IL SENSO DELLA SOCIETÁ PER LA GUERRA

Nell’ultimo anno il concetto di guerra è stato “sdoganato”, da politici, economisti e intellettuali di diversa tendenza e competenza, con uno zelo che nelle ultime settimane ha rasentato la frenesia. In Italia ne hanno parlato, solo per citare gli ultimi e più “illustri”, l’onorevole Quagliariello, per giustificare l’appoggio del suo partito (PDL) «al governo di salvezza nazionale» di Monti, il nuovo presidente della Confindustria («i risultati della crisi economica sono paragonabili a quelli di una guerra») e, proprio ieri, il premier italiano in persona, al cospetto dei banchieri italiani. Monti ha citato la guerra non meno di dieci volte nell’arco di pochi minuti. Guerra in tutte le salse. Eccone una breve sintesi: «percorso di guerra», «guerra contro la crisi economica», «guerra contro i nostri vizi pubblici e privati», «guerra contro il debito pubblico», «guerra alla concertazione», «guerra contro i pregiudizi interni e internazionali» e, dulcis in fundo, «guerra contro interessi fortissimi». Quest’ultimo concetto Monti l’ha ripetuto più volte, per rimarcare il senso bellico delle sue parole, ossia per mettere nel cono di luce la portata della posta in gioco, la durezza e la dimensione dello scontro in atto nella società italiana (il quale attraversa il Paese in tutte le sue articolazioni: dal livello economico, pubblico e privato, a quello istituzionale, da quello geosociale o regionale a quello culturale), il suo carattere aperto e incerto ma anche il decisionismo con cui il Sovrano intende fare i conti con questa sfida sistemica.

Il solito intellettuale politicamente corretto (e quindi “de sinistra”) ha tenuto a farci sapere che è pericoloso civettare con quella parolina, e certamente ciò dovrebbe essere senz’altro precluso a chi ricopre alte cariche governative, a chi è investito della responsabilità politica più alta. Non è certo la prima volta che qualcuno si prende la briga di condannare il nome della cosa, e non la cosa stessa. E la cosa, oggi, si chiama appunto guerra.

Scriveva ieri Barbara Spinelli: «L’economia può sembrare un tema minore, ma per la storia tedesca non lo è affatto. Quando la Repubblica federale nacque dalle rovine della guerra, l’economia prese il posto della coscienza nazionale, statale, democratica. Il primato economico ha una storia nel pensiero tedesco che va esplorata, se non vogliamo che l’unità europea degeneri in guerra prima verbale, poi civile. L’operazione tedesca è singolare. Parla di Federazione, ma intanto tratta i paesi meridionali dell’Eurozona come se fossero nazioni dimezzate e vinte in guerra, i cui Stati hanno perduto non tanto consistenza, quanto legittimità. Come se tutti dovessero percorrere la via tedesca, pur venendo da storie così diverse» (La Germania davanti al bivio, La Repubblica, 11 luglio 2012).

Lungi dall’essere «un tema minore», l’economia (capitalistica: diamo un preciso significato alle parole!) insiste al cuore del problema che chiamiamo guerra; guerra sistemica, ossia guerra totale: economica stricto sensu, certo, ma anche politica, istituzionale, culturale, psicologica, persino “antropologica” (la fabbricazione del “cittadino europeo” deve avvenire sul modello Nord-europeo o su quello Sud-europeo, ovvero su un ibrido, per non far torto a nessuno? Mussolini preferiva il modello tedesco e aborriva quello meridionale, «frignone, pastasciuttaio e vittimista». Monti e la Fornero anche).

