IL PUNTO SULLA GUERRA IN EUROPA (3)

Quando la Germania va bene, di solito sei mesi dopo i suoi soldati marciano per gli Champs Elysèes (Gerard Baker, Financial Times, 17 ottobre 2002).

L’assedio alla Germania si fa di giorno in giorno più stringente, e il cannoneggiamento politico-diplomatico del Paese si inasprisce anche sul fronte extraeuropeo. Bordate prima mai viste arrivano dagli Stati Uniti e dalla Cina, i cui governi devono vendere alle rispettive opinioni pubbliche il capro espiatorio che spieghi il rallentamento delle loro economie. «La crisi in Europa frena la nostra economia, e la responsabilità maggiore di questa crisi va addebitata alla Germania». Un discorso semplice semplice, alla portata di tutti, che ha trovato sul fronte europeo un consenso generale. Peccato che sia falso, almeno nella parte che attribuisce le responsabilità di “ultima istanza”.

Giusto per non perdere visibilità e dimostrare l’esistenza in vita della Francia, Hollande ha ricordato all’amico Obama che «la crisi economica è partita dagli Stati Uniti: non ci risulta che la Lehman Brothers fosse un Istituto finanziario europeo». Un minimo sindacale di grandeur celato sotto un sottilissimo strato di “spirito europeista”. Assai significativamente la Casa Bianca, spalleggiata dal Fondo Monetario Internazionale, ha “suggerito” agli europei di abbandonare il dogma rigorista del pareggio di bilancio e di «spendere a debito», illuminando così involontariamente la causa principale della bolla speculativa scoppiata in America nel 2008. Cosa che, tra l’altro, dimostra quanto sia infondata la distinzione tra «economia reale» e «economia finanziaria», due sfere necessariamente e inestricabilmente interconnesse. Che su questa intima relazione si dà la possibilità della più sfrenata e “immorale” speculazione, ebbene questo è un fatto che può turbare solo la coscienza dei buoni di cuore.

Scriveva ieri Antonio Polito: «Si fatica a tener dietro al valzer di vertici e incontri, piani segreti e intese pubbliche, fughe in avanti e fughe di notizie, che ogni giorno si balla in Europa. Le ultime spiagge si succedono l’una all’altra. Fino a ieri era prioritario salvare gli Stati (la Grecia). Ora bisogna salvare le banche (spagnole). Lo schema di gioco è sempre lo stesso: tutti vogliono che si tamponi la falla con i soldi tedeschi, tranne i tedeschi»(Il Corriere della Sera, 5/06/2012). Già, tutti sono europeisti e solidali, con i soldi degli altri!

Giustamente Polito sostiene che nemmeno la Germania assiste a cuor leggero allo sfaldamento dell’eurozona, e che sarebbe pure disposta a fare qualche sacrificio per salvare paesi «irresponsabili e spendaccioni» come Grecia e Spagna; ma non a tutti i costi, non senza porre delle precise condizioni. Legittimamente. «Nemmeno alla Germania si può imporre una deroga al principio cardine della democrazia: no taxation without representation . È impossibile chiedere ai contribuenti tedeschi di essere pronti a rimborsare gli eurobond senza che essi abbiano la possibilità di scegliere chi spende quei soldi». È, questo, il punto nevralgico dell’attuale guerra europea. È, per dirla con Polito, «il rompicapo della Sovranità», il quale chiama in causa la germanizzazione dell’eurozona, ossia il convergere di tutti i partner provvisti della stessa moneta verso il modello sociale tedesco.

Mentre il popolo greco muore di fame Lei si diverte! Che cattivona!!

Senza la centralizzazione della politica monetaria e fiscale non ci sarà mai quella “comunitarizzazione del debito” richiesta a gran voce dai buoni di spirito della “solidarietà europea”, e la prima presuppone un travaso di potenza che farebbe pendere il Vecchio Continente dal lato della potenza egemone sul piano dell’economia e della demografia. Parlo della Germania, ovvio. E qui il nazionalismo delle «patrie europee» trova un eccezionale alimento. «Il punto è: tutti coloro che accusano la Germania di egoismo e miopia, compresa la nostra spendacciona classe politica, sono pronti a cedere cruciali poteri sovrani sul bilancio, sul welfare, sulle tasse? Prima o poi, a questa domanda bisognerà dare risposta. E in quel momento scopriremo che non è affatto una risposta scontata, soprattutto in Francia, da sempre vero cronografo e limite del processo di integrazione. Non c’è bisogno di ricordare che fu il “sovranista” popolo francese ad affondare in un referendum la Costituzione europea. Un tempo si diceva che l’Europa è nata per nascondere la potenza tedesca e la debolezza francese. Per continuare a vivere, deve oggi riconoscerle entrambe». È dai tempi del Trattato di Roma che la Francia «fiacca la costruzione dell’Europa e ne limita le ambizioni» ( J-J Servan-Schreiber, La sfida americana, 1969). Oggi tutti i quotidiani francesi unanimemente concordano su questo punto: è il sovranismo francese il vero ostacolo alla realizzazione di un’Europa federale. Il motivo è semplice, e ruota intorno al travaso di potenza cui accennavo sopra.

