IL «SOCIALISMO DI MERCATO» CINESE NON È UN OSSIMORO, È UNA CAGATA PAZZESCA!

Scrive Alberto Gabriele: «In Cina, da qualche decennio a questa parte, si è venuta costituendo una formazione economico-sociale di tipo nuovo, non-capitalista. Lo stato cinese ha un alto grado di controllo diretto e indiretto sui mezzi di produzione e sul processo di investimento e di accumulazione: di conseguenza, le relazioni sociali di produzione sono diverse da quelle prevalenti nei “normali” paesi capitalisti» (Cina: socialismo di mercato e distribuzione del reddito, Marx XXI, 22 giugno 2012). Da uno a dieci, quanto è vera questa tesi? A mio modesto avviso la risposta è: zero spaccato, tanto per essere chiari fino all’insolenza.

Qui, infatti, ci troviamo dinanzi alla classica e crassa confusione tra Socialismo e Capitalismo di Stato, un’aberrazione dottrinaria, dai risvolti politici quanto mai devastanti sul versante della «coscienza di classe», che gli stalinisti di tutte le tendenze (maoisti, togliattiani, castristi, eccetera) hanno ereditato da Lassalle e dai teorici del «socialismo di Stato», a suo tempo mazziati a dovere da Marx.

Non solo l’alto grado di controllo dello Stato sull’economia non dice nulla a proposito dei rapporti sociali di produzione, ma storicamente esso è stato un formidabile strumento di accumulazione capitalistica in tutti i Paesi che sono giunti, per così dire, in ritardo all’appuntamento con lo sviluppo capitalistico. Senza contare il ruolo che la violenza concentrata dello Stato ha giocato nella rivoluzione industriale nella stessa Inghilterra, ritenuta la patria del liberoscambismo. Il fatto che a sfruttare il lavoro salariato sia il Capitale pubblico piuttosto che quello privato non cambia di un solo atomo la natura dei rapporti sociali di produzione. Sotto questo aspetto la Cina – come il Vietnam («Il “modello” vietnamita può essere visto come una variante dello stesso tipo di formazione economico-sociale ») – è un Paese normalissimo, anche se le sue enormi dimensioni geosociali le conferiscono un aspetto affatto particolare. Tutto in Cina è gigantesco: il Capitale (pubblico e privato), lo sfruttamento dei salariati, il ritmo della crescita, il numero delle sommosse, l’inquinamento del cielo, dei fiumi e dei laghi, l’oppressione di nazionalità, etnie e culture, nonché, dulcis in fundo e a necessario coronamento di tutto ciò,  il controllo sociale esercitato dal Leviatano. Il fatto che il Moloch cinese esibisca una bandiera rossa e si faccia chiamare «comunista» può destare una certa impressione nel pensiero che si accontenta della schiuma ideologica, non certo in quello che si sforza di perforare criticamente la spessa corazza del dominio sociale capitalistico.

Uno studioso americano, H. R. Knickerbocker, recatosi nel 1932 in Germania per studiare il paradosso della più grande economia industriale del Continente immersa nella più devastante crisi sociale del pianeta, fece un’interessante paragone fra «il sistema Zeiss», il trust tedesco noto in tutto il mondo per la fabbricazione degli strumenti ottici di precisione, e il «sistema Sovietico». A quei tempi La Fondazione Zeiss si compiaceva di destinare una parte dei suoi profitti («eccedenze», nell’anglosassone terminologia dell’autore in questione) ai lavoratori, una vera e propria aristocrazia operaia, nonché «all’ingrandimento e al miglioramento delle officine e a scopi di pubblica utilità, e, anzitutto, all’Università di Jena» (H. R. Knickerbocker, I due volti della Germania, p. 92, Bompiani, 1932).

