LA CINA E L’ETERNA “TRANSIZIONE” DEGLI EPIGONI

L’altro ieri mi sono occupato della Russia Sovietica, sollecitato dal libro di Rita Di Leo L’esperimento profano. Dal capitalismo al socialismo e viceversa. Un libro davvero cattivo che, tra l’altro, dimostra come il trascorrere del tempo non ha alcun significato se non viene riempito di coscienza. Ho preso lo spunto da quel libro sostanzialmente per negare alla radice qualsiasi ipotesi restauratrice del Capitalismo (il «viceversa») dopo il fatidico ’89: il Capitalismo, più o meno «di Stato», più o meno «burocratico», non è mai venuto meno in quel Paese. Ciò che negli anni Ottanta si rese palese non fu la crisi del «socialismo reale», ma il collassare del modello capitalistico-imperialistico russo, il quale non riuscì alla lunga a reggere il confronto con il più produttivo e dinamico modello Occidentale che aveva negli Stati Uniti il suo vertice sistemico – economico, tecnologico, scientifico, politico, ideologico.

Oggi invece mi sono imbattuto in Livio Maitan, ossia in una sua conferenza “caricata” su You Tube l’11 febbraio 2012 con il titolo, assai significativo, La Cina in bilico tra rivoluzione e restaurazione. Restaurazione di cosa? Ma del Capitalismo, è chiaro! Dalla conferenza, probabilmente tenuta nel 2003, non viene fuori nessuna novità, e in effetti Maitan si limita a ripetere ciò che ad esempio si può leggere in un suo breve saggio, Sulle riforme in Cina, pubblicato dalla Rivista del Manifesto il 17 maggio 2001. Lì Maitan polemizzava con Samir Amin, il quale nutriva eccessive speranze nei confronti del modello cinese, e non coglieva le tendenze esplosive sul piano economico e sociale immanente al «Nuovo Corso» inaugurato nel ’79 da Deng Xiaoping.

Ma ciò su cui intendo puntare i riflettori della critica è sui punti di accordo fra i due: «Con una serie di analisi e di valutazioni del saggio di Samir Amin, comparso in due successivi numeri della “rivista del manifesto”, si può senz’altro concordare. In particolare, sono, per parte mia, d’accordo, al di là di qualche accentuazione apologetica, sia sul bilancio di quelle che sono state acquisizioni sostanziali della società postrivoluzionaria, anche nei suoi momenti più contraddittori, sia sulla valutazione, anche se più implicita che esplicita, secondo cui in Cina non si è, almeno sino ad ora, verificato quel processo di restaurazione capitalistica in corso da un decennio nei paesi dell’ex-Unione Sovietica e dell’Europa centro-orientale» (Sulle riforme in Cina).

Ne deduco che secondo Maitan e Amin nell’ex Unione Sovietica, e nei paesi sottoposti alla sua “fraterna” cura, ci sarebbe stato un «processo di restaurazione capitalistica», in ciò concordando perfettamente con la «militante sconfitta» Rita Di Leo. E ne traggo anche la convinzione che secondo i nostri amici alla Cina viene ancora – «ma per quanto!» – risparmiato quell’infausto destino. A proposito, qual è la natura sociale della Cina del XXI secolo? Tanto nel breve saggio citato, quanto nella conferenza cui facevo cenno Maitan (che, ricordo, è scomparso nel 2004) usa una formula quantomeno ambigua: «società di transizione burocratica», ovvero «gestione burocratizzata della transizione». «Mi sembra, balbetta Maitan, la definizione meno…». Meno sbagliata? «La più pertinente». Traduco dal linguaggio sinistrorso: trattasi di una «transizione dal Capitalismo al Socialismo» guidata dall’alto dal Partito Comunista, il cui rapporto con le «larghe masse» non è precisamente stretto. Insomma, robaccia ideologica mandata giù dagli stalinisti e dai maoisti nel corso di decenni spesi a rendere odiosa la stessa idea di “Comunismo”.

