IL VOLTO “PACIFICO” DELLA GERMANIA TERRORIZZA L’OCCIDENTE

Un tempo la Germania inquietava i suoi concorrenti perché mostrava un’aggressività politico-militare davvero preoccupante. Beninteso, preoccupante per quelle nazioni che, giungendo per prime al vertice della piramide imperialistica intorno al limitare del XIX secolo, avevano trovato il modo di spartirsi in solitudine il vasto mondo, offrendo ai paesi ritardatari solo le briciole del ricco bottino. Il riferimento è naturalmente all’Inghilterra e alla Francia, ma anche agli Stati Uniti, se prendiamo in considerazione il quadrante orientale-Pacifico della mappa geopolitica: qui il ruolo del cattivo spettò al Giappone, ristretto in uno “spazio vitale” fin troppo esiguo per la sua straboccante forza sistemica. Chi ha interesse a spezzare lo status quo deve mostrare, magari obtorto collo, il volto più cattivo di cui è capace.

Oggi la Germania fa paura per il suo inquietante “pacifismo”. A differenza dei mass-media nostrani, distratti dagli ennesimi scandali e dalle insulse macchinazioni politiche in vista delle prossime scadenze elettorali, ai quotidiani e alle riviste politiche degli altri paesi occidentali non è invece sfuggito quello che è forse stato l’aspetto più significativo dell’ultimo summit della Nato (Chicago, 20-21 maggio): il processo alla Germania. Un processo ovattato, portato avanti con discrezione e guanti di velluto, come si conviene in un convegno fra “amici” e “alleati”; ma non per questo privo di durezze. Come diceva il filosofo (tedesco!), la verità sa essere brutale anche nei panni della più dimessa diplomazia.

Partendo dall’atteggiamento “omissivo” che ha caratterizzato la politica estera tedesca a proposito della questione libica, gli Stati Uniti, spalleggiati dagli altri “alleati”, hanno rinfacciato ai tedeschi un egoismo senza pari in ambito NATO: mentre crescono in potenza economica, essi non solo rifiutano di assumere le responsabilità politiche e militari che competono a un grande Paese, qual è diventata la Germania dopo la seconda guerra mondiale, e a fortiori dopo la fine della guerra fredda; ma addirittura mostrano di volersi ritrarre ancor di più dalle loro responsabilità internazionali, tagliando ad esempio la loro spesa militare.

Inutile dire che mentre irrita gli “alleati”, il disimpegno politico-militare dei tedeschi, formiche dell’Occidente, piace molto ai cinesi, formiche dell’Oriente. Fra formiche ci s’intende? Rimane il fatto che, ad esempio, la Germania «verso la fine del 2010, affiancata dalla Cina, ha cercato di bloccare sul nascere un’iniziativa americana proposta nel novembre dello stesso anno dal G20 per “riequilibrare” i rapporti con i paesi che basano la loro economia sulla crescita delle esportazioni» (Heather A. Conley, La Germania non crede più nell’America, 14/10/2011, Limes).

Il Primo Ministro polacco ha ripetuto che al suo Paese oggi spaventa più una Germania isolazionista, tutta focalizzata sull’economia, che una Germania forte sul piano politico-militare. Una Germania politicamente forte sulla base dell’attuale status quo che vede gli Stati Uniti saldamente al centro della NATO, è evidente. La Polonia teme l’attuale debolezza politica della Germania semplicemente perché essa potrebbe preludere a uno sviluppo autonomo dell’imperialismo tedesco, e certamente il Ministro della Difesa tedesco, volendo in qualche modo giustificare la reticenza del suo Paese in materia di spese militari, non ha rassicurato i polacchi affermando che «La Germania ha paura della sua stessa forza».

«Come ha osservato Stefan Kornelius, caposervizio agli Esteri della Süddeutsche Zeitung, la Germania assomiglia a “una nazione in catene da essa stessa forgiate”» (H. A. Conley, La Germania…). Questo, sia detto per inciso, a proposito della Germania come Potenza fatale, e in relazione alla radice sociale – eminentemente economica – dell’Imperialismo contemporaneo. Ancora una volta il “vecchio” concetto di Imperialismo si mostra assai più adeguato alla reale dinamica del processo sociale di quanto non sia il concetto “postmoderno” di Impero, a confronto del primo forse più suggestivo e più vendibile sul mercato delle ideologie, ma certamente non all’altezza del tempo.

«La carta mostra i legami economici della Germania con il resto del mondo. Berlino si pone non solo come potenza centrale d’Europa ma come fattore inaggirabile sulla scena globale. Il confine fra geoeconomia e geopolitica è sfumato» (Limes, 4/2011).

In verità l’accusa americana cui facevo cenno sopra non è nuova, anche se a partire dagli anni Settanta essa investì tutti gli alleati degli Stati Uniti, dall’Europa occidentale presa in blocco al Giappone, accusati appunto di ingrassare all’ombra del costosissimo – in tutti i sensi – ombrello politico-militare offerto “generosamente” dal Paese egemone. Perdenti sul piano politico-militare, la Germania e il Giappone non tardarono a prendersi la rivincita, anche sfruttando al meglio la propria condizione di paesi reietti che alla fine avevano “accettato” la resa incondizionata decisa nel ’43 a Casablanca da Roosevelt e da Churchill. (Detto di passata, la guerra mondiale durò altri due anni perché nessun Paese può accettare, senza impegnarsi in un corpo a corpo mortale col nemico, una resa incondizionata, salvo venir ridotti ai minimi termini, cosa che peraltro puntualmente avvenne. Sulla pelle delle classi dominate di tutto il pianeta).

La Germania è tutta concentrata sul proprio potenziale economico, e mentre prospera in un continente rovinato dalla crisi economica, essa non vuole impegnarsi seriamente in scelte politiche che necessariamente hanno un costo in termini finanziari. Eppure i tedeschi hanno tratto un grande beneficio dal sistema di alleanze cui sono parte integrante ormai da sessant’anni. È venuto il momento per la Germania di essere meno egoista e più generosa: essa deve pagare un prezzo adeguato alla sua dimensione di potenza economica, procedendo anche a un rapido riarmo, ovviamente nell’ambito della NATO e in stretta sinergia con i partners europei. Dinanzi a questo grave discorso «la diplomazia tedesca rimane silente», ha riconosciuto Der Spiegel. Un silenzio che mette i brividi.

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