TARANTO E NUVOLE

Per non sprofondare nel sempre più stucchevole e nauseante dibattito tra partigiani del diritto al lavoro («senza però trascurare le ragioni della salute e dell’ambiente») e i sostenitori del diritto alla salute («senza però trascurare le ragioni dei lavoratori»), mi attengo a queste tre fondamentali, quanto elementari, acquisizioni: 1. la «logica del profitto» sussume sotto il suo sempre più cogente imperativo categorico qualsivoglia considerazione (politica, etica, religiosa) e qualsiasi diritto; 2. la salute e la sicurezza rappresentano per il capitale meri costi, e 3. a decidere del futuro industriale di Taranto (e dell’Italia) non sarà un tribunale della Repubblica ma il mercato.

Per il capitale risparmiare sulla sicurezza e sulla salute dei lavoratori e della gente che in qualche modo subisce l’impatto ambientale della sua impresa è una dura necessità, e per alcune imprese perfino una questione di vita e di morte. Ma per altre imprese investire in sicurezza e salute significa invece spiazzare e alla fine annichilire i concorrenti che non riescono a tenere il passo degli alti standard qualitativi imposti da una politica aziendale improntata al “rispetto” del «capitale umano» e dell’ambiente. La «qualità totale» costa molto, e per molte imprese essa rappresenta un lusso che non possono concedersi. Molte multinazionali (compagnie petrolifere, compagnie di navigazione, imprese chimiche, ecc.) da tempo adottano questa aggressiva strategia, e con eccellenti risultati. In ciò esse sono state aiutate anche dalla retorica ambientalista che impazza in Occidente dagli anni Settanta. «Qualità totale» e concentrazione capitalistica sono le facce della stessa medaglia, e non a caso sono i paesi capitalisticamente più avanzati (Stati Uniti, Giappone e Germania) che impongono agli altri paesi standard qualitativi sempre più alti, ossia sempre più costosi. Senza contare gli enormi interessi che soprattutto negli USA si sono concentrati sulla cosiddetta green economy (tecnologie verdi, carburanti verdi, prodotti verdi, profitti verdi: tutto verde, come il colore dei dollari), che molti, a cominciare da Obama, vedono come il volano che può riattivare l’accumulazione in grande stile del capitale.

Taranto e nuvole

Sapremo presto se l’Ilva di Taranto può sopportare i costi aggiuntivi relativi al cosiddetto risanamento ambientale, ovvero se essi la metteranno fuori mercato, con drammatiche ripercussioni sull’assetto industriale dell’intero Paese, il secondo in Europa per attività manifatturiere. Intanto la siderurgia concorrente (francese e tedesca) si lecca i baffi. La siderurgia basata in Cina, in India, in Russia e altrove già da tempo prepara i funerali dei concorrenti europei, impegnati in un settore fin troppo “maturo” dal punto di vista della nuova divisione internazionale del lavoro. E questa considerazione vale un po’ per tutta l’economia del mezzogiorno, a cominciare dal «comparto» agricolo, la cui competitività è legata al super sfruttamento dei lavoratori, all’evasione fiscale, all’inosservanza dei più elementari criteri di sicurezza. Ecco perché i sindacati e i politici, nazionali e locali, da tempo immemorabile chiudono entrambi gli occhi su questa realtà che la dice lunga sullo stato del capitalismo italiano, avvezzo alle coccole del Leviatano – basti ricordare i “bei tempi” dell’Italsider, la quale produceva più posti di lavoro raccomandati dai partiti e dai sindacati che acciaio.

Si tratta, per quella responsabile gente, di sostenere gli interessi generali del Paese (detto qui senza un filo di retorica!), e di evitare che la crisi permanente che investe l’economia del Sud si aggravi ulteriormente, con contraccolpi assai pericolosi per la tenuta sociale dell’intera nazione. Durante la rituale intervista di ferragosto il ministro dell’interno ha usato a questo proposito il linguaggio della verità: «se la fabbrica di Taranto chiude, temo un forte surriscaldamento sociale, con manifestazioni e scontri. Tutte le parti in causa devono dimostrare responsabilità». D’altra parte il «ricatto occupazionale» ha sempre e ovunque avuto ragione su qualsivoglia considerazione: a Taranto come a Priolo, a Livorno come a Gela, a Genova come a Marghera. Quando le industrie che inquinavano “più del dovuto”, per usare un pietoso eufemismo, hanno chiuso, ciò non è accaduto perché alla fine la giustizia ha trionfato sulla «logica del profitto», anche grazie alla mobilitazione dei sindacati, dei politici e della «società civile», ma piuttosto perché il mercato ne ha decretata la morte. Ecco tutto.

Un pezzo di cosiddetta sinistra politica e sindacale sostiene la procura di Taranto per tre motivi: per creare problemi al governo «ultraliberista» di Monti (i suoi militanti rimpiangono segretamente il puttaniere di Arcore), per il suo noto giustizialismo e soprattutto perché essa vede nell’ordine giudiziario un alleato di ferro nella sua lotta di retroguardia tesa a difendere il vecchio e sempre più decrepito assetto politico, istituzionale e sociale del Paese. Tanto i lavoratori quanto le persone sottoposte all’inquinamento industriale sono presi in mezzo a una micidiale «alternativa del demonio» (o del dominio), che essi subiscono e razionalizzano come «male minore».

Dal mio punto di vista ultraminoritario solo una lotta per il lavoro e per la salute che abbia i connotati radicalmente critici appena abbozzati acquista un significato che vale la pena di sostenere. Il resto è mera sopravvivenza, concorrenza capitalistica, lotta “tra poveri” (morire di fame o di tumore? ammalarsi di disoccupazione cronica o di aspertosi?), regolamenti di conti fra cosche: “casta” politica contro la “magistratura militante”, “destra” contro “sinistra”, “industrialisti” contro ambientalisti e via di seguito. Tutte cose importanti, per carità, ma alla cui causa non intendo dare il mio – peraltro minuscolo – contributo. Il mondo, questo mondo capitalistico che sfrutta, inquina e disumanizza (con e senza green economy), ne può fare senz’altro a meno. I Vendola, invece, gli sono indispensabili. Narrazione compresa, beninteso.

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One thought on “TARANTO E NUVOLE

  1. “…la siderurgia concorrente (francese e tedesca) si lecca i baffi…”

    I tedeschi guidano la classifica assieme a noi, ed immagino che siano almeno in grado di non contrarre troppo i volumi prodotti. I francesi non starei a guardarli: la loro industria evapora da tempo. Fanno la metà di quello che facciamo noi, e se anche perdessimo per intero l’impianto pugliese non riusciremmo a scivolare così in basso.

    Poi non so se questa classifica dei produttori di acciaio debba essere vissuta come una gara a chi ha l’altoforno più lungo. Non è detto che la via migliore per il futuro sia la produzione di cose che non ci sono effettivamente indispensabili, e che ci arrecano magari più costi che benefici. Magari sarebbe opportuno dirsi anche con chiarezza come usarlo, questo acciaio.

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