DA SENKAKU A BRUXELLES «L’ETERNO RITORNO DELL’UGUALE»

Questo breve post trova la sua più immediata “ispirazione” dalla crescente tensione politica tra Giappone e Cina intorno agli scogli della discordia (Senkaku), crisi che va ricondotta alla più generale disputa geopolitica nel Mar Cinese Meridionale, che ha come protagoniste le piccole e le grandi Tigri del Sud Est asiatico; e dalla lettura di alcuni passi del libro G. D. H. Cole Storia economica del mondo moderno (Garzanti, 1961). Il primo fatto non ha bisogno di molte spiegazioni e, come si dice, si commenta da sé, talmente evidente è la sua natura imperialistica, tanto sul lato economico quanto su quello politico (e militare), tanto sul versante interno (nazionalismo), quanto su quello delle relazioni internazionali – affermazione della leadership economica, politica e ideologica nell’area economica più forte e dinamica del pianeta. Veniamo piuttosto al libro in questione.

Nella parte dedicata alla nascita dell’«imperialismo economico» nell’ultima parte del XIX secolo, si legge: «Il commercio, che nella prima parte del secolo XIX era stato in prevalenza uno scambio di merci contro merci, cominciò a dipendere in misura crescente dagli investimenti di capitale all’estero. Di conserva con questi investimenti di capitale si ebbe una sorprendente ripresa delle tendenze imperialistiche e una rinnovata propensione dei paesi più sviluppati ad interferire politicamente nelle faccende interne di quelli meno sviluppati … Date queste condizioni, è naturale che i fornitori del capitale siano interessati, almeno dal loro punto di vista, a tutto ciò che riguarda l’investimento. I capitalisti dei paesi investitori cominciano così a nutrire un interesse non più solo economico verso i paesi debitori e a considerare l’esistenza in questi ultimi di governi ordinati e capaci di far fronte agli impegni come una specie di diritto, pronti ad invocare l’aiuto dei loro governi se questo diritto è contestato o se l’inquietudine politica del paese debitore delude le loro speranze di guadagno» .

Ciò che intendo evidenziare nei passi citati è l’intreccio di economia e politica internazionale che viene a stabilirsi sulla base dello sviluppo capitalistico: i paesi che esportano capitali hanno interesse a che venga assicurata la stabilità economica e politica dei paesi che si “avvantaggiano” di una tale iniziativa. Lo Stato nazionale è chiamato a farsi garante di ultima istanza degli investimenti, diretti e indiretti, di capitale all’estero: mutatis mutandis, non vi dice niente tutto questo? Non richiama alla vostra mente la dialettica economico-politica che ha messo in crisi la cosiddetta Unione Europea? Cosa pretende, giustamente dal suo punto di vista, la Germania da paesi come la Grecia, la Spagna e l’Italia? Garanzia per i suoi capitali. Ossia, detto in altri termini, «governi ordinati e capaci di far fronte agli impegni». Ecco che, guardato dalla corretta prospettiva storico-sociale, il processo di unificazione europea appare per quello che è sempre stato, al netto di tutte le ideologie pro o avverse al progetto federale: un episodio della secolare contesa interimperialistica sul suolo europeo, con i suoi necessari e sempre più stretti legami con la contesa interimperialistica mondiale.

Al contrario di quel che pensano Ernesto Galli della Loggia e Angelo Panebianco, nemici del vecchio europeismo, tecnocratico e «politicamente corretto», e sostenitori di un vero e proprio processo di unificazione nazionale su scala continentale, con tanto di rivoluzione nazionale («non è proprio dalle rivoluzioni che tanto spesso sono nate per l’appunto le vere sovranità?»), siamo dinanzi a un classico fenomeno dell’Imperialismo, i cui esiti oggi appaiono indecifrabili. Qualche tempo fa Panebianco scrisse che non solo le guerre e le rivoluzioni ma anche le unificazioni incruente non sono dei pranzi di gala. Alla fine si conteranno i metaforici morti e feriti, i vinti e i vincitori, questi ultimi reali, anzi realissimi, per niente metaforici. State forse pensando ai soliti tedeschi? Non avete tutti i torti. Ma bisogna aspettare la fine della guerra in corso per conoscerne l’esito. Per due volte la Germania è entrata nel conflitto come un rullo compressore per uscirne con le ossa spezzate. In ogni caso, e sia detto a scanso di equivoci, la natura imperialistica delle moderne guerre europee, compresa quella che ci riguarda direttamente, non è determinata solo dalla Germania, ma dagli interessi sistemici di tutti gli Stati nazionali coinvolti, piccoli o grandi che siano.

Comunque sia, anche senza morti e feriti in carne e ossa la guerra europea dei nostri giorni non ha, per così dire, nulla da invidiare alle guerre imperialistiche di una volta, la cui «causa ultima» era radicata negli interessi del Capitale, considerato anche come Sistema-Paese, nella stretta relazione fra l’economico e il politico, che poi realizza concettualmente e praticamente il fenomeno-Imperialismo. Ieri come oggi.

Insomma, nell’arco di qualche anno siamo passati dall’Impero all’Imperialismo. Ma non si tratta affatto di un ritorno all’antico, o di un ennesimo «cambio di paradigma», come amano dire i teorici del post-tutto: post-moderno, post-imperialismo, post-capitalismo, post-sovranità nazionale, post-post. Si tratta piuttosto proprio del fallimento di questi teorici, i quali si sono specializzati nell’isolare, assolutizzare e autonomizzare singoli momenti, sebbene importanti, di un processo sociale che acquista senso e direzione solo se colto nella sua reale dimensione storica (capitalistica), e che solo in tale guisa riempie di significato e di concretezza tutti i suo momenti costitutivi, necessariamente contraddittori gli uni con gli altri. Non è che nel Capitalismo tutto è rimasto come due secoli fa, è che in questo regime sociale il cambiamento “strutturale”, “sovrastrutturale” e persino “antropologico” è un dato permanente e vitale di esso. In questo senso peculiare si può parlare del Capitalismo come di una formazione storico-sociale rivoluzionaria. Senza il cambiamento rivoluzionario dell’intera società non è nemmeno concepibile alcun Capitalismo. Per questo non ha alcun senso parlare, in riferimento ai fenomeni che rigano il mondo del XXI secolo, di “vecchio” e di “nuovo”, di “vetero” e di “post”. La crisi economica di questi anni, con le sue dirompenti conseguenze sociali (economiche, politiche, sistemiche in senso lato), non è che la fenomenologia di un’essenza interamente radicata nelle totalitarie esigenze dell’economia basata sul profitto. È il profitto  «l’eterno ritorno dell’uguale».

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