IL MONDO PERDUTO DI TREMONTI

La rivista Aspenia, dedicata questo numero a I futuri del Capitalismo, ospita un’interessante intervista a Giulio Tremonti, che sembra aver beneficiato, sul piano della riflessione “teoretica” intorno al processo sociale capitalistico mondiale, della poco gloriosa fine del governo Berlusconi per mano “tecnica”. E con questo brevissimo accenno all’attualità politica tocchiamo già il cuore dell’argomentazione tremontiana, centrata proprio sulla critica della «fase degenerativa del capitalismo» che avrebbe esautorato la vecchia «sovrastruttura» politica, a partire dallo Stato Nazionale, reso in gran parte obsoleto da un «capitale dominante» (finanziario) che si muove alla velocità della luce su scala planetaria.

Tutto ciò che costituisce il logico (“dialettico”) sviluppo del Capitalismo agli occhi di Tremonti, e dei tremontiani di “destra” e di “sinistra”, appare come sua «degenerazione» e «patologia». Qual è la logica del Capitale? Il massimo e il più rapido profitto, è ovvio! Ovvio ma non evidente prima facie. Tuttavia, solo la complessità della Società-Mondo del XXI secolo, e il carattere feticistico immanente alla forma capitalistica di produzione della ricchezza sociale, impediscono di cogliere con facilità questa logica ferina, ossia la radicalità del male cui tutti siamo assoggettati.

Come la gran parte degli scienziati sociali Tremonti fabbrica un inesistente, e mai esistito Capitalismo, e poi calcola le deviazioni della realtà rispetto a questo modello («idealtipo») del tutto campato in aria, gonfiato con insufflate di ideologie sincretistiche, mitologie e pregiudizi d’ogni sorta – la maggior parte dei quali basati sull’idea del denaro come sterco del Demonio: «Il Santo Padre ha detto cose assai chiare e definitive a tal proposito». Non c’è dubbio…

Che l’odierna economia capitalistica, dominata dal Capitale Finanziario (ma guarda la novità!), sia interamente radicata nella logica del “vecchio” Capitalismo, «quello di Smith e Marx» che tanto piace agli amanti dell’«economia reale», al simpatico Giulio appare impossibile. Non si tratta di uno sviluppo necessario, i cui presupposti sono radicati nel rapporto sociale di dominio e di sfruttamento indagato da Marx, ma di una rottura epocale, di una deviazione, appunto, di una degenerazione, di una patologia. Tremonti individua per l’esattezza ben «quattro patologie». «Per secoli il sistema politico, economico, sociale del mondo occidentale è stato basato su due pilastri: La Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith; Il Capitale di Karl Marx (G. Tremonti, capitalismo take away, Aspenia, n. 56, aprile 2012). Questo mondo non esiste più, è andato in frantumi negli ultimi vent’anni con la globalizzazione, basata sull’informatizzazione, «che ha via via trasformato una quota enorme e stra­tegica dell’economia in simboli e segni elettronici a circolazione globale istantanea e interconnessi in rete», e sul mercatismo, «l’ideologia che sovvertendo l’antico ordine po­litico liberale ha teorizzato e legittimato il dominio universale del mercato prima sullo Stato e poi su tutto il resto».

Posto che «il dominio universale del mercato» (leggi: del Capitale tout court) non è un recente acquisto dell’umanità, bensì una realtà ormai secolare che ha anche nello Stato un suo formidabile strumento di rafforzamento e di espansione (vedi soprattutto i paesi storicamente ritardatari sul terreno dello sviluppo capitalistico: Germania, Italia, Giappone, Russia, Cina, ecc.); detto questo, gli antimercatisti sono portati a esagerare il tasso di liberismo che ha caratterizzato l’economia mondiale basata sulla globalizzazione. Scrive Philip Coggan, riflettendo sui diversi modelli di sviluppo economico (anglosassone, europeo-continentale, cinese, e così via): «Eppure, a uno sguardo più attento, si dovrebbe notare che le differenze vengono spes­so esagerate. Il modello anglosassone non ha mai consentito la completa liberalizza­zione dei mercati. Il settore finanziario era soggetto a numerose forme di regolamenta­zione (forse non molto efficaci, ma questo è un altro discorso). Molteplici erano anche le forme di intervento nell’economia, come ad esempio le sovvenzioni ai coltivatori di zucchero in Florida o ai produttori di etanolo nell’Iowa» (P. Coggan, Il capitalismo anglosassone tra liberismo e regole, Aspenia).

Come ogni ideologo che si rispetti, Tremonti pensa che il Diritto abbia preceduto la società civile, e che fermo restando il rapporto sociale capitalistico la politica possa, o debba, dominare «sui mercati». Eppure non poche volte egli ha sostenuto, contro i sinistrorsi, che la politica non può costringere il PIL a crescere, e che la cosa migliore che essa può fare è diventare «un’infrastruttura dell’economia». Evidentemente il Professore non comprende la reale portata dei concetti che esprime.

