RIFLESSIONI SULLA “RIVOLUZIONE CUBANA”

Un’amica mi scrive: «In due (o tre) parole mi spiegheresti la tua distanza con l’esperienza cubana?» Di qui, quanto segue.

La rivoluzione cubana culminata nel dicembre del 1958 fu a tutti gli effetti una rivoluzione democratico-borghese, assai simile alle rivoluzioni che nel secondo dopoguerra agitarono il mondo. Se vogliamo essere pignoli, o semplicemente più precisi, dobbiamo dire che essa si caratterizzò come rivoluzione semicoloniale, ed esattamente come la prima e più importante rivoluzione di quel tipo dalla fine della Seconda guerra mondiale. I paesi semicoloniali si caratterizzavano, rispetto a quelli coloniali, per la loro formale dipendenza politica, mentre la loro dipendenza economica – e dunque la loro reale sudditanza politica – nei confronti della potenza imperialistica di riferimento (nel nostro caso gli Stati Uniti) era pressoché assoluta.

«Cuba è, teoricamente, uno stato sovrano. Praticamente, la vita economica e politica dell’isola è dominata da New York e Washington. Questo metodo di controllo evita i costi della colonizzazione mentre lascia libero gli interessi americani. La proprietà di Cuba è pressoché nelle mani della National city Bank. I suoi amministratori controllano la Consolidated Railways e le immense proprietà zuccheriere della Cuba Company, come pure molte altre società cubane … la vita politica cubana è diretta dal rappresentante del dipartimento di stato. La dominazione americana sull’isola è completa» (S. Nearing, J. Freeman, La diplomazia del dollaro, p. 260, Dedalo Libri, 1975). Lungi dall’essere una forma di grado inferiore di dominazione imperialistica, rispetto a quella centrata sul tradizionale possesso coloniale (India, Cina, ecc.), la forma di dominazione semicoloniale esprime piuttosto un più elevato grado di sfruttamento imperialistico, in cui la sistematica rapina delle risorse di un Paese viene condotta con metodi molto efficienti e razionali, e con una copertura politico-ideologico assai raffinata.

Il movimento partigiano comandato da Fidel Castro, che aveva nei contadini poveri la sua base sociale – con qualche aggancio metropolitano che non ne cambiava i sostanziali connotati politici e sociali –, ebbe quindi come suo obiettivo fondamentale la liberazione del Paese dal diretto sfruttamento della potenza imperialistica, ciò che naturalmente postulava lo sviluppo capitalistico dell’isola caraibica. La scoperta castrista del “socialismo” arriverà dopo, quando il nuovo regime sarà costretto a dire sì al «fraterno aiuto» dei russi.

Ho scritto sfruttamento diretto perché nessun Paese che non abbia la dimensione sistemica della grande potenza, può sottrarsi dallo sfruttamento indiretto dell’Imperialismo, nell’accezione economico-sociale di questo concetto. Lo sfruttamento di un Paese relativamente arretrato sul piano economico da parte di un Paese relativamente più avanzato è, infatti, il pane quotidiano del Capitalismo colto nella sua dimensione mondiale, che poi è la dimensione naturale, quasi ovvia, di questa formazione storico-sociale. Dico questo per richiamare l’attenzione sull’infondatezza di certi principi “sovranisti”: persino gli Stati Uniti hanno lamentato il loro sfruttamento da parte del Giappone (anni Ottanta), come oggi lamentano quello cinese. Lenin parlava di «legge dello sviluppo ineguale del Capitalismo».

Alla fine del ’58 gli stati uniti abbandonano il dittatore-fantoccio Fulgencio Batista al suo inglorioso destino, e il movimento castrista ha facile gioco nei confronti di un esercito in rotta e privo di qualsiasi sostegno popolare. Castro nomina presidente Manuel Urrutia, un ex magistrato, e dichiara di non volere rompere le relazioni con Washington. Gli americani riconoscono immediatamente il nuovo regime cubano, provocando con ciò stesso le dimissioni dell’ambasciatore Earl Smith, fortemente compromesso col vecchio regime. Ancora nell’aprile del 1959, in visita a Washington, Castro ribadisce le sue «amichevoli» intenzioni nei confronti dell’ingombrante vicino di casa, la cui leadership si era peraltro divisa circa la linea da seguire nei confronti della nuova Cuba. Come al solito, «falchi» e «colombe» si disputavano la palma del miglior servitore dell’Imperialismo a stelle e strisce. Rimane il fatto che Eisenhower non volle ricevere il leader cubano. I timori americani per i cospicui capitali investiti nell’isola erano molto forti, e a giusta ragione.

