SCENARI PROSSIMI VENTURI

Che tristezza, Angelina! «È il socialismo reale, bellezza!»

Ipotesi politicamente scorretta. E se domani, e sottolineo se…

Si parla tanto della sempre più possibile, e addirittura imminente, uscita della Grecia dall’eurozona, o addirittura dall’Unione Europea. E se invece fosse la Germania a dare il ben servito ai partners? «Signori, togliamo il disturbo! Non vogliamo più essere i capri espiatori per governi inetti e corrotti, che non vogliono dire la verità ai loro cittadini. E la verità è che i sacrifici servono a quei paesi per recuperare la competitività perduta da molto tempo. Noi non vogliamo tirarci addosso l’odio dell’opinione pubblica europea, e passare per i soliti nazisti. I tedeschi non vogliono costringere la cicala a trasformarsi in  formica. Nessuno obbliga nessuno. Dunque, ogni Paese si regoli democraticamente come ritiene più conveniente e amici come prima. Anzi, meglio!»

Pensate che Angela Merkel non faccia balenare questa inquietante prospettiva nei suoi colloqui con i colleghi dell’UE? Ragionare su scenari che oggi appaiono inverosimili e bizzarri può forse aiutarci a capire meglio la dimensione della guerra sistemica in corso nel Vecchio Continente, con le sue necessarie implicazioni mondiali, mentre riflessioni basate su una sempre più risibile ideologia europeista (vedere l’editoriale di Barbara spinelli pubblicato ieri da Repubblica e l’editoriale di Marco D’Eramo sul Manifesto di oggi) ci offre un confuso quadro dominato da irrazionalità, cattiverie, inspiegabili «politiche suicide» e futilità concettuali di simile conio. La riflessione che non fa fino in fondo i conti con la dimensione del conflitto sistemico tra le nazioni (a partire dalla sfera economica) rimane sempre più spiazzata dal reale procedere della storia. L’ipotesi appena avanzata non ha la pretesa di anticipare i tempi, né di profetizzare alcunché; vuole piuttosto spingere il pensiero su un terreno non recintato da vecchi e nuovi luoghi comuni.

Germania e Cina: formiche perfette

Come è riuscita a integrare la sua regione orientale in poco tempo e pagando un costo economico-sociale abbastanza contenuto, e in ogni caso sostenibile e coronato da un brillante successo, così oggi la Germania potrebbe chiamarsi fuori dall’Unione Europea affrontando sacrifici tutto sommato accettabili, certamente non disastrosi e alla lunga convenienti. Ripeto: potrebbe. Tuttavia, l’esistenza di questa possibilità, che non è affatto detto che si trasformi in un dato di fatto, almeno nel breve periodo, basta da sola a orientare la politica interna ed estera tedesca.

Le Monde dello scorso martedì ha giustamente fatto rilevare che oggi esistono in campo due opzioni con le quali i leaders europei – ma anche Obama – sono chiamati a confrontarsi: una si chiama Homerkel, e corrisponde al vecchio rapporto privilegiato franco-tedesco, quello che ha fin qui retto il “progetto europeo”; e l’altra porta il nome di Jamerkel, in riferimento alla sempre più intensa relazione commerciale sino-tedesca. Scriveva L’Occidentale il 4 febbraio: «Il corteggiamento reciproco tra Cina e Germania continua: intenso e spietato. Nel 2011 il volume commerciale tra i due paesi ha raggiunto la cifra record di 145 miliardi di euro. La Cina è diventato, così, il secondo mercato di esportazione (dopo gli Stati Uniti) per le imprese tedesche. Già nel 2010 l’export verso la Repubblica Popolare è aumentato del 40 per cento tanto che la crescita dell’export tedesco è, nel complesso, dipendente dal mercato cinese». Nel corso della cerimonia inaugurale del vertice di industria e commercio tra Cina e Germania (Hannover, 22 aprile 2012), il premier cinese Wen Jiabao non avrebbe potuto essere più esplicito: la relazione strategica sino-tedesca non può che rafforzarsi, tanto più che la crisi economica internazionale spinge i due paesi ad assumersi responsabilità economiche e politiche sempre crescenti, in vista – indovinate un po’  – della «prosperità e stabilità mondiali».