«Non è ancora una società in cui si è restaurato pienamente il capitalismo, ma dove già sono fortemente in opera tendenze capitalistiche, che agiscono dall’esterno e dall’interno, come dimostra l’inserimento della Cina nel circuito del mercato capitalistico mondiale e lo sviluppo del capitale privato cinese». Come si vede, anche Maitan assimila il Capitalismo di Stato, e, nel caso della Cina, un non meglio specificato «settore di tradizionale gestione collettiva locale, regionale e provinciale», al Socialismo, e difatti egli legge l’arretramento del settore statale e l’espansione di quello privato come «restaurazione», mentre a mio avviso questo fenomeno, peraltro tipico negli ex «Paesi in via di sviluppo», segnala una nuova e necessaria fase nel processo di sviluppo del Capitalismo cinese. Quanto il settore statale, da fattore trainante dell’accumulazione capitalistica quale indubbiamente è stato fino a qualche anno fa, si stia trasformando in un ostacolo per l’ulteriore modernizzazione del sistema-Paese, da ultimo l’ha dimostrato il caso Bo Xilai, ossia lo scontro nel seno del Partito-Stato tra la «linea rossa» (la fazione del gruppo dirigente più legata allo statalismo) e la «linea nera» (la fazione più «riformista»).

Detto en passant, la lotta politica, che frequentemente continuava attraverso guerre civili sanguinosissime (parliamo di decine di milioni di morti), che vide quelle due «linee» confrontarsi e scontrarsi a partire dal 1950 non aveva nulla a che fare con la «costruzione del socialismo», quanto piuttosto con due – come minimo – diverse ipotesi di modernizzazione capitalistica del grande Paese, non solo socialmente arretrato, ma anche attraversato da fortissime tensioni etniche e nazionali. Mentre nella Russia di Lenin operò un tentativo rivoluzionario basato sul proletariato nazionale e – soprattutto, oserei dire – internazionale (il quale andò a picchiare violentemente proprio contro scoglio della mancata rivoluzione sociale in Occidente); in Cina fin da subito la rivoluzione ebbe i connotati sociali di un processo nazionale-borghese basato sui contadini. «Non vi può essere il minimo dubbio che ogni movimento nazionale può essere soltanto un movimento democratico-borghese, perché la massa fondamentale della popolazione dei paesi arretrati consiste di contadini, che sono rappresentanti di rapporti borghesi-capitalistici» (Lenin, Rapporto della commissione sulle questioni nazionale e coloniale, Opere, XXXI).

I residui comunisti di quello che divenne il PCC di Mao si dileguarono nel 1927, quando lo stalinismo conquistò la direzione di quel partito, i cui già deboli connotati “proletari” non sopravvissero alla sanguinosa controrivoluzione di Chiang Kai-shek, facilitata dalla politica «menscevica» (secondo la definizione di Trotsky e Zinoviev) del duo Stalin-Bucharin. Su questi aspetti storici rimando al mio lavoro sulla Cina.

Questa rapida incursione nella storia della Rivoluzione nazional-popolare cinese mi serve solo per evidenziare l’inconsistenza della posizione teorica e politica di Maitan, esplicitata nella tesi che segue: «Il quadro politico istituzionale esistente continua a essere tipico non di una società capitalistica, ma di una società di transizione burocratizzata. La differenza essenziale [con la Russia di Gorbaciov]consiste nel fatto che, mentre nell’Urss ci si era avviati verso un progressivo sfaldamento del quadro politico istituzionale preesistente, in Cina questo quadro non era e non è, sostanzialmente, rimesso in discussione» (Sulle riforme in Cina). In altri termini, per Maitan lo Stato totalitario cinese centrato sul PCC, ancorché espressione della «cricca burocratica», garantirebbe la natura «non capitalistica» della società cinese. L’ho sempre pensato: Trotsky (la sua infondata teoria del Termidoro) come tragedia, i trotskisti come farsa…

Ma la cosa più sfiziosa della conferenza di Maitan è, a mio avviso, la sua messa in guardia dal coltivare illusioni sul fatto che la Cina possa svolgere «ancora» un ruolo antimperialista: «Qui i compagni, anche quelli di Rifondazione Comunista, si sbagliano. Vedere nella Cina un bastione antimperialista corrisponde più a un auspicio, a un desiderio apologetico che ai dati della realtà. Se continua la dinamica oggi in atto è ovvio che gli sviluppi saranno verso un accentuarsi della restaurazione capitalistica, con grandissime conseguenze sociali». Insomma, c’è ancora qualcuno che prega con lo sguardo rivolto verso la mummia di Mao, sperando che l’anima del Grande Timoniere arresti l’inesorabile «restaurazione capitalistica». Ma Livio Maitan, con la sua risibile «società di transizione burocratica», non fu un “cattivo maestro”?

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2 thoughts on “LA CINA E L’ETERNA “TRANSIZIONE” DEGLI EPIGONI

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