Infatti, la riforma agraria e la nazionalizzazione delle attività economiche, due misure volte a velocizzare il processo di accumulazione capitalistica a partire dalla struttura sociale cubana (l’agricoltura era dominata dalla monocultura, che penalizzava fortemente il Paese caraibico nello scambio tra prodotti agricoli e prodotti industriali sul mercato mondiale), entravano in conflitto con gli interessi degli Stati Uniti, per i motivi esposti nella precedente citazione.

Detto di passaggio, quelle due misure economiche non solo non esorbitano dal quadro sociale capitalistico, ma anzi lo confermano e lo sviluppano nel contesto di un pianeta affollato di aggressivi capitalismi avidi di materie prime e di forza-lavoro a basso prezzo. Non a caso praticamente tutti i paesi giunti in ritardo all’appuntamento con il Capitalismo hanno dovuto adottare un modello di sviluppo per l’essenziale simile a quello appena abbozzato. E quasi tutti l’hanno spacciato per una variante nazionale di «socialismo»: «socialismo cinese», «socialismo arabo», «socialismo latinoamericano», e via di seguito. È il lascito dello stalinismo, che fu appunto l’espressione di un Capitalismo di Stato (imperialista) in guisa “comunista”. La maligna radice ideologica di tutti i «socialismi reali» è lì.

La banca nazionale, diretta – con poca perizia, per usare un eufemismo – da Ernesto Guevara, e l’Istituto per la Riforma Agraria, diretto da Antonio Nuñez Jimenez, si mettono alla testa del processo di trasformazione economico-sociale del Paese, intaccando fortemente gli interessi degli agrari e degli americani, che infatti smettono le maniere buone e iniziano a pianificare risposte sempre più aggressive. Nel 1960 gli Stati Uniti acquistano solo una minima parte della quantità di zucchero già contrattata con l’Avana, mettendo in crisi l’economia cubana, centrata appunto sulla produzione ed esportazione dell’«oro bianco».

È a questo punto che l’Unione Sovietica gioca la sua carta imperialista, offrendosi di acquistare 5 milioni di tonnellate di zucchero in cinque anni – peraltro a un prezzo favorevole ai sovietici – e concedendo all’Avana un prestito di 100 milioni di dollari. Nel marzo di quell’anno iniziano le confische delle imprese americane basate a Cuba, e gli americani, per ritorsione, bloccano l’importazione dello zucchero cubano. L’8 maggio Cuba ristabilisce le relazioni diplomatiche con l’URSS, provocando ulteriori misure ritorsive da parte americana – il 3 luglio il congresso americano decreta la totale soppressione delle importazioni di zucchero cubano. Abbastanza rapidamente Cuba entra stabilmente nell’orbita del blocco sovietico, fatto ratificato a dicembre dall’approvazione da parte di Guevara della dichiarazione moscovita sulla «questione cubana». Gli USA rompono le relazioni diplomatiche con Cuba.

C’è da dire che Guevara, convinto stalinista dal 1955 (dopo aver nutrito robuste simpatie peroniste, peraltro mai sconfessate e anzi sempre rivendicate), aveva caldeggiato un avvicinamento di Cuba all’Unione Sovietica fin dai tempi del suo primo incontro con Castro in Messico, posizione che lo mise subito in urto con il Movimento 26 Luglio, nelle cui file si contavano pochissimi “comunisti”. Lo stesso Partito – cosiddetto – Comunista Cubano non aveva alcun seguito popolare nell’isola caraibica, avendo esso in precedenza sostenuto il regime di Batista.

