GLI SPETTRI DI VIA RASELLA E DELLE FOSSE ARDEATINE

Un Patriota!

La morte di Rosario Bentivegna, l’attentatore gappista di Via Rasella (Roma, 23 marzo 1944), ha per un momento riaperto vecchie diatribe intorno al reale significato politico-militare di quella azione al tritolo, la quale causò la morte di 32 militari del reparto di polizia militare tedesca Bozen ed ebbe come diretta e immediata conseguenza la strage delle Fosse Ardeatine come azione di rappresaglia ordinata personalmente da Hitler. In una intervista rilasciata a La Stampa di Torino del 3 aprile, Giovanni De Luna ha definito l’attentato di Via Rasella «Un atto necessario per spezzare l’attendismo dei romani», e così portare la lotta armata antinazista anche nella capitale. In questa maniera lo storico conferma quanto già si sapeva da sempre: l’obiettivo immediato dei GAP diretti dal PCI (nella persona di Giorgio Amendola) non erano i tedeschi, ma i romani, evidentemente considerati troppo timidi nei confronti degli ex alleai dai «comunisti badogliani» – secondo la definizione che ne diede una volta il Bentivegna. Dall’attentato i gappisti si aspettavano insomma una cieca e furibonda reazione da parte dei tedeschi (con rastrellamenti nei quartieri popolari di Roma e fucilazioni di massa), tale da spingere il sonnolente (almeno dal punto di vista degli stalinisti del PCI) popolo romano sul terreno della lotta armata. La bomba di Via Rasella avrebbe insomma dovuto dare la sveglia ai romani. D’altra parte, lo stesso Bentivegna conferma indirettamente questa tesi, ammettendo che «noi questo problema [della rappresaglia] non ce lo siamo posto: noi non ci aspettavamo né che facessero la rappresaglia, né che non la facessero» (Intervista a Enzo Cicchino, 1994, larchivio.com).

In effetti, fu proprio la cieca e indiscriminata rappresaglia tedesca l’obiettivo che i gappisti intesero perseguire, con esiti peraltro disastrosi, com’è noto. Infatti, i tedeschi non risposero con quella cieca violenza generalizzata che i «comunisti badogliani» si aspettavano, e il popolo romano non si sentì affatto spronato dalla loro azione terroristica. In compenso, 335 persone già nelle mani del nemico fecero la fine che sappiamo. Detto di passaggio, ma forse anche questo ha un senso, tra quei morti si contarono tanti appartenenti alla Resistenza di non osservanza togliattiana: i militanti di Bandiera Rossa, ad esempio, e non pochi partigiani di fedeltà monarchica. Qualche storico ha avanzato l’ipotesi, subito stigmatizzata come «revisionista e filofascista» dagli intellettuali “organici” all’ex PCI, che anche l’eliminazione di quella concorrenza politica non fosse in effetti tra gli ultimi obiettivi di chi organizzò l’attentato di Via Rasella.

Alessandro Benzoni (autore insieme alla figlia Elisa di un saggio intitolato Attentato e rappresaglia. Il PCI e Via Rasella (Marsilio, 1999), in parte corregge e in parte sviluppa la tesi di De Luna, tesi, ripeto, tutt’altro che originale (basta leggere il “classico” saggio di Giorgio Bocca sulla Resistenza). In effetti, osserva Benzoni in un’intervista a Radio Radicale, l’azione di Via Rasella si spiega con la «strategia comunista» volta a trasformare, attraverso un processo di azione-rappresaglia-reazione, la Resistenza romana, «che c’era e che dava i suoi frutti», in una vera e propria lotta armata di massa, in modo da scavalcare ed esautorare i capi «non comunisti» della Resistenza radicata nella capitale. Bisogna infatti ricordare che il Partito di Togliatti era allora la formazione politica italiana di gran lunga meglio organizzata, disciplinata e foraggiata (indovinate da chi), e quindi in grado di porsi come stato maggiore politico-militare di un esercito più o meno “regolare”. Giustamente Benzoni mette quella strategia «comunista» anche in relazione a quanto stava avvenendo ad Anzio, con lo sbarco degli «Alleati», forse politicamente più inclini verso i resistenti della capitale non legati a doppio filo con la Russia di Stalin, alleata protempore delle «grandi democrazie».