Ma la Spinelli sbaglia in modo colossale quando attribuisce alla sola Germania quella spiccata valenza economica nella sua prassi sociale. L’intero pianeta ruota oggi intorno al principio totalitario dell’accumulazione capitalistica, il quale ovviamente trova la sua massima evidenza e pregnanza nei paesi capitalisticamente più forti e dinamici. In Europa è il caso della Germania, la cui potenza sistemica alla fine ha avuto ragione persino della divisione nazionale stabilita dagli imperialismi vittoriosi nell’ultima carneficina mondiale. Si dimentica, ad esempio, che lo spread, lungi dall’essere la maligna creatura dei cinici gnomi della speculazione finanziaria, si limita a misura il differenziale di produttività sistemica di un Paese rispetto al Paese-standard (in Europa la Germania).

La subordinazione dell’economia alla politica è un’illusione che prima o poi i fatti si incaricano di smentire, con conseguente piagnisteo da parte di chi aveva creduto nelle proprie chimere: «la Civiltà europea ancora una volta paga un salatissimo prezzo al dogma dei mercati e al nazionalismo delle piccole patrie!» Nel processo di unificazione del Vecchio Continente, sempre a rischio di disintegrazione, «la via tedesca» si impone “naturalmente”, a cagione dello sviluppo ineguale del Capitalismo nei diversi paesi, e una parte della stessa classe dirigente tedesca guarda con timore a questo processo, memore dei ben noti disastri. Non è che gli uomini non imparano mai dai loro errori; il fatto è che la storia va avanti, sotto il cielo del Capitalismo mondiale, alle loro spalle. Mi rendo conto che, questo, è un concetto difficile da accettare, ma la verità, per quanto cattiva, va guardata in faccia senza illusioni: essa va compresa, non esorcizzata o depotenziata.

Nel Capitalismo ciò che rende possibile la vita del tutto è, in ultima analisi (la quale in tempi di crisi diventa la prima), l’accumulazione capitalistica, ossia il continuo allargamento del meccanismo che sempre di nuovo crea ricchezza sociale (ossia merci, tecnologie, scienza, capitali, denaro). Senza tenere nella dovuta considerazione questo meccanismo sociale parlare ad esempio di welfare è semplicemente ridicolo. Di qui il razzismo antimeridionale, denunciato da Barbara Spinelli, che si sta diffondendo in Germania: la “formica” non vuole dare pasti gratuiti alla “cicala”, la quale piange e prega la Merkel: «Dacci oggi in nostro pane quotidiano». E di qui la guerra che le classi dominanti europee stanno portando ai lavoratori sotto forma di licenziamenti, ristrutturazioni, svalorizzazione salariale, spending review, e via di seguito.

Commentando il mio post La Germania e la sindrome di Cartagine, un lettore chiedeva: «Che cosa intende quando dice che ci si può attendere tutto il peggio? Intende guerre in seno ai paesi occidentali?» Ecco una parte della mia risposta:

Con il concetto di peggio che non smette di peggiorare alludo in primo luogo alla condizione (dis)umana degli individui nella società-mondo del XXI secolo. A mio modesto avviso questa condizione si fa sempre più critica per l’individuo: infatti, cresce la sua alienazione, la sua mercificazione, la sua atomizzazione, la sua illibertà – al di là dell’ideologia idealista e liberista che cela la dittatura delle esigenze economiche su ogni aspetto della nostra esistenza. Proprio il trattamento che gli individui subiscono dal Dominio sociale li espone a ogni sorta di “avventura populista”, come ho cercato di argomentare nel post Fermate il mondo, voglio scendere! Insomma, per me il peggio è adesso. Guerra o non guerra. E non cessa di peggiorare… Per mutuare Dostoevskij, se l’uomo non esiste tutto il peggio è possibile. Quanto alla guerra, per me non si tratta di prevederla – purtroppo non sono un mago –, ma se mai di concepirla come una possibilità che sta naturaliter sul terreno dell’odierno sistema capitalistico mondiale. Ma, ripeto, quando ho scritto quella locuzione “peggiorativa” non pensavo alla guerra guerreggiata, bensì alla guerra che tutti i giorni questa società fa agli individui. In questo senso, la prima è la continuazione della seconda con altri mezzi.

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