Significativamente, Guevara inizierà a prendere le distanze da Mosca (ma non dallo stalinismo: tutt’altro!) dopo la “crisi dei missili” del 1962, quando poté verificare fino a che punto i sovietici erano disposti a fare di Cuba l’avanguardia atomica del «blocco comunista». Il popolo cubano, disse risentito il Che, «è l’esempio spaventoso di un popolo che è preparato ad immolarsi attraverso le armi atomiche affinché le sue ceneri servano a cementare le nuove società, e che, quando si è concluso un accordo sul ritiro dei razzi atomici senza che lo si sia consultato, non emette un sospiro di sollievo, non accoglie la tregua con riconoscenza» (dalla biografia del Che di Pierre Kalfon, 1968). Agghiacciante, si dirà. Non c’è dubbio. Agghiacciante e in perfetta armonia con il nucleo centrale del pensiero pseudo rivoluzionario di Guevara. Inutile, forse, precisare che quando parlava di «nuove società» egli  aveva in testa la Russia di Stalin (e di Krusciov, almeno fino al 1962), la Cina di Mao, la Corea del Nord di Kim Il Sung e altre perle del «socialismo reale».

Con l’ingresso di Cuba nel «campo socialista», ossia nella sfera di influenza dell’Imperialismo sovietico, viene a perdersi anche la carica radicale-borghese dell’esperienza castrista, che si consuma interamente all’interno del conflitto tra le due superpotenze protagoniste della «guerra fredda». Avrebbe potuto scegliere altrimenti il regime di Castro, ossia di rimanere equidistante dalle due superpotenze? Questa domanda non ha alcun senso, perché la storia è fatta di rapporti di forza, e di “scelte” obtorto collo. Soprattutto quando si tratta di paesi strutturalmente deboli e inseriti in un «cortile di casa» assai inquietante. Il punto non è questo. Ciò che a mio avviso va compreso è che non bisogna chiedere a delle concrete esperienze storiche quello che esse non possono dare, sulla base della loro reale dimensione storico-sociale – nella fattispecie borghese al cento per cento. Coltivare illusioni sulla base di aspettative infondate è l’errore in assoluto più grave, per chi vuole conquistare un punto di vista davvero critico e radicale.

Per questo il mito della «rivoluzione cubana» – o cinese –, intesa come «una nuova via al socialismo», non fu un grande acquisto per i giovani che negli anni Sessanta e Settanta intesero rompere con il mito della «Russia Sovietica», ormai troppo consunto dai fatti. Surrogare la propria impotenza politica e sociale (da quando tempo l’Occidente non conosce un movimento sociale autenticamente rivoluzionario?) con modelli esotici non è stato un buon affare. A parer mio, beninteso.

16 pensieri su “RIFLESSIONI SULLA “RIVOLUZIONE CUBANA”

  1. Bene! Ho letto, ora devo solo approfondire poichè il punto di vista critico e radicale lo si acquisisce solo e dopo con la conoscenza dei fatti…
    Grazie

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  8. Dunque per te la rivoluzione o e’ mondiale o non e’? Nazionalizzazione e riforma agraria non sono misure socialiste ?

    • 1. Anche per me la rivoluzione sociale anticapitalistica si sviluppa nell’ambito nazionale, necessariamente, perché la dimensione nazionale è un dato di fatto*. La simultaneità della presa del potere su scala planetaria è un’ipotesi affascinante e bellissima, ma credo abbastanza utopistica. Penso anche che se la dimensione nazionale di una rivoluzione riuscita non viene superata quanto prima (e solo la prassi può stabilire la misura di questo tempo) la «costruzione del socialismo in un solo Paese» sia non un’utopia, ma un’ideologia ultrareazionaria buona solo a mistificare la realtà della sconfitta. Ogni riferimento alla controrivoluzione stalinista è del tutto voluto. La natura proletaria e socialista del Grande Azzardo leniniano non consistette, a mio modesto avviso, nelle misure economico-sociali prese dai bolscevichi dopo l’Ottobre, quasi tutte rubricabili come provvedimenti da economia di guerra (questo fu in pratica il “Comunismo di guerra”, come confesserà lo stesso Lenin nel 1921), ma nella dimensione internazionale di quella rivoluzione, nel porsi essa come avanguardia di un processo sociale rivoluzionario di respiro mondiale, o quantomeno europeo. La Russia come anello debole della catena imperialistica; la Rivoluzione Russa come scintilla che incendia il mondo: su queste basi Lenin architettò e implementò il Grande Azzardo. Com’è noto, il mondo non prese fuoco.

