DOPO LA LEGA “ROMANA”, UNA LEGA “TEDESCA”?

La vicenda politico-giudiziaria che sta “travagliando” la Lega di Umberto Bossi offre allo sguardo dell’analista politico più di un’analogia con l’ingloriosa fine del PSI di Bettino Craxi, e per certi versi di quell’epilogo essa appare alla stregua di una vera e propria nemesi storica. Certo, alludo anche al famigerato cappio esibito dai Verdi Padani nella grigia aula parlamentare dinanzi al cinghialone socialista ormai agonizzante; ma alludo soprattutto ad altro. Anzi, a ben altro, per irritare i nemici del benaltrismo.

Alludo alla Questione Settentrionale. «E la Questione Morale, dove la metti?» Per amor di decenza, e alla luce della Santa ricorrenza, preferisco astenermi dalla risposta, che sarebbe oltremodo volgare e sconveniente. La cosiddetta «Questione Morale» la lascio ai credenti nella società (capitalistica) retta dagli Onesti, soprattutto a quelli che militano nella fazione sinistrorsa di Miserabilandia. Lascio a giornali come Repubblica, Il Manifesto e Il Fascio Quotidiano l’insulsa riproposizione dei luogocomunismi intorno al fenomeno leghista, scioccamente concepito, insieme a quello berlusconiano, come la sentina di tutti gli italici vizi: egoismo individualista, incultura, inciviltà, repulsione per lo Stato (magari!), razzismo e chi più ne ha, più ne metta. Il tutto, ovviamente, per sbandierata la solita balla della «diversità» progressista. Diversità non solo politico-etica, perché sarebbe ancora troppo poco, inadeguata a cogliere l’abisso che separa il «Popolo de Sinistra» da quello della «Destra». No, la diversità sinistrorsa deve spingersi oltre, fino a toccare, nientemeno, il terreno antropologico, e non a caso in quei giornali sempre più frequentemente si ricorre alla fisiognomica lombrosiana per inchiodare «i ladri» e gli zotici.

Per ridicolizzare la «Sinistra» di Miserabilandia è sufficiente citare un campione della «Destra», Giuliano Ferrara, la cui analisi della vicenda leghista lascia almeno capire qualcosa ai cervelli che rifiutano l’intruppamento luogocomunista e benecomunista – peraltro due facce della stessa medaglia. Scrive oggi Ferrara su Il Giornale: «Del bossismo non ho amato mai nulla, non ho mai urlato il «grazie barbari» del compianto Giorgio Bocca, non ho mai flirtato in chiave antipolitica con il cappio in Parlamento e tutto il resto di “Milano, Italia”. A me piaceva il garibaldino Craxi e, se era per la Lega e i suoi tesorieri, preferivo Citaristi e la Dc. Di nemesi non sono autorizzati a parlare quelli di Repubblica. Sono sempre stati, loro e il loro esercito politico di riferimento, dalla parte del giustizialismo, anche di quello duro e puro alla leghista, se era per colpire chi non rientrava nel cerchio magico dei loro interessi e pregiudizi. Troppe ne abbiamo viste, noi garantisti, di nemesi. A partire dal loro eroe preferito Di Pietro, anche lì macchine sgargianti e un partito padronale-contadino, per finire con la sinistra perbene che i suoi sistemi fatti apposta per abusare dei finanziamenti pubblici e accaparrarsi ogni tipo di finanziamento irregolare li ha messi in piedi senza pudore o, se volete, con grande ipocrisia». Senza parlare della Lega come «costola della sinistra» a suo tempo teorizzata dal noto statista coi baffini, tra l’altro nel periodo in cui Bossi, per non farsi fagocitare dal «mafioso di Arcore», radicalizzava il suo movimento in chiave “secessionista”.

Come hanno scritto in questi giorni i commentatori politici più lucidi del Paese, confondere il leghismo con la sua rozza e imbarazzante (per i non “padani”!) fenomenologia politica e “culturale” significa non capire nulla dei processi sociali, perché ci si accontenta  della schiuma dei fatti. Come altre volte anch’io, molto più modestamente, ho scritto, la Lega si spiega soprattutto con la relativa arretratezza del sistema capitalistico italiano, gravato da quelle magagne (spesa pubblica improduttiva, statalismo soffocante, enorme tassazione, carenza di moderne infrastrutture, ecc.) che oggi ci presentano il salatissimo conto sotto forma di ulteriori stangate fiscali, “riforme” del Welfare e del mercato del lavoro, “commissariamento tecnocratico” e germanico, e quant’altro possiamo osservare in questi amari tempi di crisi. Il gap sistemico tra Nord e Sud sintetizza la Questione Italiana, e spiega l’avvento del leghismo come immediata espressione della Questione Settentrionale. Che le contraddizioni sociali accumulate dal Paese nel corso di 150 anni trovassero il necessario salto qualitativo (politico) nella sua area capitalisticamente più avanzata e dinamica, può sorprendere solo chi è avvezzo alle analisi superficiali, e a chi si fa distrarre dalla coscienza che i movimenti hanno di se stessi. Ma che sotto la volgare canottiera del Senatur si celasse un problema di accumulazione capitalistica, nell’accezione allargata del concetto – quella che, ad esempio, coglie il rapporto tra processo economico e «Stato Sociale» –, non era un mistero per nessuno, salvo che per gli intellettuali gramsciani.