Com’è noto, il profitto investito «all’ingrandimento e al miglioramento delle officine» si chiama, in termini marxiani, accumulazione. L’aliquota di profitto data (quando l’accumulazione lo rende possibile, ovviamente) agli operai non è che salario differito, volto a fidelizzare i lavoratori e accrescerne la produttività. Detto di passata, è questa la mitica «compartecipazione dei lavoratori ai profitti» che tanto piace ai progressisti italiani, a cominciare dai sindacalisti, adoratori del «modello tedesco». Anche i funzionari di alto rango ricevevano uno «stipendio», per giunta assai modesto in rapporto a quanto riscuotevano i funzionari impiegati in imprese analoghe in Germania e nei paesi capitalisticamente più avanzati. Insomma, l’intero profitto era immolato sull’altare dell’accumulazione capitalistica, e non scialacquato per assecondare voglie dal discutibile valore etico.

Inutile dire che questa morigeratezza capitalistica piacque assai all’americano, che credette di rintracciare nel «sistema Zeiss» caratteri analoghi a quello sovietico in vigore nella Russia di Stalin, sebbene nella «patria dei soviet» i lavoratori non godessero dello stesso alto standard di vita. Veniamo brevemente alla conclusione: «Però, il fatto che si mira ad ottenere un’eccedenza [un profitto] e che le diverse classi di lavoratori sono in misura variabile compensate [con un salario], attribuisce un carattere capitalistico ad entrambi i sistemi, indipendentemente dal modo con il quale l’eccedenza, infine, viene ripartita … Identica, infine, in entrambi i sistemi, la circostanza che gli operai partecipano all’eccedenza, ma non alla direzione. In teoria, nell’Unione Sovietica gli operai partecipano alla direzione, ma in pratica la loro partecipazione fu soppressa a favore della più efficace direzione dall’alto». Carattere capitalistico. Naturalmente gli stalinisti avrebbero avuto da ridire su questa puntuale analisi economico-sociale, che peraltro condivido in pieno. Appunto, gli stalinisti. Come spesso capita, il sociologo “borghese” mostra di saperla assai più lunga sui fatti del mondo che non il “marxista”. E pure questa constatazione andrebbe indagata seriamente.

Mutatis mutandis, applicate quanto appena scritto al caso cinese, e avrete, se non una risposta esaustiva, almeno una buona bussola. Aggiungo, per soprammercato, che la rivoluzione cinese che portò al potere il cosiddetto Partito Comunista di Mao non uscì mai dalla dimensione borghese. Sulla natura sociale della Cina vi rimando ai diversi post che ho dedicato a questo tema (solo un esempio: La Cina e l’eterna “transizione” degli epigoni) e all’Appendice di Tutto sotto il cielo (del Capitalismo), scaricabile da questo Blog.

«Il proliferare di storie e storiacce sul boom dei consumi di lusso, l’arroganza dei nuovi ricchi e il diffondersi di una cultura volgarmente consumistica sono sotto gli occhi di tutti». Che severità etica, signor moralista! Cosa risponde un antimoralista del mio stampo? Il solito: È il Capitalismo, bellezza, e tu non puoi farci niente, niente! Salvo la rivoluzione sociale anticapitalistica, beninteso. Ma il berlingueriano in salsa cinese, apologeta di una delle più grandi potenze capitalistiche del pianeta, non vuol sentir parlare di simili utopie a proposito della Cina: «Non si deve però cadere nella tentazione – così diffusa tra quanti criticano la Cina da posizioni ideologiche pregiudiziali, sia da destra che da sinistra – di concludere frettolosamente che il sistema cinese è poco più di una forma rozza e arretrata di capitalismo, tanto più selvaggio e corrotto proprio in quanto capitalismo di stato, e che in un contesto del genere l’esplosione delle diseguaglianze non può che essere fisiologica e incontrollata». Non più tanto rozzo e arretrato, per la verità. Certamente selvaggio, come lo deve essere ogni Capitalismo che si rispetti, a Occidente come a Oriente, a Nord come a Sud. La corruzione “verticale” e “orizzontale” è tipica dei totalitarismi e dei capitalismi fortemente partecipati dallo Stato (vedi il Bel Paese!), come ben sanno gli economisti e i sociologi. Dove alligna troppa burocrazia, a causa delle imperiose necessità di controllo sociale dello Stato, più facilmente si dà la possibilità di “illeciti” arricchimenti e di abusi d’ogni sorta. Questo fenomeno fa parte delle «diseconomie» più difficili da correggere, e si intuisce facilmente  il perché. Nei confronti della corruzione, di qualsiasi genere essa sia, ho un atteggiamento schiettamente “materialistico”, non moralistico.

