VECCHI E NUOVI TERRORISTI

Ieri ho postato su Facebook questa breve nota intitolata Da quale pulpito sentenzia Renato Curcio?:

Editore con una eccellente competenza “ lottarmatista” in qualità di «ex capo delle Brigate Rosse», Renato Curcio ha detto la sua sul «nuovo terrorismo». Per dire che i nuovi militanti della lotta armata, a differenza delle vecchie BR, non hanno alcun appiglio nella realtà del Paese. «La nostra storia fu tutta interna al clima degli anni Sessanta e alla storia partigiana». È quello che ho sempre sostenuto. Vediamo in che senso. In  un post dedicato al 25 aprile scrivevo: «Probabilmente Napolitano fa riferimento anche ai cultori del mito della “Resistenza tradita”, ossia a quegli intellettuali organici al “comunismo italiano” e a quei militanti del PCI che nel ’45 volevano “fare come in Russia”: Addavenì Baffone! Insomma, dalla padella del fascismo nella brace dello stalinismo. Come nella Germania dell’Est, in Polonia, in Cecoslovacchia e così via. Un bell’acquisto, non c’è che dire. Detto en passant, intere generazioni di “comunisti”, brigatisti compresi, hanno coltivato con uno zelo degno di miglior causa quel mito ultrareazionario». Lungi dall’essere «comunista e rivoluzionaria» la teoria (che grossa parola!) dei brigatisti si radicava per intero nella tradizione stalinista del PCI, e la loro critica dello stalinismo si situava sul terreno della più rozza ortodossia stalinista. Come sempre, la pistola non fa il rivoluzionario, e questo vale anche per il «nuovo terrorismo».

Detto per inciso, assai significativamente qualche intellettuale “organico” al PCI definì i brigatisti «compagni che sbagliano», riconoscendone il comune DNA politico, salvo poi cancellare frettolosamente dal dibattito politico quella “ambigua” definizione quando le «sedicenti» Brigate Rosse decisero il «salto di qualità» che culminò nel rapimento e nell’uccisione di Aldo Moro, ritenuto dal «Tribunale del Popolo» (populismo?) ai vertici di un fantomatico Stato Imperialista delle Multinazionali. Mutatis mutandis, oggi molti Scienziati Sociali parlano di Stato Imperialista della Finanza Transnazionale. Ma non è questo il luogo per approfondire la cosa.

Volevo piuttosto riprendere l’articolo che è apparso oggi sul Messaggero a firma di Luigi Manconi, perché a mio avviso esso getta ulteriore luce sul carattere organico alla tradizione “comunista” dei «vecchi terroristi». Mentre i brigatisti mostravano di conoscere qualche nozione fondamentale del marxismo, e giudicavano la violenza nei termini di una dura necessità storica, non scindibile dal movimento delle masse popolari, i nuovi terroristi sono staccati dalla gente, ed esibiscono un narcisismo e un’attenzione per i media che ne connotano assai negativamente l’approccio politico al disagio sociale. Ho riassunto la tesi di Manconi. Poi egli cita il volantino di rivendicazione dell’attentato a Roberto Adinolfi firmato dalla Fai:

«Con una certa gradevolezza abbiamo armato le nostre mani, con piacere abbiamo riempito il caricatore. Impugnare una pistola, scegliere e seguire l’obiettivo, coordinare mente e mano sono stati un passaggio obbligato, la logica conseguenza di un’idea di giustizia. Le idee nascono dai fatti, le parole accompagnate dall’azione portano il marchio della vita». Manconi commenta che simili aberrazioni narcisistiche non si erano mai lette negli «anni di piombo». Sicuro? Quelle frasi hanno invece evocato in me un “già visto”. Cito dal mio Angelo Nero, nella parte dedicata alla Critica della cieca violenza sviluppata dalla prospettiva che individua nel Leviatano il mostro posto a guardia dello status quo sociale (il saggio è scaricabile dal Blog):

Dialettica del rivoluzionario…

«”Nulla rivela a tal punto l’enorme storica positività dell’autovalorizzazione operaia, nulla più del sabotaggio. Nulla più di quest’attività di franco tiratore, di sabotatore, di assenteista, di deviante, di criminale che mi trovo a vivere. Immediatamente risento il calore della comunità operaia e proletaria, tutte le volte che mi calo il passamontagna [il passamontagna come simboliche mutande?]. Questa mia solitudine è creativa, questa mia separatezza è l’unica collettività reale che conosco. Né l’eventuale rischio mi offende: anzi mi riempie di emozione febbrile, come attendo l’amata. Né il dolore dell’avversario mi colpisce: la giustizia proletaria ha la stessa forza produttiva dell’autovalorizzazione e la stessa facoltà di convinzione logica” (Antonio Negri, Il dominio e il sabotaggio, 1977, p. 43, Feltrinelli, 1979). Quando si dice erotizzazione dello scontro

Naturalmente non sto suggerendo agli inquirenti qualche ipotesi investigativa: qui si discute di teoria e di politica. I manettari non albergano dalle mie parti… Piuttosto ribadisco per l’ennesima volta la necessità di armarsi di una buona teoria (forma trasformata della prassi), lasciando agli indigenti di pensiero critico la triste gioia di caricare una pistola e di “calarsi” un passamontagna.

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