QUELL’ACCOZZAGLIA DI MITI POLITICI. Riflessioni di fine stagione sul Manifesto di Ventotene.

Nel suo articolo dello scorso lunedì Ernesto Galli della Loggia ha definito il Manifesto di Ventotene «un’accozzaglia di miti politici senza fondamento», in più appesantita da «una lettura assolutamente irreale dell’imminente dopoguerra europeo. Ciò che spiega, tra l’altro, perché il Manifesto di cui sopra sia sempre rimasto lettera morta, nonostante i salamelecchi universali» (Una nazione vera o un mostriciattolo, Corriere della Sera del 20 agosto 2012). Quando ha scritto «salamelecchi universali» il simpatico e quotato editorialista del Corriere ha certamente pensato al partito europeista di Barbara Spinelli, Eugenio Scalfari, Habermas e Delors.

Inutile dire che proprio da quel partito sono subito arrivate bordate polemiche di prima grandezza, anche perché mettere in discussione la pregnanza dottrinaria e politica di quel celebre scritto, significa minare il prestigio culturale e politico di buona parte dell’italica intellighenzia, quasi sempre appartenente, in maniera più o meno “organica”, alla sinistra, qualunque cosa questa parola significhi o evochi. Eppure l’Ernesto ha ragione: trattasi di accozzaglia dottrinaria e politica, una poltiglia di ideologie progressiste (democratiche, liberali, socialiste e persino “comuniste”) tenute insieme dal mito del superamento dello Stato Nazionale in Europa in vista di «una riorganizzazione federale dell’Europa». Va da sé che condividere il lapidario giudizio di Galli della Loggia non significa, per il sottoscritto, condividerne i presupposti teorici, politici e analitici. Ne fornisco subito la prova.

La «lettura assolutamente irreale dell’imminente dopoguerra europeo» che informa il Manifesto trova la sua spiegazione innanzitutto nella sua infondata lettura della natura sociale della seconda guerra mondiale, interpretata come una degenerazione della civiltà borghese, e come il venire alla luce di contraddizioni in precedenza non colte nella loro corretta dimensione antropologica e sociale. In realtà il «nazionalismo imperialista» che i firmatari del Manifesto denunciano, lungi dal contraddire la Civiltà borghese, ne è piuttosto un coerente e necessario sviluppo, essendo imperialista, ossia aggressiva, espansiva e totalitaria, la potenza sociale che l’ha resa possibile: il Capitale. Non il Capitale privato, o il Capitale monopolistico, ovvero quello finanziario (o Finanzcapitalismo, per citare una formula di moda ai nostri tempi), ma il Capitale tout court, colto nella sua dinamica (dal laissez-faire all’imperialismo) e nella sua complessa fenomenologia. Per questo le preoccupazioni stataliste del Manifesto mi fanno quasi tenerezza. Quasi…

«Non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un’attività necessariamente monopolistica, sono in condizioni di sfruttare la massa dei consumatori (ad esempio le industrie elettriche); le imprese che si vogliono mantenere in vita per ragioni di interesse collettivo, ma che per reggersi hanno bisogno di dazi protettivi, sussidi, ordinazioni di favore ecc. (l’esempio più notevole di questo tipo di industrie sono in Italia ora le industrie siderurgiche); e le imprese che per la grandezza dei capitali investiti e il numero degli operai occupati, o per l’importanza del settore che dominano, possono ricattare gli organi dello stato imponendo la politica per loro più vantaggiosa (es. industrie minerarie, grandi istituti bancari, industrie degli armamenti). È questo il campo in cui si dovrà procedere senz’altro a nazionalizzazioni su scala vastissima, senza alcun riguardo per i diritti acquisiti» (Per un’Europa libera e unita, Ventotene, 1941). Una dolce musica per le orecchie degli statalisti di ieri, di oggi e di domani. «E per quelli di dopodomani?» Per fortuna nei tempi lunghi sarò morto! Insomma, per un verso si lamenta «L’ideologia dell’indipendenza nazionale», perché «essa portava in sé i germi del nazionalismo imperialista», e per altro verso si intende rafforzare il Leviatano mettendolo nelle condizioni di gestire immensi capitali. Si depreca, a ragione, lo Stato Nazionale, ma si invoca la nazionalizzazione di importanti settori industriali : un bel pasticcio! Ovviamente chi aderisce alla concezione borghese dello Stato come «patto sociale» atto a scongiurare l’hobbesiano mondo della giungla, il bellum omnium contra omnes, non può cogliere questa fondamentale contraddizione.