«Chi dice che Via Rasella è stata una strage è quanto meno uno sciocco. Via Rasella è stata un’azione di combattimento regolata, indetta e portata avanti da combattenti regolari che per quella azione sono stati decorati al Valor Militare. Quella azione ha comportato anche dei riconoscimenti da parte del Parlamento del Governo Italiano quando in qualche occasione qualcuno si è permesso di intervenire» (Rosario Bentivegna, dall’intervista citata). Bentivegna non aveva torto nell’esprimersi in quel modo, salvo che per un punto: l’azione di combattimento di Via Rasella fu, come qualsivoglia azione di combattimento decisa da qualsiasi entità statuale, una strage. La decorazione militare non confuta, ma semmai conferma la natura stragista di quell’azione, anche in relazione alla rappresaglia che essa determinò. La sentenza della Cassazione del 2007 che ha rubricato l’attentato di via Rasella come «atto di guerra», che come tale non ha nulla a che fare con attentati d’altro tipo (da quelli anarchici contro il re a quelli delle Brigate rosse a quelli dei terroristi, che «sono atti vili e non atti di valore in guerra»), conferma ancora una volta quanto appena detto e quanto dirò tra poco.

La guerra imperialista è «in sé» una strage di gigantesche proporzioni, e le ideologie che cercano di celarne il contenuto disumano chiamando in causa «alti e nobili intenti» non fanno che rafforzare la sua radice nichilista. Per questo si può senz’altro affermare che Via Rasella e le Fosse Ardeatine sono le due facce della stessa orrenda medaglia, ossia della Seconda Guerra Mondiale. Perché al netto delle ideologie resistenzialiste che tra pochi giorni avranno i loro canonici giorni di celebrazione Nazionale, la Resistenza fu, per l’Italia, la continuazione della guerra imperialista con altri mezzi, nelle mutate circostanze interne e internazionali. Oggi la Patria (la cui continuità storico-sociale non conosce alcuna soluzione di continuità dal fatidico 1861) piange la morte di un suo caro figlio. La Patria, appunto.

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2 thoughts on “GLI SPETTRI DI VIA RASELLA E DELLE FOSSE ARDEATINE

  1. VIA RASELLA
    Quando è morto Rosario ho ripensato a quello che facemmo col tritolo. Morirono 32 militari, polizia militare tedesca Bozen. Lo sapevamo che ci sarebbe stata una rappresaglia, un qualcosa tipo Fosse Ardeatine, ordine di Hitler. Che cosa dovevamo fare per spezzare la codardia dei romani? Che cosa dovevamo fare per dare avvio alla lotta armata antinazista a Roma? Noi non pensavamo ai tedeschi, ma ai romani codardi e letargici. La bomba doveva essere la nostra sveglia ai romani. Ma la sveglia per la resistenza non arrivò. I romani non si smossero ma, intanto, altre 335 persone morirono. E la lotta armata di massa? Noi eravamo patrioti combattenti ma collaborammo ad un atto di guerra confluito in una strage.
    Sinceramente,
    un patriota

