L’ALBA DEI MORTI VIVENTI

Ennesimo tentativo di accorpare i rimasugli della sparsa diaspora del “glorioso” PCI. Si chiama Alba (acronimo che mi rifiuto di spiegare, per decenza), ed ha l’ambizione di dar corpo a un «Soggetto Politico Nuovo», probabilmente collocato a “sinistra” del PD. Sponsor ufficiale Il Manifesto, il noto quotidiano che ama definirsi «comunista» – o forse, da domani, benecomunista –, ma che per sopravvivere non disdegna di elemosinare i soldi al Leviatano. Questo a proposito di “comunismo” e di “benecomunismo”.

«Quale urgenza sentono le migliaia di persone che hanno sottoscritto “il Manifesto pubblicato su il manifesto”? Io credo che molti finalmente, dopo la fasulla liberazione da Berlusconi, abbiano capito dove sia il nemico e quale sia la vittima del suo agire spietato e cinico. Il neoliberismo, per la prima volta in crisi di egemonia dopo la caduta del muro di Berlino» (U. Mattei, A Firenze, per cominciare, Il Manifesto, 28 aprile 2012). Si capisce che quanto a originalità gli albisti sono messi piuttosto maluccio. Infatti, è dal 1989, da quando il muro di Berlino è precipitato sulla loro zucca, che gli statalisti dell’ex PCI e dintorni ripetono il mantra del «neoliberismo» cinico e baro. Un po’ più di originalità, cribbio! Adesso che la crisi economica chiama in causa lo Stato per rendere meno dirompente il conflitto sociale e più agevole la ripresa in grande stile dell’accumulazione capitalistica, gli albisti si sentono meno depressi, con ciò stesso rendendo evidente la natura ultrareazionaria (appunto statalista o «benecomunista», per usare un termine meno sputtanato) del loro progetto politico.

I MILLE VOLTI DEL LEVIATANO

«Dobbiamo sostituire il potere degli usurpatori nel minor tempo possibile con un governo partecipato e condiviso che faccia dell’Italia il primo paese occidentale a rompere davvero col neoliberismo (come fatto da diversi paesi e da ultimo l’Argentina con la nazionalizzazione del petrolio». Dopo la Russia, la Cina e Cuba, ecco il nuovo Paese-modello dei social-nazionalisti (uso il termine in senso tecnico, senza alcuna allusione storica) nostrani. Dimenticavo: c’è pure il Venezuela di Chávez. Dal «neoliberismo» che avrebbe fatto fallimento (ricordo che la crisi economica è immanente al concetto stesso di Capitale: vedasi Il Capitale) al nazionalismo economico? Se pensiamo che tra i firmatari del manifesto albista figura Luciano Gallino, il teorico del Finanzcapitalismo e promotore di un keynesismo “spinto” che abbia nello Stato il «datore di lavoro di ultima istanza», capiamo bene di che lordura statalista stiamo parlando.

«La conoscenza critica è stata massacrata con la continua aziendalizzazione della cultura, della scuola, dell’università e con il tentativo sempre più vicino al successo di chiudere la bocca al pensiero critico che non vuole stare zitto». La «conoscenza critica» sarebbe dunque coltivata negli istituti formativi della Mala Bestia? «La tendenza alla massima estensione e diffusione della cultura pretende che la cultura stessa rinunci alle sue più alte, nobili e sublimi aspirazioni per dedicarsi al servizio di una qualche altra forma di vita, ad esempio dello Stato» (F. W. Nietzsche, Sull’avvenire delle nostre scuole). Sebbene dal suo particolare punto di vista aristocratico, Nietzsche aveva almeno intuito il significato della «democratizzazione» e massificazione della cultura e dell’istruzione nel seno della moderna società borghese. Ma dagli statalisti incalliti sarebbe vano aspettarsi un solo grammo della profondità critica di un Nietzsche. Lasciamo quindi che essi belino allegramente il loro: «Viva l’acqua pubblica, viva la scuola pubblica, viva i beni pubblici!» D’altra parte, il loro orizzonte concettuale è dichiaratamente chiuso dentro i confini degli interessi nazionali; si tratta, infatti, di «salvare il nostro Paese», le «nostre istituzioni», il «nostro patto fondativo», e il nuovo soggetto politico nasce proprio «per dar stimolo alla creazione di un Cln contro l’occupazione neoliberista del nostro paese». Questi hanno in testa la guerra, ancorché «partigiana», mica la Rivoluzione!

«Dichiarando uno stato di emergenza, tutti i dispositivi della legalità liberale sono stati sollevati». Non è affatto vero. Sollevate, per dir così, sono state piuttosto le illusioni feticistiche intorno alla democrazia, più o meno «partecipata», la quale è da sempre la migliore – la più economica, sotto ogni rispetto – forma politico-ideologica del dominio sociale capitalistico: altro che fumisterie sul «neoliberismo» brutto, sporco e cattivo. D’altra parte, lo stato di eccezione mette a nudo la regola del Dominio, quella che il feticismo di cui sopra impedisce di cogliere nei momenti di routine. Ma «l’esito dei referendum è stato ignorato»! Non aspettatevi la mia “indignazione”, signori benecomunisti. No, non mi avrete come “partigiano del XXI secolo”.

Gratta gratta, sotto il benecomunista di oggi scopri lo statalista di ieri. Una verniciatina, e via, si riparte!

Marco Revelli, nella sua introduzione alla performance fiorentina del 28 aprile che ha lanciato il progetto-Alba, non si è certo tenuto alla larga dai soliti luoghi comuni tipici di chi «scende in campo»: non si tratta di mettere in piedi «un ennesimo partitino a vocazione minoritaria», ma un soggetto politico di nuovo conio «tendenzialmente maggioritario». Ma va? Nel suo discorso non poteva mancare il «cambio di paradigma», e difatti non è mancato, corroborato da un «salto di paradigma»: nientemeno! Per dire cosa, poi? Che bisogna salvare il Paese dal «crollo delle stesse istituzioni repubblicane», e che gli albisti intendono essere «abitanti di un nuovo spazio pubblico». Stabilità dello status quo politico-istituzionale uscito dalla seconda guerra mondiale come si riflette «nel nostro patto fondativo», e neostatalismo ribattezzato benecomunismo: un progetto politico anacronistico che trasuda muffa, e non solo, da tutti i pori.

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