Una cosa, alla fine, mi incuriosisce: il mio pregiudizio ideologico nei confronti del Paese asiatico “diversamente capitalistico” è più di “destra” o più di “sinistra”? Credetemi, non ci dormo la notte!

13 pensieri su “IL «SOCIALISMO DI MERCATO» CINESE NON È UN OSSIMORO, È UNA CAGATA PAZZESCA!

  1. La Cina è stato l’unico paese in grado di risollevare in 15 anni 700 milioni di persone dalla pevertà assoluta. Di fronte a questo chi sei tu per definire la loro transizione una “cagata pazzesca”?

    • Ma transizione verso cosa? Verso il Capitalismo. Ovviamente non giudico una cagata pazzesca il titanico e violentissimo sforzo cinese in direzione del Capitalismo, più o meno di Stato, quanto l’ideologia che ancora nel XXI secolo alimenta la balla speculativa del «socialismo di mercato». Ho pochissime certezze, e tra queste posso annoverare l’idea che lo stalinismo e il maoismo non hanno mai avuto nulla a che fare con il socialismo. Non solo, ma che l’uno e l’altro hanno gettato tantissima cacca sopra la possibilità dell’emancipazione delle classi dominate. Di qui la “cagata” del titolo. In questo Blog troverai molte argomentazioni a supporto della mia tesi. So che non ti convincerò, ma pazienza. Ti ringrazio comunque per l’attenzione.

      • Quando si parla di “socialismo di mercato” non si fa riferimento all’ideologia a cui alludi. Semplicemente si indica la compresenza di un economia di mercato e di alcuni elementi tipici di una gestione centralizzata, tanto che è più spesso definita come un esempio di “capitalismo politicizzato” . La Cina non è considerata “diversamente capitalistica” e, non si pone come un nuovo modello di capitalismo. E’ un economia in transizione da una gestione centralizzata verso il libero mercato e NON un nuovo modello di capitalismo.

        Questo è anche sottolineato nell’articolo di Gabriele (2012), da cui tu stesso trai alcune parti, il quale offre uno spaccato della transizione cinese tutt’ora in corso mettendo in evidenza alcune riforme che mirano a livellare le disuguaglianze sociali. Ma, attenzione, il suo articolo non propone affatto la Cina come un nuovo esempio di capitalismo, semmai di transizione.
        Partendo da questo punto di vista quando dici:

        <>

        Dormi pure tranquillo, la CIna non è “diversamente capitalista”, è un’economia transizione. E, come sottolineato da Gabriele(2012) sta attuando la transazione con molta attenzione rispetto alle problematiche sociali.

