LA FORMICA DISSE ALLA CICALA…

La crisi che scuote le fondamenta dell’Unione Europea può apparire il suicidio di un ambizioso progetto politico-sociale solo agli occhi di chi, come Paul Krugman, non ha capito la vera natura e il significato storico di quella “strana” creatura. Di qui tutte le infondate illusioni, oggi andate miseramente in fumo, dei progressisti del Vecchio Continente e delle élite d’oltre oceano.

Nel suo commovente Il sogno europeo (2004), Jeremy Rifkin portava come testimonianza della superiore civiltà degli europei, ideologicamente contrapposti ai declinanti americani, «i diritti degli animali» introdotti nell’UE con il trattato di Amsterdam del 2001. Soprattutto la Germania, scriveva Rifkin, si distingue in questa nuova sensibilità animalista che rompe con la cinica concezione meccanicista introdotta da Cartesio (sempre colpa del francese!): «Il governo tedesco incentiva gli allevatori a concedere a ogni animale 20 secondi al giorno di contatto con l’uomo e a dare loro due tre giocattoli, per impedire che diventino aggressivi fra loro. Questo studio sui maiali non è che un minimo assaggio di quanto sta accadendo nel nuovo campo della ricerca sulle emozioni e le capacità cognitive degli animali». Trattandosi di maiali la locuzione «minimo assaggio» appare quanto mai pertinente. Personalmente sono per un massimo assaggio, e per questo sarei disposto a dedicare 40 secondi del mio prezioso tempo ad addolcire la carne, pardon: la vita delle buone bestiole.

Gli europei sapranno mantenere le promesse di uno sviluppo economico più umano ed ecosostenibile «anche se l’economia mondiale precipitasse in una recessione profonda e prolungata o in una depressione globale?». Con questa domanda Rifkin chiudeva il suo saggio apologetico sul Sogno europeo. Otto anni dopo il suo sogno è diventato un incubo, e la Germania si ripresenta ai suoi occhi, non alla stregua della Nazione-guida di un Continente che vuole lasciarsi definitivamente alle spalle le mostruosità del XX secolo, bensì come la Potenza velleitaria e pericolosa di sempre.

Persino il vecchio Helmut Koll ha rimproverato alla Cancelliera di Ferro un atteggiamento troppo arrogante nei confronti dei partner europei, e le ha ricordato che quando la Germania ha voluto mettersi alla testa del processo storico ha fatto solo disastri. «Noi dobbiamo stare alla coda, non alla testa!» Più facile a dirsi che a farsi per la Potenza fatale. La superiorità capitalistica di un Paese genera una serie di conseguenze che possono venir moderate e imbrigliate, ma non del tutto depotenziate e addomesticate in grazia di una visione politica lungimirante e “pacifista”. La fine della «guerra fredda», l’unificazione tedesca, l’accelerazione nel processo di globalizzazione capitalistica e la crisi economica hanno portato la Germania là dove essa deve stare: alla testa del Vecchio Continente. Ci sarà l’annunciato disastro? Lo scopriremo solo vivendo.

Allora adesso balla!

Sul New York Times del 15 Aprile Krugman ha imputato soprattutto alla Germania la «folle politica suicida» che alla fine avrà nella morte dell’euro e della stessa Unione Europea la sua tragica ma coerente conclusione. Con ciò egli mostra di non comprendere fino a che punto per la Germania è importante la guerra economica e politica (sistemica, in una sola parola) in corso. La società tedesca non ha alcuna intenzione di trasferire parte della propria ricchezza verso il Mezzogiorno d’Europa impigliato nella trappola del debito sovrano. A meno che l’«aiuto fraterno» della formica teutonica alle cicale del Sud non abbia come contropartita una loro rapida e certa germanizzazione. «Rientrate nei miei ranghi!» Tutto il resto, compresa l’accusa di «moralismo» rivolta oggi ai tedeschi da un Giuliano Ferrara tifoso sfegatato delle tesi sostenute dal keynesiano Krugman, lascia il tempo che trova. Rimproverare alla Germania di essersi arricchita anche grazie al mercato che le cicale le hanno messo a disposizione, per un verso è puerile, nonché indice di un’abissale indigenza intellettuale e politica; e per altro verso è estremamente sintomatico dei tempi che si annunciano.

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