MARX VERSUS STATALISMO

Scrive Carlo Formenti: «La crisi ha portato allo scoperto i limiti della teoria economica egemone tanto a livello accademico quanto a livello politico … Da qualche decennio i dogmi liberisti regnano incontrastati sul mondo degli economisti accademici, sulle forze politiche, di destra come di sinistra, sulle pagine dei giornali e del Web, nelle redazioni dei network televisivi» (Marx e l’istituzionalismo, MicroMega, articolo ripreso da Sinistrainrete, 8 maggio 2012). Come non mi stanco di ripetere, non perché sento il bisogno di sostenere una posizione dottrinaria a cui sono dogmaticamente affezionato, ma in primo luogo per sostenere una peculiare tesi politica confermata sempre di nuovo dal processo sociale, attribuire la crisi economica in generale, e quella in corso in  particolare, a un difetto nella visione “filosofica” del mondo di qualcuno (politici, economisti, intellettuali, opinione pubblica, ecc.), o al cinismo di operatori economici irresponsabili sul piano etico, è del tutto infondato.

In primo luogo cinica e nichilista è un’intera società basata sullo sfruttamento scientifico di ogni risorsa (naturale e “umana”): sto parlando della vigente società mondiale dominata dalla ricerca necessariamente ossessiva del massimo profitto, del Capitalismo tout court, e non del cosiddetto – e modaiolo – finanzcapitalismo. In secondo luogo, come spiegava l’ancora insuperato Marx (checché ne pensino Toni Negri e i teorici del General Intellect), l’alternarsi di espansioni e di crisi costituisce il respiro della «mostruosa creatura», che a volte si trasforma in un rantolo che lascia presagirne la morte più o meno imminente. Salvo scoprire che la sua fine non è inscritta nella meccanica del determinismo economico, come ci insegna la storia del Novecento. Senza l’irruzione della classe sociale rivoluzionaria sulla scena, anche l’agonia si trasforma in un processo di risanamento economico, magari attraverso le più sanguinose «tragedie sociali». E alludo certo al passato, ma anche alle tensioni sociali che crescono in tutto il Vecchio Continente.

Persino il celebre Eric Hobsbawn sembra darmi ragione: «Mi ha chiesto se sia possibile il capitalismo senza le crisi. No. A partire da Marx sappiamo che il capitalismo opera attraverso crisi appunto, e ristrutturazioni. Il problema è che non possiamo sapere quanto sia grave quella attuale, perché ci siamo ancora in mezzo» (Il capitalismo di Stato sostituirà quello del libero mercato, intervista a Eric Hobsbawn rilasciata a L’Espresso, ripresa da Contropiano, 9 Maggio 2012).

Ma ciò che più mi disturba, è quando lo statalista, o il benecomunista, come oggi il primo ama definirsi, cerca di arruolare il comunista di Treviri nella sua ultrareazionaria lotta contro i «liberisti selvaggi». Sempre Carlo Formenti, versus i sostenitori della «teoria economica egemone tanto a livello accademico quanto a livello politico»: «Del resto, il sostegno che questi sacerdoti del nulla ricevono da politici, intellettuali e opinionisti è obbligato: ammettere che le teorie di Marx e Keynes spiegano assai meglio quanto sta avvenendo avrebbe conseguenze devastanti per il blocco di potere che politica e finanza hanno costruito negli ultimi trent’anni». Ma che ci azzecca, direbbe il noto zotico dei valori (oggi in lutto per il successo elettorale di Grillo), Keynes con Marx?

«A prescrivere le ricette per il malato continuano a essere i medici che ne hanno provocato la malattia, sorretti da un’incrollabile fiducia nella bontà dei loro zoppicanti saperi», si lamenta il Nostro. Al quale, oltretutto, sfugge un insignificante dettaglio: la prospettiva di Keynes era la salvezza del Capitalismo, mentre quella di Marx il «superamento rivoluzionario» della società che ha nel profitto la sua stessa ragion d’essere e la sua «autolegittimazione» – mentre Formenti, da buon progressista, ritiene che «l’accumulazione, nella misura in cui genera crescita e aumento dei redditi, [non] sia di per sé in grado di garantire l’autolegittimazione del sistema».

D’altra parte, Contropiano ha ripreso l’intervista di Hobsbawn probabilmente perché ai suoi redattori e lettori piace molto la prospettiva del Capitalismo di Stato, che essi – come del resto gran parte della sinistra progressista – sono soliti contrapporre ideologicamente al «liberismo selvaggio». Ecco perché non mi stupisco affatto quando molti “marxisti” mostrano meraviglia nei confronti del mio antistatalismo, che facilmente si coglie soprattutto nei miei post dedicati alla crisi economica. Il fatto è che nel «movimento operaio internazionale» ha vinto, ancora Marx in vita, la «fede del suddito verso lo Stato», che il bevitore basato a Londra imputava alla «setta di Lassalle». Fede verso lo Stato e, «cosa non certo migliore, fede democratica nei miracoli» (K. Marx, Critica al programma di Gotha). Marx ha perso, Lassalle ha vinto, nonostante Engels e grazie alle teorizzazioni “ortodosse” di Kautsky.

Al Partito Operaio Tedesco che nel suo programma statalista rivendicava un’imposta progressiva unica sul reddito, “utopia” di ogni progressista che si rispetti, Marx rispondeva con la consueta ironia: «Le imposte sono la base economica della macchina governativa e niente altro … La tassa sul reddito presuppone le diverse fonti di reddito delle varie classi sociali, cioè la società capitalistica. Non è dunque niente di eccezionale che i riformatori delle finanze di Liverpool avanzino le stesse rivendicazioni del programma» (Ivi). Di qui, la sua preghiera di non essere assimilato ai “marxisti” di quel Partito, i quali, «per un resto di pudore», mettevano «”l’aiuto statale sotto il controllo democratico del popolo lavoratore”». Come non indovinare il volto schifato del grande barbuto?

A proposito del lassalliano concetto di «popolo lavoratore», ecco cosa scrive Mario Tronti: «Marx, a nome del movimento operaio, non ha forse fondato un popolo, il popolo del lavoro, i lavoratori come soggetto politico, capace di grande storia?» (Vent’anni di populismo senza popolo, L’Unità, 07/04/2012). Rispondo con Hobsbawn: «Marx ha fatto alcune previsioni giuste a medio termine. La principale: che i lavoratori devono organizzarsi in quanto partito di classe». Il concetto di «popolo del lavoro» piace a chi in luogo dell’abolizione del lavoro salariato in vista della comunità di uomini (non di lavoratori!), è chiuso nel cerchio stregato del lavoro salariato, magari esteso a tutti (è questa, ad esempio, la concezione del “socialismo” di Rita Di Leo espressa nel suo lavoro dedicato all’Unione Sovietica L’esperimento profano, cui Tronti ha dedicato un’entusiastica recensione ), in vista di una chimerica «egemonia» dei lavoratori nell’ambito della società capitalistica.  Detto per inciso, un bel pezzo di muro di Berlino è caduto tanto sulla testa della Di Leo («Ho studiato la storia dell’Unione Sovietica più da militante sconfitta che da studiosa accademica») quanto su quella “operaista” di Mario Tronti, come si capisce benissimo anche dalla citata recensione (Urss, il continente scomparso, Il Manifesto, 25/04/2012). Su questo punto rimando al mio post dell’altro ieri.

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3 thoughts on “MARX VERSUS STATALISMO

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