SPENDING REVIEW

Si scrive spending review ma si legge lacrime e sangue. Molte lacrime, a dire il vero, e tanto sangue da versare sull’altare della salvezza nazionale. In alto loco molti ne parlano, chi con discrezione e circospezione, chi con esaltazione e infatuazione, ma nessuno osa entrare nel merito della cosa, specificarne i contenuti, fare i metaforici nomi e cognomi. E così la questione rimane sospesa nell’aria, come una gigantesca spada di Damocle che minaccia di abbattersi sul Bel Paese da un momento all’altro.

Come si ristruttura radicalmente la spesa pubblica in Italia? Sì, perché gira e rigira tutte le discussioni intorno al che fare? per iniziare a costruire i gradini della scala che dovrebbe portarci fuori dalla crisi finiscono per ruotare ossessivamente intorno a quella domanda. Si fa presto a dire spending review! Naturalmente chi ci governa sa benissimo di che si tratta, ma nessuno vuole assumersi fino in fondo la responsabilità della «macelleria sociale» che la cosa implica, per non perdere consenso elettorale, certo, ma anche per non evocare lo spettro di un duro e duraturo conflitto sociale, a cui la società italiana, corporativa e statalista dai tempi della Grande Crisi, non è abituata. Non per niente i capi sindacali hanno rimproverato al duo Monti-Fornero l’intenzione di voler licenziare la «politica della concertazione».

Il problema è noto: per un verso la crisi economica esigerebbe una politica economica tesa a rendere più facili, o solo meno problematici, gli investimenti privati, attraverso un alleggerimento del carico fiscale (oggi intorno al 47%, ma si parla di una «pressione fiscale reale» che supera il 50%), agevolazioni fiscali d’ogni tipo (anche in deroga ai trattati europei sulla concorrenza), prestiti pubblici a fondo perduto, investimenti pubblici in opere infrastrutturali materiali e immateriali (ricerca scientifica inclusa), e così via. Per altro verso, la crisi del debito, aggravata dalla crisi economica generale (con relativo indebolimento del gettito fiscale), suggerisce ai governi di praticare politiche economiche di segno contrario a quanto appena detto. L’obesità degli interessi sul debito è tale, da fagocitare una parte sempre più consistente dei capitali che lo Stato riesce a rastrellare in giro, generando una vera e propria trappola del debito che si autoalimenta in modo davvero imbarazzante – per chi ci amministra. Se la spesa per il rimborso di prestiti nel 1960 era pari al 3,9% sul totale della spesa pubblica, mezzo secolo dopo si arriva alla mostruosa cifra di oltre il 25,2%. Contestualmente la spesa per l’amministrazione generale è passata, nello stesso periodo, dal 27% al 36%. L’incubo dello  non è solo – lo è in parte, perché la catastrofe è una merce che si vende sempre molto bene – un’invenzione giornalistica. Il debito pubblico si avvita su se stesso, stritolando i poveri contribuenti e rendendo più difficile la ripresa dell’accumulazione capitalistica in grande stile, che è poi la sola vera cura ai mali che oggi affliggono il Capitalismo occidentale.

La trappola del debito sovrano non consente all’Italia – ma analogo discorso si può estendere a tutto il Mezzogiorno europeo – di attuare quelle politiche “keynesiane” che ormai tutti, compresi i liberisti più ortodossi, invocano a gran voce, e con grande indignazione per il «commissariamento tecnocratico» del Paese imposto dalla Germania e dalla Banca Centrale Europea, cioè da Francoforte… La Germania, dal canto suo, non sarebbe contraria, in linea di principio, a che moderate misure “keynesiane” fossero implementate nei paesi europei più colpiti dalla crisi, anche perché la loro ridotta capacità d’acquisto non può lasciare indifferente un capitalismo orientato scientificamente alle esportazioni (l’80% del surplus commerciale tedesco è nei confronti degli altri Paesi europei). Tanto più che nella patria della Cancelliera di ferro Keynes parla molto bene il tedesco, all’occorrenza. La buonanima di Adolf ne sa qualcosa. Ma, e questo è il punto dirimente che i nemici della Germania rigorista fanno finta di non capire, per i tedeschi quelle misure espansive devono presupporre una profonda ristrutturazione della spesa pubblica nella zona euro, per scongiurare che la festa delle cicale si traduca in un trasferimento di ricchezza ai danni delle formiche.

I tedeschi ci guardano...

Allargare i cordoni della borsa di Pantalone per dare un po’ di sollievo a un’economia abbastanza acciaccata oggi, fermo restando lo status quo nella struttura e nei numeri del bilancio statale, non è possibile, e giustamente Monti ha criticato chi ha voluto interpretare le vicende francesi e olandesi come la fine del rigorismo finanziario. «Giustamente», beninteso, dal punto di vista del Sistema Paese. Subito dopo il successo elettorale – peraltro inferiore alle attese – di François Hollande da Francoforte è partita la bordata rigorista: «comunque vadano le cose in Francia il fiscal compact non si tocca». Approfittando della Sacra ricorrenza nazionale ieri il premier italiano ha dichiarato che «dobbiamo liberarci dai vecchi modi di pensare e di vivere». Chissà cosa intendeva dire… Intanto, la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, voluta soprattutto dalla Germania, fa capire fino a che punto l’economia si fa sistema sociale tout court.

