CAPITALISMO E TERMODINAMICA. L’ENTROPIA (FORSE) CI SALVERÁ

A complemento del post sull’intervista rilasciata da Serge Latouche a lettera43.it aggiungo questa breve nota, frutto della lettura del saggio Come si esce dalla società dei consumi, di cui l’intervista non è che un compendio molto fedele, e di altri scritti intorno ai limiti, presunti e reali, del Capitalismo.

L’impronta catastrofista del Club di Roma informa tutto il libro appena citato. Secondo «il modello sistemico» del celebre e controverso Club il collasso della società sviluppista dovrebbe darsi tra il 2030 e il 2070; nel suo primo rapporto del 1972 (Alt allo viluppo), stilato sulla scorta della simulazione informatica effettuata presso il Massachusetts Institute of Technology (aggiornata nel 1992 e nel 2004), «esso prevedeva il crollo generale dei sistemi economici e sociali del pianeta verso l’anno 2025, nel caso in cui non fossero state prese delle misure draconiane di riduzione della crescita e di cambiamento nella mentalità consumistica» (Pascal Acot, Storia dell’ecologia, p. 197, Lucarini, 1989). Su quest’ultimo aspetto (“culturale”) del problema ritornerò tra poco.

Al tracollo della Civiltà Capitalistica, almeno come l’abbiamo conosciuta negli ultimi due secoli, per interna consunzione occorre aggiungere, ricorda con grande puntualità lo scienziato francese, «la sesta estinzione delle specie» (l’ultima è avvenuta intorno a 65 milioni di anni fa, nel Cretaceo), ossia la rapidissima distruzione della biodiversità dovuta alle «attività antropiche». Secondo gli esperti, come Pietro Greco, il triste evento dovrebbe consumarsi «nel giro di poche migliaia di anni. Ossia con una velocità di un paio di ordini di grandezza superiore a quella sperimentata nelle cinque “grandi estinzioni di massa” conosciute». Ho fatto un rapido, quanto egoistico, calcolo e ho realizzato che, per quanto veloce, la sesta estinzione delle specie non mi riguarda. Né riguarderà le persone a me più care. Di questi tempi calamitosi bisogna aggrapparsi anche alle più evanescenti delle certezze. E poi, come diceva Keynes, nei tempi lunghi siamo tutti stecchiti, e poco importa se come novelli dinosauri. Dare in eredità ai posteri un pianeta segnato dalla maledizione capitalistica è una prospettiva che non mi attrae né punto né poco.

La fine del Capitalismo o, più correttamente, dell’attuale «modello capitalistico» (crescista, dissipatore, consumista, liberista e finanziarizzato), è concepito essenzialmente come un suo esaurimento fisico, dovuto alla progressiva e sempre più rapida diminuzione delle fonti energetiche tradizionali (petrolio, carbone e gas) e alla distruzione del suo, per così dire, supporto materiale: l’ambiente, sempre più inquinato, devastato e cementificato. Analogo punto di vista sistemico troviamo in Jeremy Rifkin, il quale concepisce la società capitalistica alla stregua di un sistema termodinamico minato strutturalmente dall’entropia, ossia da una dissipazione energetica che rende vano ogni sforzo teso all’equilibrio del tutto. Il bilancio energetico, per rinverdire vecchie acquisizioni termodinamiche, sconta una perdita secca di energia durante il processo di trasformazione da un tipo all’altro di energia (ad esempio, nella trasformazione calore-lavoro).  «Dunque, quanto più un organismo sociale è evoluto e complesso, tata più energia è necessaria per sostenerlo e tanto più entropia si genera in tale processo. Questa semplice realtà si scontra con la teoria economica ortodossa: infatti, né il capitalismo né il socialismo riescono ad accettare la dura realtà del “mondo reale” imposta alla società e alla natura dalla prima e dalla seconda legge della termodinamica p. (J. Rifkin, Economia all’idrogeni, p.62, 2002).

E io che pensavo, sulla scorta di Marx, che fosse la legge della caduta tendenziale del saggio del profitto a minare l’accumulazione capitalistica! Invece, «Le leggi della termodinamica ci raccontano una storia molto diversa». Ne prendo atto con un certo sollievo, visto che la legge marxiana non è stata in grado di far crollare il Capitalismo. Storia e termodinamica di classe, mi verrebbe da dire civettando con Lukàcs e con non pochi marxisti che vorrebbero dimostrare «sul terreno dell’evidenza scientifica» l’inevitabile, e forse financo imminente, crollo del Capitalismo. Inevitabile, appunto, come la «dissipazione energetica di un sistema fisico» (1).