In effetti, la Germania è forse la sola nazione del Vecchio Continente che può avere una proiezione mondiale in quanto spazio sistemico (economico, tecnologico, scientifico, ideologico, politico e, domani, militare) autonomo, mentre tutti gli altri paesi continentali devono appoggiarsi necessariamente a essa per fare «massa critica» e sperare di contare qualcosa nell’agone della competizione globale internazionale. Il discorso è in parte diverso per l’Inghilterra, per via della sua «relazione speciale» con gli Stati Uniti d’America, ma solo in parte, perché la sua competitività globale è assai (diciamo ulteriormente) decaduta negli ultimi due decenni.

Senza contare che una volta fuori dall’UE la Germania potrebbe riprendere con rinnovato vigore la sua corsa egemonica nel proprio naturale bacino geopolitico. Scriveva il “revisionista” Ernst Nolte nel remotissimo 1993: «Se i cechi vendono la fabbrica Skoda ai tedeschi non lo fanno di certo per i loro occhi azzurri, ma semplicemente perché da questa vendita si ripromettono dei vantaggi. E questi poi vengono davvero, perché la potenza economica finisce con l’essere positiva anche per chi è esposto alla sua influenza, contrariamente a quanto accade al potere politico» (Intervista sulla questione tedesca, Laterza).  Come se la potenza politica non avesse come sua base necessaria di “ultima istanza” la potenza economica. Come se la pressione economica, con tutto quello che essa presuppone a tutti i livelli della prassi sociale di un Paese, non avesse delle necessarie “ricadute” politiche interne e internazionali, anche indipendentemente dalla volontà degli attori in campo. È con questo tipo di “dialettica oggettiva” tra economia e politica che oggi abbiamo a che fare, sia chiaro.

La vicina Cina

Ma è appunto la possibile proiezione mondiale della Germania che deve maggiormente inquietare i suoi “alleati”. «Gli interessi geopolitici ed economici della Repubblica Federale Tedesca sono rivolti all’Asia, tanto che si stima che nel 2015 il volume d’affare tra Pechino e Berlino raggiungerà i 200 miliardi di euro. Ora, considerata la crisi attuale dell’Euro, la necessità di rafforzare l’Unione Europea ed il ruolo di guida che ha la Germania in questa situazione di emergenza, si pone la questione se gli interessi economici della Germania coincidano con quelli dell’Unione Europea. Al momento sembra proprio che non sia così» (Ubaldo Villani Lubelli, L’Occidentale, 4 febbraio 2012). Già, sembra proprio di no.

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10 thoughts on “SCENARI PROSSIMI VENTURI

  1. Apprezzo molto,come sempre, le sue analisi: lo scenario da lei descritto non é improbabile, tuttavia rimango ottimista riguardo alle soluzioni che potrebbero trovarsi a seguito dei primi incontri merkel-hollande. La Merkel, ultimamente, appare indebolita, sul fronte interno.

      • Riguardo alla richiesta della Germania ai partner europei di trasformarsi da cicale in formiche, non crede che in fondo l’accettazione del Fiscal compact possa in qualche modo soddisfarre qell’esigenza? E come interpreta la dichiarazione odierna di Schauble riguardo alla necessita’ di una Unione politica con elezione diretta di un presidente?