Rigorismo, dunque. Oppure? In effetti ci sarebbe una “terza via” tra una politica “spendacciona” e un’altra vocata a un ottuso fiscalismo contabile, e a ben guardare sarebbe la via maestra, e nessuno può escludere che alla fine il Paese sarà costretto a imboccarla, e a bere dall’amaro calice della spending review fino all’ultima goccia. E qui arriviamo alle lacrime e al sangue, o alla «macelleria sociale», se suona meglio. È sufficiente compulsare anche solo sbrigativamente la composizione della spesa pubblica italiana per capire fino a che punto essa dreni capitali privati, attraverso tasse, imposte e balzelli d’ogni genere, per scopi assolutamente improduttivi. (Inutile dire che il metro di valutazione cui faccio riferimento è l’unico possibile nella vigente società: la redditività del capitale investito in termini di profitti. Ogni concezione benecomunista qui è bandita, nel modo più assoluto). Attaccare prima con l’ascia, e poi col bisturi interi «capitoli di spesa» metterebbe il Paese nelle condizioni di liberare capitali, pubblici e privati, oggi indisponibili per il processo di accumulazione allargato, mentre tasse, patrimoniali, lotta all’evasione fiscale e al «lavoro nero» e altre misure «politicamente corrette» nell’immediato sortiscono l’effetto di deprimere ulteriormente un quadro economico-sociale già abbastanza deprimente.

Ieri il Wall Street Journal ha definito «ipocrita» il dibattito europeo intorno al falso problema crescita o austerità?, e ha soprattutto criticato i keynesiani ideologici, i quali sostengono che spendendo di più si otterrà la crescita, mentre la realtà dimostra «che la spesa pubblica finanziata con le tasse non può portare alla prosperità». Ricetta? «Liberalizzare l’economia, a partire dal mercato del lavoro, e tagliare la spesa pubblica improduttiva». Il capitale non si stampa col torchio del Tesoro, ma si genera attraverso lo sfruttamento intensivo della capacità lavorativa. È dai tempi di Quesnay e Adam Smith che la cosa è nota. Checché ne dica Toni Negri… Anche Mario Draghi lo ha detto chiaro e tondo ieri all’europarlamento: i governi ricorrono alle tasse perché non vogliono toccare la spesa pubblica improduttiva, e ciò li costringe a manovre finanziarie recessive. È un mantra: tagliare la spesa pubblica improduttiva.

Spending review significa appunto tagliare, accorpare, controllare, alleggerire, razionalizzare, riorganizzare, disciplinare, economizzare, privatizzare e, dulcis in fundo, licenziare, nonché comprimere il più possibile gli stipendi dei lavoratori statali, i quali consumano ricchezza sociale senza crearne alcuna. Non l’ideologia liberista ma la prassi capitalistica fa di questi lavoratori uno strato sociale economicamente parassitario.

Sto forse cercando di dare dei consigli a chi ci amministra con tanta cura? Non credo che le mie parole possano arrivare in così alto loco, né intendo dare il mio contributo all’elaborazione di politiche economiche alternative, ”reazionarie” (liberiste) o “progressiste” (keynesiane) che siano. Invito solo a prendere molto sul serio le ragioni del Capitale, colto nella sua dimensione sociale, per meglio contrastarle e affermare con forza le ragioni delle classi dominate. Ragioni che, a ben guardare, vanno ben oltre le lotte per affermare un diritto alla mera – o «dignitosa» – sopravvivenza.

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6 pensieri su “SPENDING REVIEW

  1. nella famosa lettera di trichet/draghi a berlusca/tremonti occuparsi della funzione pubblica, dopo la privatizzazione dei servizi pubblici locali, l’innalzamento dell’età pensionabile e la riforma del lavoro, era il punto subito successivo
    “il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi.” dicevano, e così sarà: il programma è stato seguito punto dopo punto.
    anzi no: si devono ancora vendere quel 30% di ENI-ENEL-Finmeccanica ancora in mano al tesoro e cartolarizzare quel che rimane del demanio

  2. I linea di massima sono d’accordo con lei, vorrei solo aggiugere qualche considerazione.
    Quello che lei dice é tanto piu’ vero, in quanto siamo in una fase recessiva per eccesso di liberismo. Liberismo selvaggio che ha obbligato gli stati ad accollallarsi le perdite del sistema privato, provocando la crisi del debito, che paradossalmente, ci impedisce di attuare politiche Keynesiane in un momento in cui tornerebbero molto utili. Questo vale per l’economia internazionale in genere, vedi Irlanda,Islanda,Gran Bretagna, USA ecc.

    Il discorso per l’Italia é diverso: la crisi del debito non é di natura finanziaria privata, ma di natura finanziaria politica, dovuta alle decisioni scellerate dei governi che si sono susseguiti negli ultimi trent’anni che di fatto hanno finanziato molto in deficit e poco con imposizione fiscale. Dico poca imposizione fiscale rispetto alla generalità dei cittadini italiani e non rispetto a determinate categorie che hanno fatto fin troppo in questo senso.(E non intendo dipendenti pubblici, ma i dipendenti del privato e i pensionati del privato.)

    Tutti sappiamo che i tagli di spesa, a parte alcuni settori(intendo gli stipendi e le pensioni milionarie nella PA) sono deflattivi, non per questo non vanno fatti, ma anche l’evasione fiscale lo é, basti pensare che raccogliere parte di quel capitale consentirebbe un ribasso della pressione fiscale sulle imprese con probabili effetti benefici sull’occupazione e darebbe sollievo alle classi meno agiate che in quanto tali hanno una propensione al consumo molto elevata che in qualche modo potrebbe contrastare la caduta della domanda effettiva. Le tasse sui grandi patrimoni hanno lo stesso effetto della lotta all’evasione ai fini del livello dell’attività produttiva.

    Solo questo volevo aggiungere al suo ottimo articolo: esiste spazio anche dal lato dell’entrate per rimediare al disastro che stiamo vivendo.

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