LA MAGNA GRECIA…

Un contributo alla riflessione sulla Questione Meridionale da parte di un’antimeridionalista convinto. Ossia, come difenderci dalla politica lacrime e sangue del governo nazionale e transnazionale senza scadere nel solito vittimismo meridionalista e revanscista, nonché nella suggestiva ideologia del capro espiatorio: la colpa è del Nord, dei poteri forti, della Germania, del destino cinico e baro, dei meridionali traditori, soprattutto di quelli convintamente antimeridionalisti… Naturalmente parlo del meridionalismo come di una peculiare ideologia politica radicata nella storia di questo Paese, che ebbe, a giudizio di chi scrive, una ragion d’essere e una funzione critica solo agli inizi dell’epoca post Unitaria, per trasformarsi successivamente in uno strumento concettuale e politico obsoleto, nello stesso campo d’azione della borghesia meridionale, e del tutto incapace di creare coscienza nel seno delle classi subalterne del Mezzogiorno.

Nel 1960 un articolo di Vera Lutz pubblicato sul Mondo Economico (Il problema dello sviluppo del Mezzogiorno) suscitò un vasto dibattito negli ambienti economici e politici del Paese intorno alla rancida Questione Meridionale. In quell’articolo l’autrice spostava i termini dell’annoso – e persino stucchevole, sotto diversi riguardi – problema dal tradizionale confronto tra il livello di sviluppo delle regioni del Nord e quello delle regioni del Sud, al rapporto tra il livello di sviluppo del Capitalismo italiano, considerato nella sua totalità nazionale, e quello degli altri paesi europei, nella prospettiva di una più accentuata integrazione dell’Italia nell’area capitalisticamente più forte del Vecchio Continente. Era l’epoca d’oro del boom economico internazionale (con le “tre tigri” sconfitte nella seconda guerra mondiale: Germania, Giappone e Italia, a fare da locomotive), basato soprattutto nel Bel Paese su uno sfruttamento assai intensivo della capacità lavorativa e su bassi livelli salariali, la cui lentissima dinamica ascendente incrocerà la curva discendente dell’espansione economica alla fine degli anni Sessanta.

Il mutamento concettuale suggerito dalla Lutz rappresentò nient’altro che una presa d’atto della reale dinamica del processo di sviluppo capitalistico italiano nel quadro del più generale sviluppo capitalistico europeo e mondiale, nel senso che esso andava a sottolineare le ragioni del sostegno politico al Nord industriale (anche attraverso una politica di migrazione interna tesa a portare in quell’area forza-lavoro a basso costo), capace di competere sul mercato internazionale, mentre affidava la soluzione definitiva dell’arretratezza del Mezzogiorno ai tempi lunghi di uno sviluppo che si estendesse a macchia d’olio dalle zone più forti alle regioni strutturalmente più deboli. Il “settentrionalismo” trovò allora il suo primo sdoganamento, dopo decenni di ipocrisie vetero- risorgimentali. La morte per così dire ufficiale del classico meridionalismo (d’accatto, vittimista, il più delle volte) può farsi risalire proprio agli inizi degli anni Sessanta.

Scriveva Domenico Novacco dieci anni dopo: «La questione meridionale non si sollevò mai al rango, che le competeva di pieno diritto, di nodo capitale per lo sviluppo equilibrato dell’intero paese. In effetti, due alternative sono in gioco: o il progresso equilibrato dell’intero paese entro gli istituti della democrazia, secondo il modello delle grandi società industrializzate o il ristagno dell’intero paese nel pantano del sottosviluppo. A meno che non venga addirittura a significare, terza infausta alternativa, l’anticamera del divorzio tra l’Italia dello sviluppo e l’Italia del sottosviluppo» (La questione meridionale ieri e oggi).

Altri quarant’anni sono trascorsi, e la «terza infausta alternativa» si sta ponendo all’ordine del giorno con una forza che lo stesso Novacco certamente non avrebbe potuto immaginare. Egli pose un problema reale, e cioè la necessità per il Capitalismo italiano di procedere lungo la strada di uno sviluppo complessivo, più organico e diffuso; uno sviluppo che finalmente investisse in maniera forte, penetrante e capillare anche le aree del Paese che non solo si trovavano tagliate fuori dal mercato europeo, ma che non riuscivano a ritagliarsi uno spazio competitivo nemmeno nell’area del bacino mediterraneo. Per questo oggi ascoltare Raffaele Lombardo giurare con sicula indignazione che «la Sicilia non è la Grecia» mi fa scompisciare dal ridere, letteralmente. In effetti, la bella isola non è la Grecia, è la Magna Grecia. Anche nel senso («qualunquista e antipolitico») di «è tutto un magna magna». Soprattutto in quel senso. Non bisogna essere scienziati della Bocconi, o demoniaci teorici del liberismo selvaggio, per conoscere il robusto legame che insiste tra assistenzialismo e sottosviluppo economico, obesità amministrativa e povertà relativa delle famiglie, quella denunciata ieri dall’Istat.