Anche Latouche naturalmente aderisce al pensiero termodinamico: «La storia dimostra che lo sviluppo non è sostenibile. Gli economisti classici hanno costruito il modello economico sul modello della meccanica di Newton. Ma il mondo reale non è un mondo meccanico, e anche i fisici lo sanno. Nel mondo reale valgono le leggi della termodinamica, soprattutto la seconda legge» (dalla conferenza di Mestre del giugno 2012, vedi You Tube). Sì, è la legge che chiama in causa la famigerata – ma per molti salvifica – entropia. Dopo l’Apocalittica politico-teologica, l’Apocalittica politico-entropica? Personalmente non aderisco al confortante e consolatorio pensiero crollista, anche nella sua versione marxista: è pur vero che, giusta Marx, il comunismo non è un mero ideale ma «il movimento reale, che elimina lo stato presente»; ma è altrettanto vero, se non si vuole scadere nel più volgare dei determinismi, che in quel movimento deve manifestarsi la Soggettività rivoluzionaria, senza la quale non ci saranno leggi della termodinamica o della società che potranno mettere un punto alla storia del Capitalismo. Comunque sia, confido ancora più nella trasformazione rivoluzionaria della società che nella trasformazione termodinamica del “sistema”.

A proposito: di che «socialismo» parlava il social-ecologista Rifkin? Ma di quello «reale» che abbiamo sperimentato in Russia, in Cina e altrove nel mondo, è ovvio. Naturalmente. Esattamente com’è ovvia, a mio modesto avviso, la natura capitalistica del cosiddetto «socialismo reale». Dico questo non solo per portare acqua al mulino di un mio cavallo di battaglia, ma anche per segare alla radice ogni illusione di «terza via» coltivata da Rifkin e da Latouche, e quindi gettare luce sull’inconsistenza dei concetti di «economia della decrescita», che ci salverebbe dalla barbarie,  e «economia della crescita», che accumunerebbe tanto il Capitalismo quanto il Socialismo.

Non mi sfugge la differenza “dottrinaria” che corre fra i sostenitori dello «sviluppo sostenibile», che hanno in Rifkin forse il più celebre e scientificamente attrezzato guru, e i sostenitori della decrescita; tuttavia a mio avviso entrambi i partiti condividono la stessa concezione feticistica della società, quella che non consente al pensiero di penetrare la dura materialità delle cose (le materie fossili, i gas serra, la popolazione, la foresta, il mare, il mercato, la moneta, ecc.), per afferrare la dimensione storico-sociale che conferisce loro senso, dinamica, prospettiva.

«La decrescita è uno slogan provocatorio che vuole mettere l’accento sulla necessità di una rottura con la società della crescita, cioè di una società fagocitata da un’economia che ha come obiettivo la crescita per la crescita» (S. Latouche, Come si esce dalla società dei consumi, p. 45, Bollati Boringhieri, 2011). L’odierna Società-Mondo è fagocitata da un’economia che ha come obiettivo il massimo – e più immediato possibile – profitto. È il profitto, e il rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che esso presuppone e genera sempre di nuovo, e non la crescita, il concetto chiave che apre alla possibilità di una effettiva critica dello status quo e alla possibilità di una trasformazione rivoluzionaria della realtà, di tutta la realtà: dalla produzione dei beni alla produzione dei sogni. Nel libro in questione Latouche si mostra bravo nella descrizione dei fenomeni “degenerativi” (in realtà semplicemente necessari) del Capitalismo: dalla distruzione ambientale alla dittatura del marketing e della Finanza, ma non ne comprende l’intima essenza storico-sociale, e ciò è provato, tra l’altro, dalla sua perorazione a favore della riappropriazione “dal basso” della moneta, per «non lasciarla nelle mani delle banche». Come ho scritto nel precedente post, qui viene a galla tutta la carica feticistica della concezione economico-sociale del Francese, confermata da quest’altra tesi: «Non si tratta di abolire i mercati o di escludersene, ma di delimitare l’impero del Mercato lottando contro la sua eccessiva influenza». Ora, tanto la moneta quanto il mercato non sono, e non mi stancherò mai di ripeterlo, «beni comuni», ossia mere tecnologie economiche poste graziosamente dalla millenaria prassi sociale al servizio degli individui, ma prodotti e al contempo presupposti di una prassi radicata nel segno del Dominio.