        Saluti

      • Senz’altro l’accettazione del Fiscal Compact va nel senso desiderato dalla Germania, nonché da quelle fazioni delle classi dominanti del Vecchio Continente più interessate a una rapida e radicale ristrutturazione dei rispettivi Sistemi-Paese. Lo scontro sistemico in atto non è soltanto tra paesi di fatto concorrenti, ma anche tra i diversi spezzoni della classe dominante di ogni singolo Paese europeo, perché quando si spezza uno status quo non tutti vincono, e i candidati alla sconfitta, prima di abbandonare le armi, fanno di tutto per rendere meno drastico il cambiamento. Sotto questo aspetto la storia del Bel Paese, impaludato in compromessi “storici” di vario genere (primo fra tutti quello tra Nord e Sud) è emblematica. Per quanto riguarda le dichiarazioni di Schauble mi sembra un minimo sindacale diplomatico. Tenga presente che quando si parla di integrazione economico-politica dei paesi europei in una effettiva struttura federale la Germania è la prima a volerla, anche perché memore di molteplici sciagure; ma, ovviamente, alle sue condizioni. Analogo discorso vale naturalmente per la Francia. Insomma, il progetto europeo deve, a mio avviso, fare i conti con una dimensione (quella nazionale, colta nella sua totalità sociale: economia, politica, scienza, ideologia, cultura, psicologia) che la maggior parte dell’intellighenzia progressista del Vecchio Continente (qui nell’accezione spregiativa di Robert Kagan) ha trattato per troppo tempo alla stregua di un “cane morto”. La globalizzazione non solo non ha significato il tramonto di quella maligna dimensione, ma l’ha piuttosto caricata di nuovi significati, tutti però riconducibili in ultima analisi al “vecchio” concetto di Imperialismo. Altro che il pacifico globale-locale teorizzato da Rifkin. Su questo punto nel 1999 Thomas L. Friedman scrisse cose assai interessanti (Le radici del futuro, Mondadori), salvo in parte ricusarle nel 2008, nel pieno della crisi finanziaria, per un resto di… keynesismo. Ma sono andato fuori tema! Me ne scuso. E la saluto.

      • Credo di riuscire a seguirla. In Italia della distruzione dello status quo chi ne beneficerebbe e chi sarebbero gli sconfitti?(Anche se l’accanimento contro le liberalizzazioni e la riforma del mercato del lavoro mi consente, forse, di individuare qualche gruppo politico) . Riguardo a un ipotetica unione federale europea mi sembra di capire, dal suo ragionamento, che si tratterà piuttosto di qualcosa di simile alle conseguenze della guerra di secessione americana, piuttosto che a un fraterno accordo tra popoli. Personalmente non ho interessse riguardo al mezzo, cio’ che conta, a mio modo di vedere, é il fine.

      • La struttura capitalistica del Paese è talmente complessa e relativamente arretrata, che è difficile tracciare confini netti tra i differenti interessi che fanno capo alle diverse cordate capitalistiche. E in questa complessità lo Stato gioca ancora un ruolo assai rilevante. Praticamente tutti i più importanti settori economici, tanto industriali quanto finanziari e commerciali, si sono avvantaggiati nel corso dei decenni degli aiuti diretti e indiretti statali, e ciò fa di essi degli oggettivi alleati dello status quo. Ma questo lei lo sa meglio di me. Il “malessere” politico cui lei fa riferimento a proposito della riforma Fornero e delle liberalizzazioni, esprimono anche le preoccupazioni dei gruppi capitalistici (pubblici e privati) che più degli altri hanno da perdere da una radicale ristrutturazione del Sistema-Paese. Gli stessi mugugni sindacali non vanno spiegati solo con la «legittima difesa degli interessi dei lavoratori», essendo stata la Trimurti Sindacale uno dei pilastri dello status quo uscito all’indomani della seconda guerra mondiale. Tuttavia, nella misura in cui il Capitalismo è una società basata sul “relativismo”, essendo la ricerca del massimo e rapido profitto l’unico vero assoluto che essa conosce, indubbiamente esiste un fronte capitalistico che si è avvantaggiato di meno degli aiuti statali, e che quindi potrebbe avvantaggiarsi di più da un cambiamento di “clima”. Basta pensare alle piccole e medie imprese, soprattutto del Nord. La stessa vicenda Fiat mostra come l’esigenza di venire fuori dalla vecchia palude “concertativa” (Confindustria-Stato-Sindacato) stia diventando una questione di vita o di morte anche per i grandi gruppi industriali, quelli che erano cresciuti all’ombra del Capitalismo di Stato, così amato dai “comunisti” e dai democristiani (meno dai “socialisti” di Craxi, non a caso negli anni Ottanta all’opposizione del «compromesso storico» di fatto). Nessuna impresa, piccola o grande che sia, può più sottrarsi al vaglio della competitività totale. E questo vale, mutatis mutandis, per ogni singolo Sistema-Paese. E qui arriviamo al tema, già sviscerato in precedenza, dell’attuale guerra sistemica internazionale. Per quanto riguarda la prospettiva federalista europea una sola cosa mi sento di escludere con certezza: il «fraterno accordo tra i popoli».

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