      2. In linea generale l’abolizione della rendita fondiaria e il superamento di tutti i rapporti agrari precapitalistici che impediscono, o solamente rallentano, l’accumulazione capitalistica rientrano classicamente nello schema della rivoluzione borghese. La riforma agraria può benissimo prendere la forma della la nazionalizzazione della terra senza esorbitare di un solo millimetro dalla dimensione capitalistica. Tutt’altro! Alla radicalità della riforma agraria corrisponde un’ascesa capitalistica più rapida e impetuosa, ed è esattamente quello che non è avvenuto ad esempio in Italia, in grazia alla nota alleanza fra capitale industriale del Nord e proprietà terriera del Sud, con le implicazioni sociali e politiche che conosciamo e il cui retaggio ancora in qualche modo avvertiamo.
      Com’è noto Lenin manifestò un grande interesse e una grande simpatia per il populismo cinese e per l’insieme del movimento democratico cinese in generale, il quale ebbe come suo leader riconosciuto Sun Yat-sen. Questo però non gli impedì di criticarne l’ideologia impregnata di socialismo piccolo-borghese, di fare luce sui «sogni socialisti», sulla «speranza di risparmiare alla Cina la via del capitalismo, di prevenire il capitalismo». L’analogia con il populismo russo è evidente. Commentando il Programma rivoluzionario-borghese di Sun Yat-sen Lenin tenne particolarmente a precisare, e non certo per un prurito dottrinario, che la riforma agraria sostenuta in quel Programma era certamente storicamente rivoluzionaria, ma non perché debordasse dai compiti borghesi quanto, al contrario, perché essa rispondeva nel modo più radicale alla necessità storicamente data in Cina di distruggere i rapporti sociali feudali. «Questa è la sostanza del “populismo” di Sun Yat-sen, del suo programma progressivo, combattivo, rivoluzionario, che propugna riforme agrarie democratiche borghesi, e della sua teoria cosiddetta socialista. Questa teoria, dal punto di vista della dottrina, è la teoria di un “socialista”-reazionario piccolo-borghese. … E Sun Yat-sen, con una semplicità inimitabile, vorrei dire verginale, distrugge egli stesso completamente la propria teoria populista reazionaria, riconoscendo ciò che la vita costringe a riconoscere, e precisamente: “La Cina è alla vigilia di un gigantesco sviluppo industriale” (cioè capitalistico); in Cina “il commercio” (cioè il capitalismo) “raggiungerà proporzioni enormi”, “fra cinquant’anni vi saranno da noi molte Sciangai” e cioè molti centri con milioni di abitanti, di ricchezza capitalistica e di indigenza e miseria proletaria» (Lenin, Democrazia e populismo in Cina, 1912, Opere, XVIII, pp. 155-156). Quando il rivoluzionario radicale borghese si mette in testa di poter percorrere una via originale al socialismo (o, più correttamente, a ciò che egli pensa sia il “socialismo”), ecco che egli appare, agli occhi Lenin, un reazionario piccolo-borghese da combattere sul piano politico-dottrinario perché le sue idee possono far breccia anche nel proletariato e sicuramente fra i contadini poveri. «E questo è il bello: la dialettica dei rapporti sociali della Cina consiste appunto nel fatto che i democratici cinesi, simpatizzando sinceramente col socialismo in Europa, lo hanno trasformato in una teoria reazionaria, e sulla base di questa teoria reazionaria che vuole “prevenire” il capitalismo, attuano un programma agrario puramente capitalistico, capitalistico al massimo grado». Adesso viene la parte che tocca il problema della nazionalizzazione: «In sostanza, a che cosa conduce la “rivoluzione economica” di cui parla Sun Yat-sen? Al passaggio della rendita fondiaria allo Stato, cioè alla nazionalizzazione della terra. […] Fare in modo che l’”aumento del valore” della terra sia “proprietà del popolo” significa trasmettere la rendita, cioè la proprietà della terra, allo Stato, o in altre parole: nazionalizzare la terra». È possibile una simile riforma nel quadro del capitalismo? Non soltanto è possibile, ma rappresenta di per sé il capitalismo più puro, conseguente al massimo grado, idealmente perfetto. Marx lo rilevò nella Miseria della filosofia, lo dimostrò particolareggiatamente nel III volume del Capitale e sviluppò questa tesi in modo particolarmente chiaro nella polemica con Rodbertus nelle Teorie del plusvalore». E poi Lenin continua illustrando la natura altamente capitalistica della nazionalizzazione della terra.
      Ebbene, mutatis mutandis, credo che la posizione di Lenin sul socialismo reazionario possa aiutarci a fare luce sullo stalinismo, sul maoismo, sul castrismo e su tutti i movimenti borghesi che si sono autoproclamati socialisti o, addirittura, comunisti, senza peraltro tralasciare di esaltare la propria caratteristica nazionale: ancora oggi si parla del «socialismo con caratteristiche cinesi»!