Detto di passata, e in sfregio alla ridicola grandeur dei cugini d’oltralpe, il «regime del disonore» di Vichy (1940-1944) trovò l’appoggio di chi allora in Francia riconobbe il dato di fatto richiamato da Polito: potenza tedesca e debolezza francese. «L’abuso delle buone cose – annotava Paul Valéry nei suoi diari nel giugno 1940 – ha portato la Francia alla sventura … Noi siamo vittime di ciò che siamo».

All’Europa unita e felice!

La lettura dei fatti data da Polito mette in ridicolo chi oggi contrappone il «vecchio sogno europeista dei padri fondatori» (Churchill, Jean Monnet, Adenauer, de Gaulle, De Gasperi), all’incubo del sempre più imminente crollo dell’edificio europeista generato dall’egoismo e dalla miopia degli attuali leader europei, a partire – naturalmente – da quelli tedeschi. Quale Europa emergerà dalla crisi, si chiede ad esempio Adriana Cerretelli: «Quella equilibrata e solidale delle origini, cui sarebbe facile delegare nuovi poteri, o quella del più forte che impera oggi?» (Il Sole 24 Ore, 5/06/2012). Ma il mito della vecchia e cara Europa dei «padri fondatori», diffuso soprattutto nell’opinione progressista del Vecchio Continente – con qualche diramazione statunitense: vedi Jeremy Rifkin e lo stesso Obama –, mostra tutta la sua inconsistenza ad un’analisi storica appena più seria, e soprattutto non viziata da pregiudizi ideologici. Cerco di dimostralo in tutti i post dedicati alla «Questione tedesca come Questione europea», ad esempio in Se deraglia la locomotiva tedesca.

Scrive la Cerretelli: « La grande Germania, dice Schmidt, sta perdendo il senso della storia, del suo riscatto europeo e della solidarietà con i partner. Ormai guarda con beata indifferenza a sacrifici e risentimento dei greci, all’orgoglio ferito degli spagnoli in difficoltà, al sofferto sì degli irlandesi non per convinzione ma per paura di perdere i fondi Ue. Segue con fastidio, osservandole dall’alto in basso, le manovre della nuova Francia e dell’Italia per rimettere in moto la crescita europea. Nell’attesa, lucra allegramente sui guai altrui finanziandosi gratis sui mercati e facendo shopping europeo a prezzi di saldo. Se non cambia, questa Europa a una dimensione, tutta e solo tedesca, è destinata al collasso. Politico, economico, democratico. Alle rivolte popolari. C’è meno di un mese per convincere la Merkel ad ascoltare anche le ragioni altrui, a ritrovare un po’ di spirito europeo, una visione strategica del futuro. In breve, a evitare di far del male a sé e agli altri». Signori, la guerra è servita!

Detto en passant, George Soros è più ottimista: dà all’Europa altri tre, quattro mesi di vita. A meno che «la Germania non rinsavisca». La pressione politica e psicologica sui «maledetti crucchi» rischia di farsi parossistica, e certamente è dal ’45 che sulla Germania non si riversava un simile carico di ostilità e di imprecazioni. L’ex (?) stalinista greco Manolis Glezos, ieri eroe della resistenza antinazista e oggi eroe della resistenza antimerkel basata a piazza Syntagma, non smette di ricordare a «Frau Merkel» che la Germania «ci deve un sacco di soldi. Siamo l’unico Paese europeo a non essere stato risarcito dalla Germania per i danni di guerra: parliamo di centinaia di miliardi di euro» (intervista a Vittorio Zincone pubblicata su Sette del Corriere della Sera, 18/05/2012). Il vecchio Glezos conclude così la sua invettiva antinazista, pardon, antitedesca: «Prendano i loro soldi e vadano al diavolo». Un invito a nozze per Frau Merkel…

A proposito del concetto a me caro di «Germania come Potenza fatale»: «Qualche giorno fa non sono stato in grado di dare una risposta univoca a una domanda molto semplice: “Quando la Germania diventerà finalmente un Paese normale?” Ho risposto che in un futuro prossimo la Germania non diventerà un Paese “normale” a causa del nostro enorme e peculiare fardello storico e della posizione centrale e soverchiante che il nostro Paese occupa a livello demografico ed economico in un continente molto piccolo, ma articolato in una compagine variegata di Stati nazionali (Helmut Schmidt, Il Sole 24 Ore, 5/06/2006). Non è che «il passato non vuole passare», secondo il noto e abusato stilema. È che la storia continua. Semplicemente. La storia, non l’idea che i buoni di spirito si fanno di essa.

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