocca degli Occidentali, come lo era ancora mezzo secolo fa**. A differenza degli altri modi di produzione che si sono succeduti nella storia, quello capitalistico realizza imprese titaniche nel vol­gere di pochi lustri: chi ritorna a Pechino o a Shangai dopo appena un decennio di assenza quasi stenta a ri­conoscerle. E’ un bene, è un male? È il Capitalismo, bellezza, e tu non puoi farci niente! Forse.

*«Considerata in una prospettiva storica, la rivoluzione cinese, forse la più grande del ventesimo secolo, è stata paradossalmente il modo in cui si è affermato in Cina il capitalismo» (G. Carocci, Introduzione a Maria Weber, La Cina alla conquista del mondo, p. 55, Newton, 2006). A mio avviso non «paradossalmente», ma ne­cessariamente, perché quella rivoluzione non uscì mai dal quadro nazionale-borghese, sempre al netto della fraseologia usata dai suoi protagonisti, la quale, sul piano “scientifico” (diciamo, più corret­tamente, critico),sta a zero.

** «Sfuma così a poco a poco – scriveva il nostalgico Bettelheim nel ’78 – l’immagine della Cina come paese modello capace di svilup­parsi unicamente in base alle proprie forze» (Domande sulla Cina, p. 99). Dopo la teoria della «costruzione del socialismo in un solo Paese», ecco enunciata la teoria della costruzione del capitalismo in un solo Paese.

Annunci

9 thoughts on “CINA: ORA PER ALLORA

  1. Pingback: VINCERE FACILE… | Sebastiano Isaia

  2. Pingback: LA BEFANA SOCIALISTA CON CARATTERISTICHE CINESI | Sebastiano Isaia

  3. Pingback: LA LOTTERIA SOCIALISTA CON CARATTERISTICHE CINESI: STUDIA E VINCI! | Sebastiano Isaia

  4. Pingback: XI JINPING E IL SOGNO CON CARATTERISTICHE CINESI | Sebastiano Isaia

  5. Pingback: LA CINA E LA QUESTIONE DEL SOCIALISMO NEL 21° SECOLO | Sebastiano Isaia

  6. Pingback: PIAZZA TIENANMEN E ZHONGGUO MENG | Sebastiano Isaia

  7. Pingback: L’OMBRELLO E LA MACCHINA DI REGIME | Sebastiano Isaia

  8. Pingback: LE CARATTERISTICHE CINESI DEL DOMINIO CAPITALISTICO | Sebastiano Isaia

  9. Pingback: CINA. CANTA IL ROSSO PICCHIA IL NERO! | Sebastiano Isaia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...