Ecco perché quando Latouche introduce l’dea fondamentale del superamento dell’economia (dell’economia tout court, non solo di quella capitalistica), che ovviamente condivido, non è credibile. L’economia non deve uscire, innanzitutto, fuori della nostra testa, come egli sostiene, ma dalla prassi sociale degli individui, concetto che richiama l’esigenza di una rivoluzione sociale, prim’ancora che culturale. È la prassi dell’economia, non solo il suo concetto, che occorre mettere in discussione, prima teoricamente e poi praticamente. Ma la sua incomprensione del «socialismo reale» lo rende prudente: «Il lavoro della storia si può fare solo a poco a poco, non attraverso soluzioni radicali, dall’oggi al domani» (Decolonizzare l’immaginario, Emi, 2004). Anch’io sono per i piccoli passi, per una “politica riformista”, non velleitaria né volontaristica; ma solo dopo aver annientato il Moloch capitalistico.

In questo senso l’economia della decrescita di Latouche si presenta come un ritorno indietro a forme meno sviluppate di Capitalismo, a quelle forme che, peraltro, hanno generato con assoluta necessità la vigente Società-Mondo dominata dal Capitale, dalla sua ossessiva brama di profitto, che poi sta a fondamento dello sviluppismo, della speculazione finanziaria, della mercificazione degli individui e delle altre – necessarie – magagne descritte e denunciate dal Francese. Se accetti, in linea di principio, la moneta, il mercato e lo Stato, devi poi accettarne tutte le necessarie conseguenze; viceversa cadi nella contraddittoria e insulsa posizione di chi si indigna contro «gli eccessi del sistema», ma non contro «il sistema» stesso. Per riprendere l’ironica critica marxiana degli «insulsi», si accetta la merce ma non il denaro, il Capitale ma non i capitalisti, il denaro ma non le banche, lo Stato ma non la sua essenza di Leviatano, di cane da guardia degli interessi generali delle classi dominanti.

Quando Latouche perora le cause della «bancarotta dello Stato», per cancellare il debito sovrano, del protezionismo economico e della fuoriuscita dalla dimensione liberoscambista (tanto con la Cina la guerra concorrenziale è persa in partenza!), egli porta tantissima acqua al mulino del Leviatano, il solo in grado di implementare quel tipo di politica economica (2). Per questo Keynes aveva un debole per i regimi totalitari, di “destra” come di “sinistra”. Ma questo “vizietto” gli epigoni progressisti sono soliti nasconderlo, insieme al nesso inscindibile che negli anni Trenta si stabilì fra politiche keynesiane e preparazione del secondo macello mondiale (3). Il nostro scienziato sociale può pure citare Gandhi e sostenere la necessità di una riconversione taoista e buddhista dell’Occidente, ma le sue rivendicazioni economiche sono di una violenza sistemica inaudita, e ciò dimostra la superficialità del suo pensiero politico e il suo scarso senso storico. D’altra parte, il mio ragionamento è suffragato dalla seguente dichiarazione del Francese: «La cosa importante è che il potere, quale che sia, porti avanti una politica che corrisponde al bene comune, alla volontà popolare, anche se si tratta di una dittatura o di un dispotismo illuminato» (Intervista a Lettera43.it). Per il «popolo» è immaginata solo «la possibilità di fare pressione sul governo, qualunque esso sia, in modo da far pesare le proprie esigenze e idee». Gran bel protagonismo sociale “dal basso”, non c’è che dire. Non trovate le parole di Latouche un tantino ambigue, per non dire altro?

A pagina 53 si legge che nella misura in cui l’economia è diventata una religione, la religione della crescita a ogni costo, «dobbiamo conquistare un punto di vista ateo sull’economia: «A rigore, dovremmo parlare di acrescita come parliamo di ateismo. Dobbiamo diventare atei in economia». Qui, a mio avviso, insiste uno dei più significativi vizi ideologici del nostro scienziato: l’illuminismo, ossia l’idea che è sufficiente rischiarare la ragione degli individui per procurare l’avvento di un nuovo eone, di una nuova epoca, quella della Decrescita, nel caso specifico. Analogamente l’ateismo ideologico in auge nel periodo rivoluzionario della borghesia concepiva la religione alla stregua dell’oppio dei popoli, come mero frutto dell’ignoranza, come il prodotto delle tenebre nelle quali i sacerdoti, per conto dei potenti, mantenevano le moltitudini. Ignari del bisogno sociale che radica il concetto di Dio nelle anime dei sofferenti e degli individui umanamente più sensibili, non pochi atei del XVIII secolo aderirono all’idea secondo la quale una testa tetragona alla rivoluzione culturale meritava il trattamento della tortura (laica) e della ghigliottina.