«La civiltà moderna – si legge sempre nel Manifesto – ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l’uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita». Una volta assunta come vera e intangibile questa falsa (ideologica) tesi borghese è chiaro che la lettura dei processi sociali che hanno generato la prima guerra mondiale, il fascismo, il nazismo e poi una nuova guerra mondiale debba risultare necessariamente infondata. Da un presupposto falso (la stessa astratta possibilità della libertà nella società disumana assoggettata alle imperiose necessità del profitto) difficilmente può venire qualcosa di vero. D’altra parte, il problema dei progressisti, ieri come oggi, non è lo Stato borghese in quanto tale, ossia in qualità di feroce cane da guardia dei rapporti sociali capitalistici, ma una sua particolare forma politico-ideologica (fascista, nazista, totalitaria in un’accezione banalmente politologica). Essi non colgono l’intimo e necessario rapporto che insiste fra l’essenza sociale del regime promosso dalla borghesia nella sua fase storicamente ascendente, quando l’emancipazione dal regime aristocratico e dall’oscurantismo religioso appariva un salto nel Regno della Libertà e dell’Umanità, e la sua fenomenologia politica, Stato totalitario compreso. Per questo mentre per il Manifesto di Ventotene «la creazione di un solido stato internazionale» costituisce la massima aspirazione per la cui realizzazione vale la pena di morire, per chi scrive quella costruzione rappresenta una mostruosità da combattere al pari del Leviatano in guisa nazionale.

La potenza economica non è un’opinione! Né una colpa.

Scriveva Nadia Urbinati qualche mese fa a proposito del Manifesto in questione: «Il documento, una vera e propria costituzione spirituale, metteva in pratica il tema centrale del pensiero illuminista: la correlazione tra costituzione repubblicana degli stati e ordine internazionale pacifico e libero. Nel Manifesto le ragioni della guerra erano identificate con gli arcana imperiie la ragion di stato, ovvero l’uso arbitrario delle istituzioni e la segretezza. La conclusione era che la pace sarebbe stata duratura solo allorché tutti gli Stati nazionali si fossero dati costituzioni repubblicane e federali: questa sarebbe stata la condizione per creare una corrente ascendente di sovranità che unificasse il continente. Un’utopia pragmatica» (Dov’è l’utopia di Ventotene?, La Repubblica del 6 gennaio 2012). Non un’utopia, mi permetto di chiosare, ma piuttosto una chimera, una mostruosità priva di un serio fondamento storico e sociale, semplicemente perché al pensiero che la sostiene manca del tutto la dimensione del reale processo sociale, il cui vero motore non è il politico, ma il sociale, con al centro la prassi che sempre di nuovo crea e distribuisce la ricchezza. Nell’ultimo post ho cercato di mettere nel cono di luce la natura eminentemente economica dell’Imperialismo, con le sue stringenti e necessarie interazioni con la sfera politica. Ciò che dà potenza alla politica è, oggi più che mai, la potenza che sorregge il processo capitalistico di accumulazione, ed è per questo che, come sosteneva la sobria ed «euroscettica» Margaret Thatcher alla fine degli anni Ottanta, una più forte integrazione politica dell’Europa non può che favorire il disegno egemonico della Germania. Ecco perché chi sostiene una rapida e forte integrazione politica dei Paesi europei, ma reagisce negativamente all’unico modo in cui questo progetto può concretizzarsi, e cioè attraverso una progressiva germanizzazione dell’Unione, dimostra di cogliere solo i fenomeni sociali di superficie. Di qui i sempre più stucchevoli piagnistei degli europeisti intorno al mito agonizzante della Patria Europea, il quale dalla fine della seconda guerra mondiale in poi ha celato la reale sostanza (capitalistica, nazionalista e imperialista) della politica estera dei Paesi europei, elaborata e praticata in strettissima “dialettica” con gli Stati Uniti, sempre meno alleati strategici e sempre più concorrenti economici, e con l’ex Unione Sovietica.

Il «pensiero illuminista» declinato nella Società-Mondo del XXI secolo, cioè dopo almeno due secoli di prassi sociale dominata dal Moloch-Capitale, appare un odioso anacronismo, che nulla a che vedere ha con le feconde speranze, andate tutte deluse, coltivate nel «secolo dei lumi» dal migliore pensiero borghese. Scriveva Max Horkheimer a proposito di illuminismo: «Ora che la scienza ci ha aiutati a vincere il terrore dell’ignoto nella natura siamo schiavi di pressioni sociali che noi stessi abbiamo create. Se per progresso intellettuale e scientifico intendiamo la liberazione dell’uomo dalla fede superstiziosa nell’esistenza di forze malvage di demoni e fate, di un cieco destino, allora la denuncia di ciò che viene comunemente chiamato ragione è il più grande servigio che la ragione possa rendere all’umanità»  (Eclisse della ragione). Occorre passare dal pensiero illuminato dalla ragione al pensiero fecondato dal punto di vista critico-radicale, il solo, a mio avviso, in grado di dare una corretta interpretazione dei processi sociali in corso a tutti i livelli (dal livello nazionale a quello internazionale, dal livello economico a quello politico, ideologico e psicologico), e altresì di indicare la strada che può portarci fuori dal cerchio stregato che noi stessi creiamo sempre di nuovo, giorno dopo giorno, semplicemente continuando a fare quello che abbiamo sempre fatto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...