Per quanto riguarda «L’odierna dittatura del denaro» (Tremonti), essa non è che un «ulteriore sviluppo della produzione delle merci» (Marx): «Estendendosi la circolazione delle merci, aumenta il potere del denaro, della forma sempre disponibile, affatto sociale, della ricchezza … La circolazione diviene la grande storta sociale dove tutto affluisce per uscirne come cristallo di denaro. Nulla resiste a questa alchimia, neppure le ossa dei santi e ancor meno altre meno rozze “res sacrosantae, extra commercium hominum”» (K. Marx, Il Capitale, I). Tremonti non solo non afferra la dialettica dello sviluppo capitalistico, ma tende a creare dualistiche polarizzazioni (merce e denaro, valori e prezzi, sfera produttiva e sfera finanziaria, «finanza etica» e speculazione, Stato e mercato, ecc.) là dove insiste un rapporto dialettico, peraltro tutt’altro che armonico e pacifico, e anzi pregno di forti tensioni antagonistiche, tra diversi momenti di una sola unità sociale, oggi di dimensione planetaria.

Egli guarda il grafico derivati-prodotto interno lordo mondiale e si lascia vincere dalla vertigine. Un pauroso «multiplo iperbolico – 10 forse 11 volte il prodotto interno lordo». Certo, cadere da quell’altezza, senza paracadute, può far male…

«L’ultimo capitalismo si è liberato dal vincolo della partita doppia. Si è spostato sul conto economico, abbandonando la base del conto patrimoniale. Questo non è stato solo un passaggio contabile, è stato soprattutto un passaggio politico e morale. Il conto patrimoniale è, infatti, il mondo dei valori. Il conto economico è invece il mondo dei prezzi». Ma i prezzi esprimono valori (di scambio)! Almeno “in ultima analisi”. «Il prezzo è il nome di denaro del lavoro oggettivato nella merce», scriveva Marx, non dimenticando di aggiungere questo fondamentale concetto: «tempo sociale di lavoro», occultato dalla natura feticistica della cosa-denaro. «Il conto patrimoniale è un mondo in cui vedi la struttura, la storia, l’origine, il presente e il futuro di una società e anche la sua missione industriale e morale. Il conto economico è invece un’altra cosa». Qui ancora una volta si allude al denaro come appare feticisticamente, ossia senza alcun rapporto con il lavoro sociale «astratto» che lo fa esistere in quanto «equivalente universale delle merci». «Se tutto il capitalismo vira sul conto economico e cessa di essere orientato nella logica della lunga durata, come è invece tipico e proprio del conto patrimoniale, se diventa corto e breve, perché così è la logica del conto economico, se non conta più la durata della società, ma l’anno sociale, questo a sua volta diviso in semestri, in trimestri, in fixing giornalieri, allora è chiaro che quasi tutto cambia. È così che il capitalismo ha preso la forma istantanea del conto economico. È così che è venuto via via configu­randosi un capitalismo di tipo nuovo, di tipo take away». Ma la «logica del conto economico», anzi: del calcolo economico, è la logico che muove anche le montagne, vale a dire la logica che fa capo al Capitale. È nella natura del Capitale, da Adam Smith in poi, escogitare metodi sempre più scientifici e sofisticati volti al conseguimento del massimo e più rapido profitto. Che questa necessaria bramosia si realizzi producendo solide merci o castelli di valori fittizi è, sotto quest’aspetto, del tutto indifferente per il singolo detentore di capitali e, se mai, è interessante indagare la relazione tra le due produzioni (quella «reale» e quella «virtuale»), alla luce del processo economico colto nella sua totalità, nella sua necessaria dimensione sociale.

D’altra parte, se negli ultimi vent’anni abbiamo assistito allo «spostamento ciclopico della ricchezza da Occidente a Oriente» (Mario Sechi, Il Tempo, 15 maggio 2012), ebbene ciò non è stato dovuto alla moltiplicazione dei valori fittizi, ma alla gigantesca massa di plusvalore smunta ai lavoratori cinesi, indiani, coreani e via di seguito, la quale, peraltro, ha anche alimentato quell’«economia del debito», oggi tanto bistrattata, che nel corso degli anni Novanta e almeno fino al 2005 ha permesso ai paesi occidentali, Stati Uniti in primis, di sostenere i consumi e, dunque, l’accumulazione capitalistica primaria (industriale, agricoltura compresa). E al contempo, nonché necessariamente, ha reso possibile l’inaudita espansione dei derivati, in ogni loro configurazione e articolazione. Dico questo solo per ribadire un concetto fondamentale, ossia che è del tutto infondato ogni tentativo volto a separare l’«economia reale» da quella «virtuale», la finanza “buona” da quella “cattiva”, o “oscura”, come vuole la fraseologia etica oggi di moda. No, decisamente il salto di qualità da dottore commercialista a filosofo-economista non è riuscito al Professor Tremonti.

