LA MARSIGLIESE DI TONI NEGRI

Le jour de gloire est arrivé!

Quanto può essere luogocomunista un benecomunista? Molto, a giudicare dall’ultimo articolo di Toni Negri (Dopo le elezioni francesi: riprendiamo il dibattito sull’Europa, Uninomade, 23/05/2012 ). A cominciare dalla conclusione: «Siamo dunque ad un passaggio cruciale». Ora, chiunque conosca gli scritti, vecchi e nuovi, del Nostro sa quanto questa formula stilizzata faccia in essi capolino almeno una volta al mese. Infatti, nel suo fecondo pensiero sempre di nuovo si aprono «fasi nuove», con tanto di nuovi «soggetti sociali rivoluzionari» all’opera. Davvero Toni Negri può essere considerato il teorico della «rivoluzione permanente»; si tratta di capire che tipo di “rivoluzione” egli ha in testa quando, come accade nell’articolo in questione, evoca appunto la «rivoluzione sociale», armonizzata “dialetticamente” con la «promettente» prospettiva politica aperta a livello europeo da Hollande. «Rivoluzione sociale» e Hollande: le due cose possono stare insieme? È solo un difetto di dialettica che mi fa scompisciare dal ridere!

Morire per l’Europa Benecomunista?

È tipico di chi, non avendo un concetto profondo, radicale di rivoluzione sociale, vede l’aprirsi di «processi rivoluzionari» praticamente a ogni cambio di stagione, e ciò lo fa rimanere sempre sulla cresta della schiuma, che egli confonde con l’onda, o con la marea della storia. Di qui, come altre volte ho scritto, quell’infantile – come può esserlo solo un vecchio decrepito che si crede un fanciullino – ottimismo della (pseudo)rivoluzione, la cui unica giustificazione risiede appunto in una concezione affatto superficiale,  piccolo-borghese si diceva una volta, del processo storico. Da una simile prospettiva  persino la pernacchia di un buontempone può apparire alla stregua di un «evento rivoluzionario», o quantomeno il sintomo di una «svolta epocale». D’altra parte, persino Grillo, dopo l’exploit elettorale, ha detto che «abbiamo sconfitto il capitalismo»…Ma lo Scienziato Sociale padovano  ha gioco facile nell’ambiente sinistrorso che frequenta solo perché lì la seriosa intellettualità, quella che mostra un «”pessimismo della ragione” che va ostracizzato», secondo le sue parole, se la dà a gambe levate appena sente lo schiamazzare dei bambini. Evidentemente a Negri piace vincere facile, anche se, a essere sinceri, in fatto di fuga non è mai stato secondo a nessuno. Ma sempre con «ottimismo rivoluzionario», sempre inseguendo la «rivoluzione sociale».

A proposito di fughe: secondo Negri occorre «inseguire il riformismo, attaccandolo». Una gesuitica e patetica formula che cerca di prendere in giro chi abbocca all’amo della sua cosiddetta «rivoluzione sociale» benecomunista. Nella realtà egli insegue «il riformismo», semplicemente, perché il suo orizzonte concettuale è interamente chiuso all’interno del progressismo nazionale e internazionale variamente declinato. Ecco perché sbaglia chi lo definisce un «traditore», o un «opportunista»: Negri razzola esattamente come predica, ossia secondo la sua intima concezione del mondo.

Anche la sua “rivoluzionaria” suggestione circa un «secondo Manifesto di Ventotene» si colloca nella costellazione di idee appena delineata, e semmai fa ridere il goffo tentativo negriano di mettere le chiappe moltitudinarie “a paratia”: si tratta, scrive a proposito del Manifesto redatto da Ernesto Rossi e Altiero Spinelli negli anni ‘40, di «un  programma di giustizia e libertà che configurava avanzati obbiettivi sociali». Talmente «avanzati» che quel Manifesto Marco Pannella lo mangia da decenni tutti i giorni a colazione, a pranzo e a cena. Già sento gracchiare il canuto vegliardo: «benvenuto, caro Tonino».

Che oggi Negri appoggi apertamente una delle fazioni capitalistiche che si stanno duramente scontrando intorno al «progetto europeo»; che egli perori la causa di un’alleanza «antiliberista», ossia anti-anglosassone, che veda insieme l’imperialismo europeo, la Cina, l’India e il Brasile, ebbene ciò è perfettamente coerente con la sua impostazione “dottrinaria” di fondo, magari al netto della solita rancida fraseologia pseudorivoluzionaria appena riverniciata con le parole del benecomunismo più luogocomunista. Come i maoisti del triste tempo che fu, Negri invita «la moltitudine» a individuare negli angloamericani neoliberisti il «nemico principale», per battere il quale «ai compagni» non dovrebbe fare troppo schifo usare “strumentalmente” anche il «“debole” riformismo (anche se non flaccido come quello di Blair e di Schröder)» di Hollande. Per fortuna non sono un “compagno” e quindi posso chiamarmi fuori dal fronte planetario benecomunista senza avvertire il peso dei sensi di colpa .

Moltitudine, non abboccare!

D’altra parte, dopo l’89 l’Europa «sviluppa un’economia potente ed un modello sociale relativamente autonomo (cioè non totalmente dominato – economia “sociale” di mercato – dalla logica del profitto». Se non possiamo parlare di socialismo… poco ci manca! E allora, perché indugiare oltre? «Cogliamo dunque quest’occasione! Integriamo, insomma, contro il modello neoliberista, quello che è contenuto nel programma di Hollande». Che la sirena imperialistica, ancorché «antiliberista» e «antibismarckiana», oggi assuma il volto benecomunista di Toni Negri è qualcosa che non mi sconvolge affatto. Forse perché sono digiuno di dialettica? Non lo escluderei in linea di principio. Comunque sia, alla «metafora storica» evocata dal nostro amico nei termini di «un 1848 delle “forze del comune”» preferisco di gran lunga un’altra «metafora storica», quella di un 1871 delle forze della Comune. Magari segnata da miglior fortuna.

Vedi anche:
Quel che resta di Toni Negri
Per chi vota Toni Negri

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2 thoughts on “LA MARSIGLIESE DI TONI NEGRI

  1. Pingback: TONI NEGRI E LE EREZIONI FRANCESI | The Pensive Image

  2. Pingback: SE DERAGLIA LA LOCOMOTIVA TEDESCA | Sebastiano Isaia

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