        La saluto

      • Cara Ambra, mi sembra di capire che entrambi concordiamo sulla natura capitalistica della transizione in atto nell’economia cinese: da un Capitalismo fortemente “partecipato” dalla Stato a uno più “liberale”, per usare concetti che abbisognano di un approfondimento critico per venir riempiti di senso. Una transizione che necessariamente genera conflitti sociali e una dura lotta nel seno dello stesso Partito-Stato, peraltro da sempre (dal 1949) attraversato da diverse opzioni politiche circa le modalità e i ritmi del processo di accumulazione nel peculiare contesto storico e geosociale cinese. Ma se tutto si svolge sotto il cielo del Capitalismo perché tirare in ballo il socialismo, accostandolo per giunta al mercato? So bene che gli economisti borghesi da sempre associano il Capitalismo di Stato al Socialismo (scriveva ad esempio Ferdinand Fried nel 1932 nel suo celebre La fine del Capitalismo: «Nella Cina è in divenire un capitalismo di Stato o socialismo di Stato»); ma il “marxista” perché dovrebbe accettare questa triviale concezione? Merce, tecnologia, mercato, denaro e lavoro salariato non sono che forme diverse di essere del Capitale. A differenza di quanto crede l’economia politica feticizzata, il mercato e il denaro non sono tecnologie economiche poste al servizio di qualsivoglia rapporto sociale di produzione, ma espressioni di peculiari rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. Non a caso Il Capitale inizia con le fatidiche parole: «La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico, appare come una “immensa raccolta di merci”». È pur vero che la merce, il mercato e il denaro sono «categorie antidiluviane», ma è soprattutto vero che solo in epoca borghese essi hanno conquistato l’intero spazio sociale – che oggi coincide con il mondo –, acquistando il peculiare significato storico-sociale che, da Marx in poi, sappiamo, o dovremmo sapere. Nel 1952 Stalin provò (Problemi economici del socialismo) a giustificare la presenza della merce, del mercato, del denaro e del lavoro salariato nell’ambito del supposto Socialismo sovietico, ma una scorsa anche superficiale a quel pietoso scritto mostra il suo indigente retroterra teorico, riferibile ovviamente non all’ubriacone di Treviri, ma agli «insulsi» Proudhon, Lassalle, Dühring e Rodbertus, tutta gente accuratamente martellata dalla strana coppia (Marx ed Engels). Mao si limitò a riprendere la triviale concezione economica di Baffone. Dove c’è il mercato non può esserci socialismo, e viceversa. Siamo all’ABC della critica dell’economa politica. Posso capire la simpatia di molti economisti borghesi per il «modello cinese» (vedi Loretta Napoleoni), un Capitalismo così aggressivo, competitivo e vincente, soprattutto se posto in rapporto con l’esangue «modello occidentale»; ma mi risulta incomprensibile un’analoga simpatia da parte di personaggi che si dichiarano anticapitalisti. Detto di passata, molti “marxisti” chiudono un occhio, e a volte anche due, quando si tratta dell’oppressione delle nazionalità, delle etnie, e delle culture nel vasto impero cinese. Chissà perché. Forse perché per costoro l’imperialismo inizia e finisce con l’Occidente (Israele compreso, of course)?
        Il fatto che in Cina sia assicurata un’esistenza (da salariati) a un miliardo di individui è cosa che deve far leccare i metaforici baffi al Capitale, cinese e mondiale, non certo all’anticapitalista. Io, poi, non ho baffi! Per quanto riguarda il concetto di «economia di transizione» si deve osservare che il Capitalismo è un’economia di transizione naturaliter, nel senso che la sua sopravvivenza è legata a un continuo processo di trasformazione, il quale investe non solo la sfera immediatamente economica, ma la struttura sociale nella sua totalità, corpi e anime degli individui compresi. Salvo che non si voglia introdurre di soppiatto qualche ambiguo concetto “socialista”. Per quanto riguarda il livellamento delle disuguaglianze sociali in Cina promosso da «alcune riforme» preferisco non infierire, e mi limito a ribadire la mia ostilità contro ogni forma di “livellamento”, nonché a rimandare alla critica marxiana del «comunismo rozzo». E con questo concetto non mi riferisco ai cinesi, ma ai simpatizzanti occidentali del Capitalismo cinese – il “diversamente capitalista” era, ovviamente, una battuta.
        Rinnovo i ringraziamenti per l’attenzione.

  2. La domanda rimane: “transizione” verso cosa? Sbaglio o Gabriele scrive: “In Cina, da qualche decennio a questa parte, si è venuta costituendo una formazione economico-sociale di tipo NUOVO, NON-CAPITALISTA”?

    Ora, se Alberto Gabriele o Ambra Colacicco potessero spiegarmi cosa distingue l’economia cinese al punto da poterla chiamare “NON-CAPITALISTA”, avrei le informazioni necessarie per trovare la chiave necessaria a tradurre quelle che in questo momento mi sembrano due lingue differenti quanto alla definizione di “capitalismo”.

