CHI AIUTA, CONTROLLA!

Bastava scorrere i titoli dei quotidiani tedeschi di sabato e domenica per capire come il problema del «rigorismo» e dell’«egoismo» tedesco non ha il nome Merkel, o quello di un qualsiasi Pinghen Pallinen basato a Berlino. Come i leader europei sanno benissimo (ma fingono di non sapere, in chiave di politica interna, per additare il perfetto capro espiatorio a lavoratori, disoccupati e contribuenti fiscali sempre più arrabbiati), quel problema ha dietro di sé i più che legittimi interessi della Germania e dell’area che fu (e sarà?) del Marco. Nello stesso partito della Cancelliera cresce la fronda dei “duri e puri” che non vogliono arrendersi al «Mezzogiorno spendaccione». È bastato un “cedimento” puramente formale alle ragioni delle «cicale» per infiammare lo spirito “rigorista” dei tedeschi, i quali non vogliono nemmeno sentir parlare della necessità di pagare i pasti ai greci, agli spagnoli, agli italiani, ai portoghesi: «padroni fiscali a casa nostra!» Oppure? Oppure occorre creare gli strumenti politici per controllare da presso i soldi tedeschi che finiscono nelle scassate casse del Sud. Chi aiuta, controlla!

Analogamente, il problema «dell’egoismo localistico» in Italia non è la Lega: esso fa capo agli interessi sociali dell’area più forte e dinamica del Paese che quel movimento ha espresso in tuti questi anni. Bossi o non Bossi, Maroni o non Maroni, con rispetto parlando, la Questione Settentrionale non solo rimane intonsa, ma con l’approfondirsi della crisi economica internazionale si aggrava e si aggroviglia. A tutti i livelli (mondo, Europa, Italia), per capire la dialettica politica e i sentimenti della cosiddetta opinione pubblica bisogna monitorare i rapporti di forza materiali (fra i continenti, gli stati, le regioni, le classi) e lo stato dell’economia.

Christian Rickens ha scritto su Der Spiegel che «La concessione di Merkel è più che compensata da una vittoria diplomatica che ha messo a segno poco prima della riunione: alla fine della scorsa settimana è riuscita a far firmare al presidente francese il suo patto fiscale, che è molto impopolare a Parigi, in cambio del suo supporto al “patto per la crescita” da 130 miliardi di euro. È difficile esagerare la disparità dell’accordo. Il “patto per la crescita” è fatto di poco più che promesse e sogni che non si realizzeranno mai. Anche se non causerà nessuna crescita in Europa, non costerà nemmeno altri soldi alla Germania». Ciò, fra l’altro, spiega il profilo stranamente basso esibito da Hollande durante il “fatale” Summit europeo.

Ieri Rampini (La Repubblica) mostrava in quali sconsolati termini i quotidiani americani valutino la crisi sistemica del Bel Paese, alle prese con problemi fin troppo vecchi: gap Nord-Sud, obsolescenza della pubblica amministrazione, debito pubblico, scarso dinamismo del Capitale privato, anch’esso avvezzo da tempo immemorabile all’assistenzialismo statale, materia prima per i teorici del «socialismo di Stato». Sempre Ieri Wolfgang Münchau ha scritto sul Financial Times che nella sostanza dopo il Vertice del 28-29 giugno niente cambia in Europa, e ciò vale soprattutto per l’Italia, il cui successo in chiave antitedesca è un mito che il bravo premier italiano cercherà di capitalizzare in chiave di politica interna, in primo luogo per rafforzare la spending review, osteggiata da chi nel Bel Paese ha cospicui e radicati interessi a mantenere lo status quo nella spesa pubblica. A cominciare dal sindacato collaborazionista (parastatale), CGIL in testa. La Germania è stata “sconfitta”, la politica dei sacrifici continua. Anzi: si inasprisce.

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