Ecco perché un po’ m’inquieto quando Latouche scrive che «Dobbiamo espellere il martello economico dalle nostre teste, decolonizzare il nostro immaginario dai miti del progresso, della scienza e della tecnica», in modo che «svanisca la nostra idea di onnipotenza dell’assolutismo della razionalità. Il nemico siamo anche noi, è nelle nostre teste. Il nostro immaginario è colonizzato. Abbiamo bisogno di una catarsi» (Decolonizzare l’immaginario). Mi inquieto e con la mano tasto il collo, per vedere se è ancora al solito posto. A mio avviso la rivoluzione culturale proposta dal Francese, ancorché chimerica, contiene un grande potenziale di violenza «bio-politica», perché pretende di apparecchiare il nuovo uomo, l’homo non oeconomicus, a partire dalla società capitalistica, più o meno sviluppista, più o meno decrescista.

Si capisce, allora, perché secondo Latouche «Una delle prime misure della società della decrescita riguarda la pubblicità: non si tratta di cancellarla – perché non siamo terroristi – ma di tassarla fortemente, questo sì. È lo strumento di una gigantesca manipolazione, il veicolo della colonizzazione dell’immaginario» (dall’Intervista a Lettera43.it). Anche qui: il Capitalismo può andare («perché non siamo terroristi»), ma la pubblicità (ossia una delle sue più genuine espressioni) ci fa schifo, e comunque ne vogliamo poca, e la vogliamo tassare all’inverosimile. Ecco l’emancipazione degli individui dall’economia della crescita secondo Latouche. Quanto inquietante e poco radicale (ossia anticapitalistico) sia il suo concetto di decolonizzazione dell’immaginario si ricava, dialetticamente, dai passi che seguono: «Tutti i tentativi di modificare radicalmente l’immaginario, di cambiarlo forzatamente, hanno avuto risultati terrificanti, come ha dimostrato l’esperienza dei Khmer Rossi in Cambogia» (Decolonizzare l’immaginario). Che ci azzeccano i Khmer Rossi cambogiani con il discorso intorno all’emancipazione degli individui dalle esigenze totalitarie dell’economia? Nulla, è ovvio. Salvo per chi ha interpretato l’esperienza cambogiana degli anni Settanta in chiave anticapitalistica: una balla speculativa gigantesca, che getta luce su tutta la concezione decrescista di Latouche, il quale pensa di aver finalmente scoperto la mitica «terza via» mentre calca la solita putrida via capitalistica, magari con qualche lampione elettrico in meno e qualche candela in più: Dio com’è romantica la decrescita!

«Si tratta di abitare la terra come un territorio, un luogo di reciprocità e complicità. Di ritrovare la nostra intimità con una dimensione originaria» (Come si esce dalla società dei consumi, p. 190). E quale sarebbe questa «dimensione originaria»? in quali termini possiamo “declinarla”: biologici, antropologici, storici? Di più: esiste una nostra «dimensione originaria»? Per me si tratta, più modestamente, di abitare la terra come una casa umana finalmente ritrovata, anzi: costruita, mattone dopo mattone, dopo aver spazzato via la fortezza del Dominio. Umanizzare l’intero spazio esistenziale degli individui significa anche umanizzare il loro rapporto con la natura, fuori della dimensione che fa degli uomini e delle cose mere risorse da sfruttare nel modo più economico (efficace, razionale, profittevole) possibile. «Rompere con la società della crescita» (capitalistica), ossia con «l’imperialismo dell’economia» (capitalistica) non deve significare, a mio avviso, «ritrovare il sociale e il politico», ma trovare per la prima volta l’umano, e riempire di esso tutto ciò che sta tra cielo e terra.

È sulla possibile – oggi sempre più materialmente possibile e, al contempo, sempre più brutalmente negata – crescita umana degli individui che dovremmo focalizzare tutta la nostra attenzione di critici del Capitalismo, non certo sulla decrescita del Capitalismo – perché di questo, gira e rigira, si tratta. Noto solo adesso che mi sono fatto prendere la mano dalla critica. Occorre assolutamente mettere un punto, non fosse altro che per ragioni entropiche…

(1) «Jeremy Rifkin esordì con il libro Entropia. Basandosi sulle ricerche di Georgescu-Roegen, l’autore dimostrava che il modello capitalistico ha intrinseche proprietà degenerative che ne rendono inevitabile l’estinzione. L’entropia si può definire come il grado di dissipazione energetica di un sistema fisico. L’entropia equivale alla perdita di vitalità, di capacità riproduttiva di un organismo, il quale è per definizione irriformabile. Tutte le controtendenze che hanno prolungato l’agonia dell’attuale sistema non sono più in grado di rivitalizzarlo» (n+1, Newsletter numero 188, 8 luglio 2012). Davanti a tesi di questo tipo sorge sempre nella mia poco scientifica testa la seguente domanda: trattasi di analogia, di metafora, di teorema scientifico, di assioma o di cos’altro?