    Grazie.

  3. Cercherò di rispondere ad entrambi in modo breve (cosa non facile).

    Negli anni ’50 l’econonomia cinese aveva due caratteristiche:

    1) Scarsità di capitale (e di conseguenza alti tassi di interesse
    2) Abbonzanza di mano d’opera a basso costo

    Mao, invece di indirizzare l’economia verso il suo comparative advange (lavoro a basso costo) l’ha spinta verso l’Industria pesante che è un settore “capital intensive”. Per poterlo fare, visto che la Cina di capitale NON ne aveva, Mao ha distorto quello che si chiama “micropolicy enviroment”:

    A Livello finanziario: Le banche sono stata statalizzate, i tassi di interesse artificialmente abbassati e e tassi di scambio artificialmente alzati.
    A Livello industriale: Tutta l’industria è stata statalizzata: la produzione era gestita dallo stato che dava ordini all’azienda su: cosa produrre e in quali quantità. Forniva alle aziene i materiali per la produzione e si occupa di re-distribuire i loro prodotti. La competizione è stata soppressa e così il mercato: l’allocazione di tutte le risorse e l’acquisizione di qualsiasi bene era decisa dall’alto e non avveniva tramite meccanismi di mercato. Le aziende erano veri e propri “state pappets” non avevano alcuna autonomia, dipendevano dallo stato al quale rimettavano i loro profitti (mai realizzati) così come le loro perdite.

    In questa situazione: la competizione è stata soppressa, il profitto non era più il parametro per misurare l’efficienza di un’azienda, il mercato, in quanto istituzione, NON esisteva per nessun bene: nè per i prodotti di consumo (i prezzi erano tutti decisi dallo stato) nè per l’allocazione dei crediti: i finanziamenti erano tutti decisi dallo stato, nè per le assunzioni e così via.

    Nel ’78 la Cina ha cominciato una graduale transizione verso il Capitalismo e quindi verso un economia di mercato. La transizione tutt’oggi non è completa, e l’economia Cinese è in transazione e non ancora totalmente capitalista in quanto:

    1) il rate della moneta nazionale è infuenzato dalla national bank of China e non viene determinato secondo i meccanismi di mercato.
    2) Le banche non sono indipendenti e l’allocazione del credito segue, di fatto, il volere dello stato. (leggere Zhang, Guibin(2008), “The choice of formal or informal finance: Evidence from Chengdu, China”, China Economic Review,Volume 19, Issue 4, December 2008, Pages 659-678 / Blumberg B. & Letterie W. (2008). “Business Starters and Credit Rationing”, Small Business Economics, 30(2), pp. 187-200.)
    3) Il 30% delle aziende è ancora statale e i finanziamenti a queste imprese vengono dall’alto e non attraverso il meccanismo di mercato.
    4) I mercati finanziari non sono liberalizzati

    Da qui risulta chiaro come l’economia di mercato co-esiste con alcuni elementi tipici di una gestione centralizzata come quella del periodo Maoista e per questo è in transizione.

    Per Sebastiano Saia:

    Scusa la franchezza: i problemi semantici su cosa possa rientrare o meno nella definizione di socialismo non mi interessano.
    Quello che nel tuo articolo è sbagliato è presentare la Cina come un nuovo modello di capitalismo perchè di fatto, come spiegato, è un’economia tutt’ora in transizione.
    Inoltre trovo molto triste che si descriva la Cina con i soliti luoghi comuni: “La Cina è grande, grande è la sua popolazione, grande è il suo sfruttamento, grande è l’inquinamento e le ineguaglianze sociali” ti faccio presente che la Cina sta lavorando duramente per un allivellamento delle differenze sociali (Gabriele 2012 lo spiega bene) e sta portatando avanti strategie per la riduzione dell’inquinamento di tutto rispetto, così come per la riforma del lavoro.

    Spero di essere stata esauriente.
    Saluto!

