LA LOGICA DEL PROFITTO, DA TARANTO A HAMMARBY SJÖSTAD

Come sempre accade in casi simili, puntualmente da tutte le parti si tirano fuori i famigerati «due interessi entrambi legittimi da tutelare»: l’interesse dei lavoratori al salario e l’interesse dei cittadini alla salute. Come “coniugare” civilmente questi due interessi? Naturalmente non si tratta di questo. Infatti, la scena è dominata unicamente da un solo diritto e da un solo interesse, quelli che fanno capo al Capitale, e che trovano come veicolo anche il “diritto” al salario, notoriamente prezzo sul mercato dei lavoratori. I sicuri – ma non esclusivi – perdenti in questione sono appunto i lavoratori, sia in qualità di sfruttati in una produzione quanto mai logorante (e potenzialmente obsoleta sul piano della competizione capitalistica internazionale), sia come potenziali disoccupati, sia, dulcis in fundo, come cittadini inquinati, e non solo dalle acciaierie dell’ILVA.

Il fatto stesso che il Leviatano, il cane da guardia del Capitale, possa esibire, attraverso la Magistratura, un linguaggio apparentemente critico («sono emersi gravi danni alla salute mossi dalla logica del profitto») che scandalizza i puristi del Diritto la dice lunga sulla forza del vigente regime sociale e sull’impotenza delle classi subalterne, costrette a farsi piacere, se così posso esprimermi, un lavoro e una vita davvero indigenti, sul piano economico come su quello esistenziale tout court. Per questo mi fa ridere quanto oggi scrive Asor Rosa sul Manifesto a proposito della «strana alleanza» realizzatasi fra Capitale e lavoro intorno al futuro delle acciaierie di Taranto. Nessuna stranezza; piuttosto l’espressione più tangibile di quanto ebbe a dire l’avvinazzato di Treviri: il lavoro salariato è una maledizione, è la sentina di tutti i mali, è l’espressione evidente e concentrata della maligna condizione sociale degli individui sussunti al dominio della «logica del profitto». È di questa coscienza radicale che i salariati devono nutrire anche le lotte per avere un lavoro di… cacca, con rispetto parlando.

A proposito di rifiuti solidi organici. Pare che a Hammarby Sjöstad, un ex distretto industriale inquinatissimo a pochi chilometri dal centro di Stoccolma, stia per nascere Symbiocity, «oppure la città olistica, insomma la madre di tutte le città future». Il luogo più grigio e inquinato della Svezia oggi è diventato il “paradigma” del Capitalismo equo, solidale e sostenibilissimo sul terreno dell’impatto ambientale. «”Qui non si butta nulla, abbiamo il metabolismo circolare di una foresta”, dice Bendik, 28 anni, seduto con i due figli sul molo a pescare salmone e lucci, che abbondano nel Sick Kanal, fino a dieci anni fa utilizzato per la produzione industriale» (da Io donna del Corriere della Sera, 21 luglio 2012). Altro che Mar Piccolo! Gli autobus, tanto per fare un esempio, vanno a biogas, ossia a cacca trasformata, e tutti i rifiuti urbani alimentano l’industria energetica del virtuoso e grande quartiere. «Arriveremo che non sarà più sprecata nemmeno l’energia che impieghiamo per fare l’amore». E bisogna crederci, perché a differenza dell’italiano medio (soprattutto se meridionale), lo svedese è una persona seria.

Mirabile economia! Mirabili cittadini! Un dubbio però improvvisamente mi assale: dov’è più forte, stringente e “pura”, «la logica del profitto», a Taranto, «città delle nuvole» per via dell’inquinamento atmosferico, o nella “sostenibile” Hammarby Sjöstad, dove il Capitale ha imparato a fare di tutto una virtù?

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