  2. DA FACEBOOK

    «Al pari tuo, Sebastiano, considero i sindacati, la Costituzione più bella del mondo e anche la Resistenza, nell’affermarlo mi sanguina il cuore, con un padre che l’ha combattuta, come specchietti per prendere al laccio, da parte del potere, le allodole, che sono tanti, oserei dire troppi nel Bel Paese, per mantenere intatto lo status quo. Innegabile che la Resistenza fu l’altra faccia di una stessa medaglia orrenda, crudele, la guerra mondiale, combattuta con altri mezzi. Desidero, tuttavia, spezzare una lancia a suo favore citando gli scritti dell’ubriacone di Treviri, a te, come del resto anche al sottoscritto tanto caro. In un suo passo scrive delle ” mezze coscienze” che sono i vili, i pusillanimi, i restii, i recalcitranti gli affezionati del compromesso, é un monito , un invito a partecipare in prima persona e non astenersi, quei giovani che la Resistenza l’hanno fatta, non si sono tirati indietro, per cui meritano il nostro rispetto. Se poi furono manovrati, le colpe non sono da addebitarsi a loro. Dopo il primo Bando Graziani novembre 43 molti giovani aderirono alla Resistenza lo fecero anche con una buona dose di opportunismo, questo va sottolineato».

    Ho l’impressione che allora tutti i protagonisti dell’orrore obbedirono a degli ordini nell’ambito della stessa impresa criminale: la guerra imperialista. Lo stesso olocausto degli ebrei va messo nel conto di una Civiltà (la nostra, quella borghese) che non è riuscita a superare nemmeno vecchissimi pregiudizi, i quali nelle situazioni critiche mostrano la loro maligna vitalità spesa al servizio del Dominio sociale. Illumino, assai modestamente, qualche episodio della storia non per polemizzare con i suoi protagonisti, ma per parlare del nostro presente e del nostro futuro.

    «È il grande dilemma che nelle situazioni tragicamente eccezionali, guerre perlopiù, si presentano all’essere umano, ubbidire o non ubbidire anche a costo della propria vita. Però c’è da osservare una cosa nel caso del nazista in questione, che non si è mai pentito, non ha mai riconosciuto la crudeltà estrema di quell’evento… Mi pare che il pilota dell’aeroplano che sganciò la bomba atomica su Hiroshima, che non poteva non sapere l’immane distruzione che quel gesto avrebbe comportato, abbia riflettuto e rimuginato per tutta la vita e in modo doloroso su quello che aveva fatto pur ubbidendo a ordini superiori… Nel libro dello storico Claudio Pavone, dedicato alla Resistenza, si legge che dopo quella orribile strage il movimento partigiano meditò maggiormente sugli attentati».

    Grazie per il commento. Mi permetto di svolgere la “libera” riflessione che segue.

    L’obbediente soldato americano dall’alto dei cieli non vide il volto del nemico (perlopiù bambini, donne, vecchi: come disse Hitler alla fine dei suoi giorni «in questa guerra la prima linea è dappertutto»), non vide la sua pelle bruciare nell’inferno nucleare, non vide la sua ombra rimasta appiccicata al suolo. Il suo lavoro fu tecnicamente asettico, pulito, “professionale” nell’accezione più moderna – e disumana – del concetto. L’obbediente soldato tedesco, invece, si misurò senza mediazioni (salvo, ovviamente, la sua ideologia) con il corpo del nemico: ne vide il viso devastato dalla paura e dalla collera, ne ascoltò le imprecazioni, ne vide il sangue, ne annusò l’odore. Perché, dunque, dobbiamo concedere al primo, quasi presi da una sorta di riflesso condizionato, quello che non siamo disposti a concedere al secondo?
    Questa sola domanda mi espone al pericolo di venir considerato un “oggettivo” fiancheggiatore del Mostro? La cosa non mi tocca neanche di striscio, perché è contro l’ideologia dominante che mi batto. Il mio anticapitalismo “assoluto” mi ha fatto passare presso i sinistrorsi anche per un “oggettivo” berlusconiano, ragion per cui…
    Il senso dei miei due ultimi post è appunto questo: non dobbiamo rimanere impigliati nella cosiddetta etica della responsabilità, che ci sprona a credere che, alla fine, le decisioni che contano sono nelle nostre mani, mentre a mio avviso le cose stanno in modo affatto diverso. Per chiarire meglio quel senso, riporto alcuni passi di un mio post (L’avvocato delle cause perse e l’eroe del giorno) dedicato a un “Mostro” assai più modesto: Schettino. Trattasi di un’analogia, beninteso.

