CHIEDO VENIA, COMPAGNO SALUMIERE!

Il lavoro salariato è una merce, necessariamente. È, questa, un’ovvietà che solo il cinismo ideologico dei benecomunisti può revocare in dubbio.

Ieri scrivevo su Facebook:

«Non voglio finire la mia vita politica monetizzando il lavoro!» Pare che questo sia stato lo sfogo del salumiere Bersani dopo la bella conferenza stampa del duo decisionista Monti-Fornero. Qualcuno lo avverta che il lavoro (salariato) è «monetizzato», in Italia e in ogni parte del pianeta, ormai da svariati decenni. Diciamo da qualche secolo… Non ci credete? Chiedete all’avvinazzato di Trevieri! «Il borghese COMPERA il lavoro degli operai con del denaro. Per denaro essi gli VENDONO il loro lavoro» (K. Marx, Lavoro salariato e capitale). Cinica è la persona che denuncia la realtà, o la realtà che tutti subiamo? «Ma non dovrebbe essere così!» Certo, non dovrebbe… La Conferenza Episcopale Italiana ha espresso lo stesso concetto: «Il lavoro non può diventare una merce!» Il cattobenecomunismo è più vivo che mai?

Oggi il dibattito sulla natura mercantile, o meno, del lavoro impazza su tutti i quotidiani. Inutile dire che uno dei campioni del cattobenecomunismo (erede legittimo di quello che nella «Prima Repubblica» era definito «cattocomunismo»), il solito Nichi Narrazione Vendola, ha ribadito la colossale balla ideologica secondo la quale, nel Capitalismo, «il lavoro non deve diventare una merce». Come se non lo fosse già da sempre! Necessariamente, aggiungo. Pare che all’interno della stessa compagine governativa qualche ministro particolarmente sensibile alle idee del «cattolicesimo progressista» abbia insinuato la maligna ipotesi di un conflitto tra la «riforma del lavoro» e l’Art. 1 della Costituzione italiana. Tranquillizzo tutti: il lavoro che fonda la Repubblica Democratica di questo Paese, come la forma politico-costituzionale di ogni altro Paese al mondo, è il lavoro salariato, ossia la capacità lavorativa monetizzata, flessibile, precaria e sfruttata «in sé e per sé», già nel suo concetto. Ogni altra considerazione ha per me il significato di un capovolgimento ideologico della realtà funzionale all’impotenza politica e sociale di chi è costretto a vivere di salario, al punto da dover rivendicare, e non raramente supplicare, il lavoro che ne sancisce la maledizione sociale tutte le volte che il Capitale lo espelle dal processo produttivo.

«Non stiamo qui a cincischiare con la barba dell'ubriacone, vè!»

Molto interessante è invece quanto ha scritto Adriano Sofri sul Foglio di Giuliano Ferrara. Evidentemente memore di affrettate, e mai digerite, letture, Sofri ha ricordato a chi cita Marx per contraddire le affermazioni di Bersani e dell’arcivescovo Brigantini, che al comunista tedesco la natura mercificata del lavoro non piaceva affatto, e che egli anzi si batteva per «una sua liberazione e umanizzazione, esattamente come un bravo segretario del PD o un arcivescovo della CEI». Trasecolo! Non pensavo che il cattobenecomunismo si battesse per il superamento rivoluzionario del Capitalismo, in vista della Comunità Umana netta di merci, di denaro, di classi e di Stato. Chiedo venia, compagno salumiere!

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...