MONTI E FORNERO: BUONA LA PRIMA!

Che classe! Altro che Berlusconi!

Come gli capita di frequente, Giuliano Ferrara ha colto bene il senso delle cose che si cela dietro la fumisteria del politichese made in Italy, anche se nel caso in questione egli è stato aiutato non poco dall’asciutto e limpido linguaggio della Politica in guisa “tecnica”. Naturalmente alludo all’interessante conferenza stampa di ieri sera tenuta da Mario Monti e da Elsa Fornero alla fine del lungo e tribolato incontro con le «parti sociali». Interessante, e per certi versi persino “storica” – almeno nelle intenzioni dei due protagonisti –, per diversi motivi.

Pure popolare!

Scrive L’Elefantone: «Nonostante gli allarmi ansiogeni della bella Italia consociativa e pigra, gli spiriti animali sono stati evocati, cavalcati e infine addomesticati. Addomesticati, ma non fino al punto di mandare in vacca una delle più radicali riforme di struttura, insieme a quella delle pensioni, che sono nella missione politica e ideologica (sì, ideologica) di questo governo tecnocratico, e che furono un generoso ma arruffato e sconfitto tentativo del secondo governo Berlusconi: la facoltà di licenziare i dipendenti per ragioni economiche e organizzative» (Spiriti animali addomesticati, Il Foglio, 21 marzo 2012). Qui l’elemento da cogliere è l’evocazione di «una missione politica e ideologica» che informerebbe la prassi del Governo Monti, la cui dimensione tecnocratica non solo non revoca in questione il Politico, ma piuttosto lo esalta proprio in grazia della sua dichiarata, e quasi teorizzata, eccezionalità. La neutralizzazione formale della politica da parte dei cosiddetti tecnici ne esalta la natura sociale («di classe») e l’efficacia (il «decisionismo» tanto inviso ai cultori del compromesso, sempre e comunque).

Ma la «missione» di cui parla Ferrara è di portata assai più vasta di quella resa manifesta dalla «facoltà di licenziare i dipendenti per ragioni economiche e organizzative», facoltà che peraltro i capitalisti hanno sempre avuto, soprattutto nelle piccole e medie imprese, ossia nella sfera del Capitale che per lo più non ha mai beneficiato del «patto consociativo» tra Stato, Confindustria e Sindacato. E qui, in effetti, arriviamo al nodo centrale della questione.

Quant’è bello consociare!

«No di Monti al patto sociale», si legge in un articolo pubblicato dall’Unità. «La cesura, culturale e politica, è chiarissima: il governo consulta, ma non concerta», scrive sulla Repubblica Massimo Giannino, il cui odierno editoriale (Il velo strappato) lascia trapelare chiaramente la posizione antimontiana attualmente maggioritaria nel Partito Repubblicano di De Benedetti & Compagni SPA. Il grande Scienziato Sociale Eugenio Scalfari pare sia stato messo in minoranza. Pare. E anche questo è il sintomo del rimescolamento di carte che la crisi economica ha provocato nell’anchilosata struttura capitalistica (con annessa «sovrastruttura» politica e ideologica, naturalmente) del Bel Paese. Il velo del «consociativismo» è stato strappato, e a Giannino questo non garba, o non del tutto: «Il presidente del Consiglio non può non essere consapevole di cosa può accadere nel centrosinistra (e magari anche nella Lega) di qui al voto parlamentare sulla riforma. Caduto un tabù, può cadere anche un governo». Se non è un avvertimento, poco ci manca. Ma l’ironico Monti non se ne dà per inteso, e si diverte a nascondersi dietro la funzione tecnicista: «Siamo stati chiamati per fare il lavoro sporco, non per raccogliere consensi elettorali». C’è un tempo per la Tecnica, e un tempo per la Demagogia, sembra dire il bocconiano di ferro.

«Vai pure avanti, Mariuccio. Sei tecnicamente perfetto!»