(2) Per Latouche la crisi economica che impazza in Occidente dal 2007 non è che la continuazione della crisi economica che deflagrò nella prima metà degli anni Settanta, proprio all’epoca del rapporto sui limiti dello sviluppo firmato del Club di Roma, cosa che ne spiega in gran parte il successo. Anche questa tesi non suona nuova alle mie orecchie. A mio avviso le cose non stanno in questi termini, e la crisi di oggi ha una sua “ontologica” autonomia rispetto a quella di quarant’anni fa, la quale chiuse la fase di poderosa accumulazione capitalistica seguita alla guerra mondiale. La gigantesca svalorizzazione di capitale causata dalla guerra spiega l’alto tasso di sviluppo economico dei paesi occidentali durato, al netto di rallentamenti contingenti e di breve respiro, fino alla prima metà degli anni Sessanta, per poi declinare sempre più rapidamente alla fine dello stesso decennio. La crisi degli anni Settanta inaugura una nuova fase di sviluppo, dai ritmi necessariamente più bassi, ma non per questo meno significativi; una congiuntura esposta a una concorrenza internazionale sempre più agguerrita, per vincere la quale la cosiddetta economia reale è costretta a ricorre in modo sempre più massiccio al Capitale Finanziario, anche per “drogare” il mercato al fine di mantenere alta la domanda – quella che, sbagliando, Latouche chiama economia del debito non è che la “vecchia e cara” economia capitalistica, sans phrase. Basta pensare allo straordinario sviluppo tecnologico verificatosi alla fine degli anni Settanta in Giappone, negli Stati Uniti e in Germania, proprio come reazione alla crisi sistemica di quegli anni, per capire di come sia riduttivo trattare la crisi attuale come una coda di quella di quarant’anni fa. Senza contare il colossale sviluppo del Capitalismo in Cina, in India e negli altri ex «paesi in via di sviluppo». Certo, agli occhi dei crollisti e dei decrescisti la mia tesi può suonare come una sorta di apologia del Capitalismo, mentre si tratta di una mera constatazione, di un’analisi non viziata da incrostazioni ideologiche. Non è negando sul piano ideologico la «mostruosa vitalità del Capitalismo» (Marx) che ne acceleriamo il crollo. Magari fosse così semplice e lineare l’equazione che abbiamo dinanzi!

(3) A corredo di quanto appena scritto, riporto una parte della bella recensione di Massimo Cappitti al libro Shock economy di Naomi Klein (Rizzoli, 2007): «Nelle conclusioni l’autrice evidenzia lo sgretolamento della shock economy, legato, in parte, alla scomparsa di alcuni dei suoi principali sostenitori, in parte al fallimento delle “terapie liberiste” e, infine, alla diffusione di nove forme di resistenza. In particolare, Naomi Klein sottolinea l’importanza delle esperienze di alcuni paesi latino-americani dove la “ricostruzione dal basso” si è alimentata, insieme, del rinnovamento dei programmi “socialdemocratici” e della riscoperta dell’orgoglio nazionale. Ne sono testimonianza le misure dei governi come la nazionalizzazione di settori chiave dell’economia. Qui, però, risiede la debolezza del libro. Klein sembra affidare la cura del male a chi ha contribuito a produrlo, riproponendo, cioè, un capitalismo governato dall’intervento statale, seppure integrato dal controllo e dalla partecipazione di movimenti popolari radicali. Come se lo Stato fosse una macchina neutrale e non il monopolista della violenza, e come se il capitalismo accettasse limiti, dettati da scrupoli etici, al suo accrescimento e la sua essenza non consistesse, invece, secondo un’intuizione già marxiana, nella preparazione di “crisi più estese e più violente”. Nella rivendicazione della propria estraneità alla polarità distruttiva rappresentata da capitale e Stato, risiede la scommessa dei soggetti rivoluzionari di là da venire» (Massimo Cappitti, Ascesa del capitalismo dei disastri, in AV, La società degli individui, p. 160, FrancoAngeli, 2007). Sottoscrivo in pieno, anche in qualità di rivoluzionario di là da venire… La «rivendicazione della propria estraneità alla polarità distruttiva rappresentata da capitale e Stato» è il mio Programma. Si accettano adesioni…

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6 thoughts on “CAPITALISMO E TERMODINAMICA. L’ENTROPIA (FORSE) CI SALVERÁ

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