    • Scrivi: «Quello che nel tuo articolo è sbagliato è presentare la Cina come un nuovo modello di capitalismo perché di fatto, come spiegato, è un’economia tutt’ora in transizione». Non ho ancora capito da quale frase, passo o ragionamento tu abbia tratto questa infondata convinzione. Ti ho anche scritto che il «”diversamente capitalistico”» che compare nella fondamentale Cagata è una semplice battuta, uno sfottò, come peraltro si evince chiaramente da ogni riga del post di cui si parla, per non parlare degli altri miei post e studi, lo ammetto modesti, dedicati alla Cina. Invece mi sembra che tu abbia voluto farne il cuore della tua argomentazione. Proprio sulla radicale (essenziale) omogeneità dell’economia cinese rispetto al Capitalismo mondiale si basa la mia ultradecennale lotta contro il maoismo internazionale, a cominciare da quello italiano, ovviamente. La grandezza della società cinese – e quindi delle sue contraddizioni – non è un luogo comune ma una realtà che incide pesantemente anche sul piano della prassi sociale capitalistica mondiale: vedi, ad esempio, l’abbassamento dei profitti industriali e dei livelli salariali nei paesi occidentali. Quel dato è banale solo se colto nella sua mera dimensione quantitativa, ma se invece lo si apprezza nella sua portata qualitativa esso contribuisce a far luce su molti processi sociali che hanno modificato e continuano a modificare la faccia del pianeta. D’altra parte, come sosteneva Hannah Arendt il Male è banale, oltre che radicale.
      Il problema, mi sembra di capire, è che tu guardi la Cina in qualità di simpatizzante – almeno questo lasci intuire, e mi scuso se sbaglio – di una società “che ce l’ha fatta”, che è riuscita ad emergerne con successo dal sottosviluppo precapitalistico (prima del 1949, in gran parte del Paese) e poi capitalistico (dopo il 1949), mentre io la indago criticamente dal punto di vista anticapitalistico. E da questa peculiare prospettiva tutti i paesi del mondo appaiono come l’inferno su questa terra, tutti dello stesso colore come le hegeliane vacche. Ecco perché dove tu vedi masse di individui che lavorano e ricevano tutti i giorni il frutto del loro duro ma dignitoso lavoro, io vedo salariati sfruttati tutti i santi giorni per la gioia del Capitale nazionale e internazionale. Dove tu vedi uno Stato che orgogliosamente cerca di tenere insieme un Paese estremamente complesso, e di farlo avanzare nella competizione e nella considerazione mondiali, io invece osservo il feroce Leviatano messo a guardia dei disumani rapporti sociali capitalistici (in Cina come nel resto del mondo, beninteso), pronto a mordere le chiappe di chiunque metta in discussione lo status quo, o che in qualche modo intralci la poderosa avanzata della Potenza Cinese – di qui, tra l’altro, il noto massacro di Piazza Tienanmen, e le repressioni sociali, nazionali, culturali in atto in quel Paese tutti i giorni che il Capitale manda in terra.
      Insomma, nei confronti della Cina capitalistica del XXI secolo non nutro particolari sentimenti di ostilità. Naturalmente non ti chiedo di condividere la bizzarra prospettiva di cui sopra, ma semplicemente di prendere atto della sua – estremamente minoritaria, me ne rendo conto – esistenza. E soprattutto ti chiedo di non attribuirmi teorie (ad esempio, la Cina come nuovo modello di Capitalismo) che non ho mai né scritto né pensato.
      Come io d’altra parte prendo atto che non ti riguardano i «problemi semantici». Il fatto è che la questione intorno alla natura sociale della Cina, dal 1949 al 2012, genera tutta una costellazione di problemi dalla spessa consistenza politica. Altro che «problemi semantici», cara Ambra! Solo chi ha dovuto fare i conti con lo stalinismo internazionale, di cui il maoismo non fu che una variante adattata agli interessi nazionali della Cina, può apprezzare la sostanza di questa considerazione. Ma nessuno è obbligato a penetrare i misteri dell’antistalinismo e non ti voglio trascinare in ambiti che, del tutto legittimamente, non ti interessano.
      A proposito di Mao! Nella tua breve ma interessante ricostruzione del processo di accumulazione in Cina manca un passaggio molto importante, che schiude la comprensione di molti avvenimenti cinesi: il ruolo che vi ha giocato, direttamente e indirettamente, l’Unione Sovietica. Infatti, dal febbraio 1950 in poi la Cina fu costretta a rivolgersi al “Paese fratello” per ottenere il capitale fisso e le conoscenze tecnico-scientifiche di cui difettava e che le erano assolutamente necessarie per avviare il processo capitalistico di trasformazione della campagna e delle città – «accumulazione capitalistica originaria», per usare la terminologia marxiana, «accumulazione socialista originaria» secondo l’ideologia staliniana ripresa dai “comunisti” cinesi. Tanto più che il lungo ciclo della guerra civile aveva sconvolto il già debole e arretrate tessuto sociale cinese. Al PCC apparve meno rischioso, dal punto di vista della strategia politico-economica di lungo respiro, rivolgersi all’Unione Sovietica piuttosto che agli Stati Uniti, ossia all’Imperialismo concorrente nell’area del Sud-Est asiatico. Un numero davvero considerevole di industrie vennero impiantate direttamente dai russi, che insieme al capitale fisso portarono una forza-lavoro qualificata. Nei dieci anni seguenti al 1950 oltre 10 mila tecnici russi avranno di fatto la direzione dell’industria pesante cinese.