E poi, egli può contare sull’appoggio di Re Giorgio, il cui attivismo politico fa impallidire l’abbronzato Obama, e inquietare lo spettro di Cossiga, passato immeritatamente alla cronaca come «il fascista che vuole picconare la Costituzione democratica nata dalla Resistenza». Se i morti potessero parlare! Per non parlare dei vivi, in specie di quelli in grado di catalizzare all’istante l’indignazione politico-etica dei progressisti. Alludo al «Fascio-Puttaniere» di Arcore? Naturalmente.

Un editorialista «di destra», il cui nome adesso mi sfugge (traggo la citazione da una rassegna stampa radiofonica della Rai orecchiata sotto la doccia), ha scritto che «Lo statuto dei lavoratori, con i suoi forti elementi sovietisti, andava bene per gli anni Settanta, quando il socialismo appariva non perfetto ma perfettibile. Allora anche chi non era socialista ritenne quello statuto un male minore rispetto alla possibilità di una dittatura del popolo lavoratore. Ma alla fine l’utopia comunista si è rivelata un grande fallimento, un vero e proprio bidone», e questo fatto non poteva non gettare un’ombra sinistra anche su quello Statuto fortemente imbevuto di «elementi sovietici». Per capire il significato di queste parole bisogna tradurre i termini «socialismo», «comunismo» e «sovietismo» con le parole stalinismo, statalismo e corporativismo. È noto, infatti, come sia invalsa in tutto il mondo l’idea, al contempo ridicola e tragica, secondo la quale il “socialismo” si dà come Capitalismo di Stato.

E qui arriviamo a un altro punto importante della vicenda, ossia al lascito fascista. In effetti, la struttura sociale del Paese si è liberata solo assai lentamente, e con le consuete pratiche compromissorie, del vecchio modello fascista; basti pensare alle cosiddette «partecipazioni statali», o alle leggi bancarie varate negli anni Trenta, come risposta alla Grande Crisi, e superate, almeno in parte, solo agli inizi degli anni Novanta, in concomitanza della crisi economico-finanziaria che allora investì il Paese. L’uscita della Fiat di Marchionne dalla Confindustria segnala l’insostenibilità di quella profonda continuità storico-sociale, che pure ha fatto la fortuna della fabbrica automobilistica basata a Torino. Analogo discorso può farsi per la crisi che ormai da dieci anni travaglia il sindacalismo italiano, che sul «Consociativismo» ha costruito il suo successo politico, ideologico e economico.

Il «consociativismo» politico-padronale-sindacale degli ultimi sessant’anni come forma democratica del corporativismo fascista? Mutatis mutandis, non c’è il minimo dubbio. Se uno legge i discorsi di Mussolini sul sindacalismo fascista («Le lotte sindacali devono svolgersi nell’ambito di un superiore interesse; il sindacalismo fascista concilia gli interessi della nazione, della produzione, e delle categorie che lavorano»), ha l’impressione di avere sotto agli occhi un intervento di Luciano Lama, o di Enrico Sacrifici Berlinguer, ai bei tempi dell’Austerity. Ricordo che quando il Movimento Sociale si alleò con Berlusconi e poi cambiò nome, Il Manifesto deprecò la scelta di Gianfranco Fini, reo di aver venduto al mercato del «liberismo selvaggio» i contenuti sociali che quel movimento politico «comunque» possedeva.

I mille volti della collaborazione. «Irresponsabile sarai tu!» Lo ammetto...

Il trambusto sull’Articolo 18 ha molto a che vedere con la dinamica sociale appena bozzata; la valenza della sua riforma ha un preciso significato politico-ideologico, che va molto più in là della sua pregnanza immediatamente economica, che pure non è di poco conto. Tutt’altro! Quando il salumiere che guida il PD piagnucola che «Non bisogna avere fretta! Che senso ha portare la riforma del mercato del lavoro in Asia», alludendo al prossimo incontro di Monti con giapponesi, coreani e cinesi, egli nasconde agli occhi del suo elettorato una verità che conosce benissimo, e che parla, anzi grida contro le condizioni di vita e di lavoro di chi vive di salario. Come gestire, ovviamente in chiave stabilizzatrice e conservativa (della serie: «Difendiamo la Costituzione!»), le tensioni sociali che si annunciano, è il difficile compito che i “tecnici” assegnano alla «sinistra» politica e sindacale del Paese.

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