Come può sperare di competere col resto del mondo l’area storicamente più produttiva e moderna del Paese, quando la struttura sociale complessiva (l’economia, la politica, la stessa stratificazione sociale, ecc.) di quest’ultimo mostra tutta la sua inefficienza? Di qui, la Lega. Che già agli inizi degli anni Novanta Bossi, nei suoi godibilissimi comizi «popolani», ponesse con chiarezza la questione del debito sovrano italiano («Dobbiamo dividere il mostruoso debito pubblico fra le diverse macroregioni, e poi ognuno per la sua strada!»), e rivendicasse una politica protezionista nei confronti della Cina, la dice lunga sulla matrice sociale del leghismo, che solo gli indigenti di pensiero hanno creduto di poter ridurre a fenomeno folcloristico, magari dopo essersi illusi di poterlo usare in chiave antiberlusconiana, come accadde nel ’95.

Lungi dall’essersi esaurite, o depotenziate, le ragioni oggettive del leghismo si sono piuttosto rafforzate con l’irruzione della crisi, e quando in Cina Mario Monti, rispondendo alle accuse di incompetenza («per imporre nuove tasse bastava mettere al governo un cretino qualsiasi!») che gli sono state rivolte, ha detto che chi non vuole nuove tasse istiga alla «macelleria sociale, come in Grecia e in Spagna» (e in Inghilterra, aggiungo io), egli ha lasciato intuire cosa bolle in pentola: l’attacco alla spesa pubblica improduttiva, ossia agli stipendi della pubblica amministrazione e a tutte quelle inefficienze che rendono possibile l’esistenza di centinaia di migliaia di individui stipendiati o assistiti, con relative famiglie. Il leghismo non è, in primis, un’ideologia, ma l’espressione di una reale questione. Sotto quest’aspetto, esso si trova anche nelle parole della Cancelliera Tedesca.

Ma trasformare profondamente il Paese è un’impresa che si è rivelata difficile per tutte le classi dirigenti, compresa quella fascista, che a suo tempo si era illusa di «rendere irriconoscibile» l’Italia a se stessa e agli stranieri nell’arco di dieci anni: trasformerò profondamente l’Italia «nel suo volto, ma soprattutto nella sua anima», disse una volta il Duce al limitare degli anni Venti. Insisto con queste analogie storiche per dare il senso della continuità dei problemi strutturali che pesano sulla capacità competitiva del Bel Paese. E poi, in molti discorsi di Monti e della Fornero si coglie l’ambizione e l’urgenza di fare degli italiani dei «cittadini migliori», meno pigri, meno piagnucolosi, meno provinciali, e più produttivi e vogliosi di vincere «le sfide della competizione globale». Mussolini direbbe che è una causa persa, in questo in accordo col defenestrato Cavaliere Nero di Arcore.

Ernesto Galli della Loggia oggi scrive sul Corriere della Sera che la Lega non è riuscita a fare della Questione Settentrionale un progetto nazionale, rimanendo impigliata nella dimensione corporativa e rivendicativa di sindacato del Nord. In effetti, la visione nazionale della Lega cessa di esistere con la morte di Gianfranco Miglio, proprio quando la trasformazione federalista dell’Italia sul modello delle macroregioni proposto dalla Fondazione Agnelli sembrava a portata di mano, dopo il successo elettorale di Berlusconi del ’94. Scriveva «il teorico della Lega» nel ’93: «Nella vecchia logica dello Stato moderno si cercava ciò che poteva unire le nazioni e si rifiutava ciò che le divideva. Oggi la gente rifiuta questa maniera di ragionare. L’hanno rifiutata in Cecoslovacchia, la stanno rifiutando in Belgio e in Canada, per non parlare dell’ex impero russo. A poco a poco questa linea verrà respinta dappertutto, perché prevarrà la forza dell’economia, del mercato mondiale … Ecco la radice del neofederalismo. È un’idea molto democratica, perché fondata sulla libera volontà di stare insieme. È un nuovo diritto pubblico, fondato sul contratto, sulla puntualità di tutti i rapporti, sulla eliminazione dell’eternità del patto: si sta insieme per trent’anni, cinquant’anni, poi si ridiscute tutto. Ma per quel periodo l’accordo va rispettato» (G. Miglio, Ex uno Plures, in Limes 4/93). Nella visione strategica di Miglio il federalismo competitivo a guida nordista avrebbe dovuto risollevare le sorti dell’intero Paese, anche se attraverso una sua ristrutturazione sociale assai dolorosa e costosa, anche sul piano del consenso elettorale.

Il fallimento di questa strategia di ampio respiro più che testimoniare contro le capacità politiche della Lega, rende soprattutto evidente la complessità e la difficoltà dell’impresa. Il movimento di Bossi è dovuto venire a patti con quella complessità e con gli interessi sociali assai radicati nella struttura sistemica (economica, politica, istituzionale, culturale) del Paese, e se nell’ambito delle regioni del Nord la sua «rivoluzione federale» qualcosa di buono (per la società capitalistica, beninteso) ha prodotto, sul livello nazionale il risultato è stato largamente deludente. Ma, ripeto, non tanto per ragioni imputabili principalmente alla Lega, la quale alla fine si è dovuta “romanizzare”, ossia normalizzare sul piano istituzionale, rimanendo alla fine più trasformata dalla situazione nazionale di quanto essa non sia stata in grado di cambiarla – questo è il tratto che accomuna la Lega di Bossi al PSI di Craxi, il «partito del rinnovamento» degli anni Ottanta. I limiti dell’azione leghista ci fanno insomma capire quanto i problemi sistemici che afferrano il Paese siano di difficile soluzione, e non è affatto detto né che la Lega di Bossi sia morta, appunto perché le sue ragioni sociali sono tutt’altro che indebolite, né che, in caso contrario, non arrivi dopo di essa una Super Lega, una Lega al cubo, molto meno “romana”, e assai più tedesca.

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