Il dualismo Nord/Sud sembrava già allora esser giunto al suo punto critico, e la nascita del fenomeno leghista nella seconda metà degli anni Ottanta ne fu in effetti il sintomo più evidente: la contraddizione socio-economica generò una contraddizione politica che tendeva a squassare l’assetto istituzionale venuto fuori dalla seconda guerra mondiale; di più: essa sembrava spingere lo stesso Stato nazionale oltre le forme impresse dal processo storico risorgimentale (alludo, naturalmente, alla «questione federalista»). Mentre negli altri paesi capitalisticamente avanzati le istanze di ammodernamento e di ristrutturazione del vecchio “Stato sociale“ hanno trovato, a partire dai primi anni Ottanta, una sponda nei tradizionali soggetti politici (i conservatori in Inghilterra, i repubblicani negli Stati Uniti, i neogollisti in Francia), l’Italia ha dovuto attendere la nascita di un soggetto politico “eversivo“ per conoscere la salutare (per il sistema-Paese, beninteso) «rivoluzione dei ceti produttivi».

Le due grandi “ondate“ di investimenti industriali, pubblici e privati, nel Mezzogiorno – la prima è del 1955 e la seconda del 1965 – non hanno intaccato, se non marginalmente, la natura dei rapporti economici tra Nord e Sud; rapporti che hanno visto il Mezzogiorno rappresentare per lo più un mercato privilegiato di sbocco per la produzione settentrionale, e un fornitore di forza-lavoro a buon mercato non solo per il settentrione, ma anche per altri paesi europei ed extraeuropei (con un ritorno in termini di rimesse al Paese d’origine tutt’altro che disprezzabile, sia dal punto di vista della bilancia dei pagamenti, sia dal punto di vista dell’accumulazione capitalistica). In questo contesto lo Stato è stato chiamato continuamente a sussidiare i redditi delle popolazioni meridionali, soprattutto attraverso la spesa pubblica, che ha significato un’espansione nel Mezzogiorno del lavoro improduttivo, il quale non solo ha reso particolarmente esplosiva quella crisi del vecchio modello di “Stato sociale“ che pure si riscontra in tutti i paesi avanzati; ma ha ristretto pericolosamente la stessa base su cui può contare l’accumulazione, il solo processo che può sostenere l’intero sistema-Paese.

Come scriveva Otto Bauer a proposito della crisi economica europea degli anni Trenta, «le masse popolari delle regioni industriali depresse debbono essere mantenute a spese delle altre regioni» (Tra due guerre mondiali?); questo oggi sembra non essere più possibile, e come scrive il direttore del Tempo Mario Sechi il fenomeno leghista stava – e sta – tutto dentro queste contraddizioni. Ha un senso dire del leghismo quanto ebbe a dire nel 1924 il nittiano Finocchiaro Aprile, futuro capo del separatismo siciliano nel ‘43, a proposito del fascismo: «è l’esponente del capitalismo settentrionale», solo se si prende in considerazione il quadro complessivo che ho cercato di abbozzare. Se non fosse scivolata sulla buccia del noto scandalo, oggi la Lega avrebbe le vele gonfiate dal vento della crisi economica, perché le magagne che la spiegano si sono rafforzate. Altro che grillismo!

Fattori vecchi e nuovi, interni e internazionali, politici ed economici impongono al Paese la definizione di una nuova strategia, di una “nuova politica economica“ per il Mezzogiorno. Naturalmente anche nel nuovo contesto il dato di partenza caratterizzato dalla presenza di una forza-lavoro a buon mercato può costituire un eccellente volano per lo sviluppo di questa regione, e difatti a partire dagli anni Novanta i governi hanno rispolverato la teoria anglosassone delle «aree depresse», con annesse gabbie salariali volte a spingere i salari meridionali verso i minimi contrattuali (ma di fatto ancora più giù). Tuttavia, interessi consolidati di vario genere (economici, sindacali, politici, sociali in senso lato: di spesa pubblica improduttiva vivono centinaia di migliaia di persone) hanno finora impedito l’implementazione di questa strategia, la sola che può avere successo. D’altra parte, lo scenario entro cui tale strategia si colloca è ben diverso da quello precedente, caratterizzato dalla possibilità di una migrazione interna e internazionale delle popolazioni meridionali, e dalla possibilità per lo Stato di “drogare“ con la spesa pubblica il processo di accumulazione, attraverso prestiti a fondo perduto, “rottamazioni” e sussidi di diverse, e a volte bizzarre, tipologie. Se non altro perché la signora Germania dice nein!

E a ciò si deve naturalmente aggiungere l’entrata in grande stile nell’agone della competizione capitalistica mondiale di Paesi che possono contare su un costo del lavoro risibile se confrontato con quello italiano, o tedesco, o francese. L’imperialismo (inteso come esportazione di capitali, investimenti diretti e indiretti all’estero) è una strada che l’Italia ha imboccato con successo negli anni Novanta per contrastare la concorrenza dei paesi emergenti dell’Est asiatico e dell’America Latina. Nel 1996 Gad Lerner scriveva che «Intanto che a Roma il governo discute con sindacati e confindustria su come abbattere il 10-20% il costo del lavoro nelle zone ad alta disoccupazione, partono a migliaia i Tir carichi di macchinari industriali trasferiti in Slovacchia, Romania, Ucraina e Albania dove quel costo si abbatte al 90%» (La Stampa, 1/10/96). Un costo del lavoro abbattuto del 90%: capita l’antifona? Il Capitalismo italiano si vide “costretto” a trovare fuori dai confini geografici del Paese il suo nuovo Mezzogiorno. L’attuale successo delle aziende italiane nell’area balcanica e nel cosiddetto Est-europeo è un fenomeno fin troppo sottovalutato, in Italia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...