      * «Lassalle aveva considerato il movimento operaio dal più angusto punto di vista nazionale, in contrasto con il Manifesto comunista e con tutto il socialismo precedente. Lo si segue in questo e proprio dopo l’attività dell’Internazionale! Si comprende da sé che per poter, in genere, combattere, la classe operaia deve necessariamente organizzarsi nel proprio paese, in casa propria, come classe, e che l’interno di ogni paese è il teatro immediato della sua lotta. Per questo la sua lotta di classe è nazionale, come dice il Manifesto comunista, non per il contenuto, ma per la sua “forma”. Ma l’ambito dell’odierno Stato nazionale, per esempio del Reich tedesco, si trova a sua volta, economicamente, nell’ambito del mercato mondiale, e politicamente “nell’ambito del sistema degli Stati”» (K. Marx, Critica al programma di Gotha, 1875).

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  10. come analisi storica- sociale nulla da ridire ; mentre cambia il mio punto di vista sulla figura di che guevara , reputare guevara un sostenitore dello stalinismo e dei paesi socialisti degenerati mi sembra cosa molto eccessiva . il che guevara che io conosco non era un burocrate , anzi anche se la sua cultura politica non era molto avanzata era molto piu’ proiettato verso l’internazionalismo e aveva la stoffa del vero compagno.
    Purtroppo il tradimento si chiamava ” Mosca ” , essendo un paese imperialistico che difendeva i suoi privilegi di casta non poteva appoggiare in nessun modo nessun ipotesi internazionalista . infatti non era la prima volta che lo aveva dimostrato … lo aveva fatto soffocando la rivoluzione in Spagna , in germania aveva messo il potere nelle mani di hitler , in italia lo aveva fatto tradendo la resistenza partigina e trasformando il pci in un inutile partito riformista compromesso con la dc .. e per non parlare dell’ eroica battaglia di stalingrado , dove colui che aveva in primis distrutto e massacrato tutti i veri rivoluzionari del 17 e sostituiti con dei meri dirigenti menscevichi e poi avviato un processo antirivoluzionario trasformando la repubblica socialista in uno stato fascista ad eccezione dell’ economia pianificata , non esito’ a far massacrare dalle SS i cittadini di stalingrado dando l’ordine di non abbondonare le proprie abitazioni .. in quell ‘ occasione furono i cittadini( e il freddo ) a vincere e non lo stalinismo . Come si poteva sperare che paesi che avevano preso come proprio riferimento politico : le calunnie , i tradimenti , la viscidita’ e l’opportunismo creata ad arte da un ‘ assassino di nome Stalin .. potessero aiutare un giovane rivoluzionario nella famosa Bolivia . PS ( il comunismo e’ internazionalismo e l’utopia si chiama opportunismo).

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