    […] «Io chiedo di inquadrare il comportamento di Schettino all’interno di questo quadro concettuale, non per assolverlo, ma per capire con che razza di società abbiamo a che fare. Come spesse volte scrivo, il Male è innanzitutto radicale, anche quando ama travestirsi con abiti banali.
    Se superiamo l’etica della responsabilità che la classe dominante, attraverso le sue molteplici e potenti istituzioni formative, ci inculca sin da bambini, conquistiamo un punto di vista che ci fa essere molto più indulgenti nei confronti degli individui, compresi quelli che la società giudica mostri o persone andate in avaria; e irriducibili avversari di questa stessa società.
    Occorre superare i nostri pregiudizi etici e iniziare a ragionare in termini di sistema sociale, anche quando riflettiamo su comportamenti individuali la cui riprovazione ci appare del tutto scontata. E invece niente è scontato in questa dimensione esistenziale altamente irrazionale e assoggettata a mille incognite. Tutti siamo potenzialmente «Mostri» e «socialmente irresponsabili». Gettare a cuor leggero, e con una malcelata soddisfazione (e qui l’invidia sociale ha il suo peso, non c’è niente da fare), l’ex Comandante della Concordia tra i relitti umani, significa spegnere la nostra capacità di critica, e affidarci come alghe impotenti alla corrente dominante.
    Certo, il Comandante De Falco, l’eroe del giorno, «la voce del dovere», colui che incarna «l’Italia vera», e che in qualche modo ha fatto giustizia del vero italico carattere, il quale non avrebbe nulla a che fare col reietto Schettino; egli, dicevo, giustamente ci appare come il vincente, il simpatico, il socialmente responsabile. «Lui sì che ha le palle!» Indubbiamente. Dentro il Caos, De Falco ha incarnato il Principio d’Ordine. Nulla da eccepire. Ricordo solo che quest’Ordine ha una sostanza radicalmente disumana. Infatti, lo stesso Comandante che oggi ha salvato vite umane, domani, se la patria (anche quella Europea) lo esigesse, probabilmente non avrebbe alcuna remora nel distruggere molte più vite di quante non ne abbia tratte in salvo in tutta la sua esistenza. In ossequio allo stesso disumano Principio. Ecco perché chiedo indulgenza e comprensione per le singole persone, e condanna senza attenuanti per una società che fa naufragare ogni barlume di umanità».

    F. T: «Condivido. I ruoli dei De Falco e degli Schettino sono del tutto intercambiabili, in una società orientata al dominio. E però, però. Uno che salva vite è pur sempre uno che salva vite, fosse solo in quel momento e in quella specifica situazione. E un Salvo D’Acquisto è pur sempre un individuo migliore di un Priebke».

    A. B: «C’è poco da sottilizzare: in una situazione di catastrofe umanitaria, non vale più il metro di giudizio della responsabilità individuale, ma quello che si eleva sino a condannare le leggi e la morale del sistema dominante, di fronte al quale una grande personalità agisce in nome di una condanna critica al sistema che ha prodotto quella catastrofe:il capitalismo dominante. Solo dal punto di vista storico-critico si recupera la validità di giudizio! Tutti gli altri sfoghi e piagnistei sono il prodotto di una identificazione individuale col sistema di morte e di sfruttamento (lo si chiami democratico imperialista, o fasci-nazista, o stalinista, come si vuole!) dominante. Solo chi sa fuoriuscire da questi ed altri “mostri della Storia”, con gli atti e col pensiero, può fregiarsi del serto di appartenenza al “genere umano” in quanto agisce e lavora per la “umanizzazione della Natura e del Cosmo” !»

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