      Col tempo la natura imperialistica dell’«aiuto fraterno» russo si andrà precisando, fino a provocare la rottura fra i due paesi del «socialismo reale» nel luglio 1960. Ma già da subito nel PCC presero corpo le due linee di politica economica che avranno modo di scontrarsi duramente nel corso degli anni, generando enormi disastri economico-sociali (Cento Fiori, Grande Balzo in Avanti, Grande Rivoluzione Culturale), con relativo cospicuo versamento di sangue operaio e contadino. Com’è noto, l’«accumulazione capitalistica originaria» non è un pranzo di gala. Mao incarnò la fazione autarchica del capitalismo di Stato cinese, quella più ostile all’integrazione del Paese nel Capitalismo internazionale, e quindi ostile pure a un’alleanza strategica con il Capitalismo Russo.
      Questa «linea rossa» postulava misure particolarmente pesanti di sfruttamento dei contadini e degli operai, questi ultimi sempre tenuti in pessima considerazione da Mao a causa del loro scarso senso degli interessi della «Patria Socialista», ossia dell’accumulazione capitalistica, la quale esigeva bassissimi salari, un tenore di vita di mera sussistenza e una produttività almeno consona alle ambizioni di potenza della Nuova Cina. Agli operai era chiesto di abbandonare il vecchio «spirito piccolo-borghese e corporativo», e di «servire il popolo», ossia la Nazione impegnata in un colossale sforzo di transizione sociale in direzione del moderno Capitalismo. «Per l’operaio, la coscienza “socialista” è così ridotta all’accettazione del proprio sfruttamento, che è evidentemente una necessità per il successo dell’accumulazione di capitale; ma è una mistificazione politica identificare quest’ultima come il socialismo o il comunismo» (Charles Reeve, La tigre di carta, 1974). So che la demistificazione dell’ideologia maoista per te cade nel regno dei «problemi semantici», mentre per me essa ha da sempre avuto un grande significato teorico e politico. Ma rispetto il tuo punto di vista.
      L’opzione a favore dell’industria pesante, secondo il modello staliniano, generò una serie di ripercussioni fortemente negative a livello della produzione dei beni di consumo e dello sviluppo agricolo, e ciò nel momento in cui la demografia, un fattore decisivo nella storia cinese, attestava un’inaspettata accelerazione verso l’alto, rendendo in prospettiva esplosiva la situazione del mercato del lavoro. Secondo Jean Deleyne (L’economia cinese, 1971), alla fine degli anni Cinquanta entravano sul mercato del lavoro dieci milioni di cinesi, mentre la capacità industriale del Paese consentiva l’assorbimento di soli 500 mila. I contadini, che peraltro erano stati la base sociale fondamentale della rivoluzione nazionale-borghese che portò il PCC al potere, reagirono al supersfruttamento (il surplus agricolo avrebbe dovuto sostenere l’accumulazione nell’industria pesante) e al decadimento delle loro già difficili condizioni di esistenza con sommosse e diminuendo la produttività del loro lavoro. Questa reazione compresse anche l’approvvigionamento delle città di beni alimentari, creando nel proletariato industriale nuove ragioni di malumori e di rivendicazioni salariali. Come sempre, Mao denunciò le «tendenze borghesi» in seno alla classe operaia. Tutto questo marasma, che ho cercato di descrivere a grandi linee, ebbe come risultato di prima grandezza la rottura della Cina con l’Unione Sovietica, che aveva cercato di inserirla organicamente nella propria sfera di influenza, e il rafforzamento della linea maoista in seno al Partito-Stato.
      Qui mi fermo, non prima però di aver puntualizzato che: 1. «i finanziamenti alle imprese dall’alto e non attraverso il meccanismo di mercato» non toglie nulla alla natura capitalistica del processo di accumulazione del Capitale (per Marx, e per chi scrive, accumulare significa investire il profitto, in parte o totalmente, in un nuovo ciclo produttivo: non importa se il soggetto che controlla questo meccanismo sia un privato o lo Stato); 2. nel ‘78 la Cina
      ha cominciato una graduale transizione verso un Capitalismo sempre più aperto alla concorrenza internazionale e alla gestione dei capitalisti privati. La transizione si svolge, a mio modesto avviso, tutta nel segno della continuità capitalistica e, cosa da valutare con grande attenzione, della continuità nazionale, ossia nel segno della Cina come Potenza Sistemica Mondiale, prima in fieri, in potenza, e adesso in forma dispiegata. Sotto questo aspetto, Mao Tse-tung ha lavorato bene in circostanze davvero eccezionali – e qui riviene fuori il concetto della dimensione geosociale dei problemi cinesi. Una medaglia appesa al petto del Capitale cinese, non certo a quello del proletariato cinese e internazionale.
      Mi scuso per la lunghezza e ringrazio sempre per l’attenzione, ancorché critica. Soprattutto perché critica.