Contrapporre il «Capitalismo di una volta» a quello odierno, nel cui seno abbiamo la ventura di vivere, significa non aver capito nulla della sua più intima natura. Lungi dal negare i cambiamenti enormi intervenuti nella struttura del Capitalismo negli ultimi due secoli, sostengo all’opposto – peraltro sulla scorta di Marx, ripreso poi da Schumpeter – che senza cambiamenti rivoluzionari, a tutti i livelli della prassi sociale, non si dà alcun Capitalismo.

Ma Tremonti non se ne dà per inteso e reclama il solido Capitalismo del bel tempo che fu, scivolando nel «triviale materialismo della cosa» che già l’avvinazzato di Treviri rimproverò al grande Smith. «Il ritorno a quello che per secoli è stato definito tout court come “capitalismo” non è la fine ma, all’opposto, è il ritorno alle origini. È, e deve essere, la fine della forma del capitalismo degenerato nella tecno­finanza, ma in realtà in un processo non molto diverso da una magia alchemica folle e mortale come in Faust e in Mefistofele».

Giacché parliamo del – mitico – Capitalismo delle origini, diamo nuovamente la parola a Marx, così coccolato da Tremonti: «Si cerca rifugio in questa astrazione, perché nello sviluppo reale del denaro ci si imbatte in contraddizioni sgradite all’apologetica del buon senso borghese, e che quindi debbono venir celate. Poiché la compra e la vendita, i due momenti essenziali della circolazione, sono l’uno all’altro separati nello spazio e nel tempo, non è affatto necessario che coincidano». La fabbrica della cornucopia s’insinua precisamente in questa scissione, e con i mezzi messi a disposizione dalla tecnologia fa di essa un abisso, affinché la speculazione “valoriale” possa essere più fruttuosa e duratura possibile. Ma l’abisso, che rischia di risucchiare il Nostro Professore, è solo apparente: «Quest’indifferenza può spingersi fino al consolidamento e all’apparente autonomia dell’uno nei confronti dell’altro. Ma poiché entrambi sono nell’essenza momenti di un’unica totalità, deve sopravvenire un momento in cui la forma autonoma viene spezzata con la violenza e l’unità interna viene ristabilita dall’esterno mediante una violenta esplosione. Così già nella determinazione del denaro come mediatore c’è il germe delle crisi, almeno la loro possibilità» (K. Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, I). A mio avviso, l’andamento del saggio del profitto nel processo primario (industriale) di produzione della ricchezza sociale gioca un ruolo centrale nella trasformazione della possibilità in attualità della crisi, soprattutto nella sua fenomenologia capitalisticamente più “pura” e socialmente devastante.

La crisi spezza ogni velleità di emancipazione del denaro, e della struttura «chimerica» che su esso di innalza fino a raggiungere vertiginose altezze, e lo riconduce, dopo un periodo più o meno lungo di ubriacatura speculativa, alla sua umile origine, nonché fondamento di ultima istanza, ossia al lavoro sociale, dal cui sempre più intensivo sfruttamento origina il fondamento di ogni più ardita speculazione finanziaria: il plusvalore. L’alchimia di cui parlava Marx non ha nulla a che fare con la «magia alchemica folle e mortale come in Faust e in Mefistofele» che tanto inquieta Tremonti?

La miracolosa moltiplicazione dei pani e dei pesci, sotto forma dei più sofisticati prodotti finanziari (quelli che ultimamente hanno messo in crisi la JP Morgan, la quale aveva beneficiato nel settembre del 2008 del fallimento di Lehman Brothers e della vendita di Merrill Lynch: è la coazione a ripetere della cornucopia!); questo vero e proprio miracolo economico, dicevo, può darsi solo sulla base del miserabile (se confrontato con l’insaziabile appetito del Mostro) presupposto appena accennato. La creazione ex nihilo compete esclusivamente alla Potenza che domina i Cieli, mentre quella che domina il pianeta deve scendere a compromessi con il sudore dei lavoratori produttivi. Che triste destino! E, dialetticamente, è proprio questo limite immanente al concetto stesso di Capitale che per un verso rafforza la tendenza della sfera finanziaria a rendersi autonoma da quella immediatamente produttiva, a volte troppo avara di profitti; e per altro verso spinge una parte sempre più cospicua del capitale industriale a cercar fortuna sul mercato creditizio e speculativo, per l’identico motivo. Ancora una volta la dialettica del processo sociale si oppone nel modo più tetragono a ogni concezione ideologica della società capitalistica, soprattutto a quella che pietosamente e ridicolmente cerca di separare i suoi «lati buoni» dai suoi «lati cattivi».

Tremonti denuncia la «dittatura del denaro». Ieri Giuseppe Vegas, presidente della Consob, ha detto che è ora di finirla con «la dittatura dello spread». Il concetto di Capitale – sans phrase – come totalitarismo sociale dell’economia basata sul profitto è pane troppo duro per i denti dei funzionari delle classi dominanti.

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