      • Ambra Colacicco ha ragione: il significato di espressioni come “livellare le disuguaglianze sociali” non può essere l’oggetto di una negoziazione semantica, ma deve risultare piuttosto dall’osservazione del suo accadere reale.

        Nonostante il suo appello alla concretezza però, quello che mi sembra essere macroscopicamente trascurato nella descrizione della la nostra amica sono i costi umani (passati, presenti e futuri) che l’ingegneria politica cinese da lei ammirata sembra lucidamente computare, di fatto, come collateral damage nel processo di transizione.

        In siciliano: “cu mancia fa muddichi” – chi mangia fa briciole.

        Altresì fattuale è l’obiettivo che si intende conseguire alla fine (ce ne sarà mai una?) di tale processo di “livellamento”.

        La “fine della povertà” potrà essere senz’altro dimostrata coi numeri, ma sarà impossibile emettere una valutazione sulla “qualità” della vita che ne sortirà senza fornire criteri meta-quantitativi alla raccolta dei risultati.

        Siamo sicuri che tale necessità possa essere considerata solo una futile questione formale?

        Per adesso “livellamento delle disuguaglianze sociali” – seguendo l’esauriente spiegazione di Colacicco – mi sembra significare allargamento dell’accesso alle merci da parte della popolazione cinese via il suo sfruttamento come labour force. Al netto delle “briciole” – sia ben chiaro.

        È questa la “fine della povertà”? O non vi suona piuttosto come quella vecchia battuta in ambito medico che diceva: “L’operazione è perfettamente riuscita ma il paziente è morto”?

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