LA VALORIZZAZIONE CAPITALISTICA AI TEMPI DI TONI NEGRI

Scrive Matteo Pasquinelli: «Hardt e Negri tornano quindi all’idea marxiana del capitale come insieme di relazioni sociali e chiamano ‘comune’ appunto questa capacità di produrre relazioni sociali che vengono catturate dal capitale» (Il numero della bestia collettiva. Sulla sostanza del valore nell’era della crisi del debito, Uninomade, 25 agosto 2012). Per quanto riguarda l’idea marxiana nulla da dire: «Il rapporto di dipendenza materiale non è altro che l’insieme di relazioni sociali che si contrappongono autonomamente agli individui apparentemente indipendenti, ossia l’insieme delle loro relazioni di produzione reciproche diventate autonome rispetto a loro stessi» (Marx, Lineamenti, I, p. 107, La Nuova Italia, 1978). Qui insiste anche l’idea di Mostro sociale (o potenza sociale, nell’accezione marxiana) evocata da Pasquinelli, sebbene all’interno di una diversa costellazione concettuale (quella negriana): benché generato dagli individui, il processo sociale che crea e distribuisce la ricchezza sociale nella vigente forma capitalistica gli si rivolta contro come una «potenza ostile ed estranea». È la maligna dialettica del dominio sociale capitalistico.

È sul concetto di «comune» che non concordo: il capitale non si limitata a «catturare» le relazioni sociali, ma piuttosto le riproduce sempre di nuovo e a tutti i livelli, in ogni luogo dello spazio esistenziale degli individui. Come ho scritto altrove, il capitale non arriva dall’esterno per appropriarsi «il comune», ma lo produce a sua immagine e somiglianza, e quindi gravido di profittevoli opportunità come di contraddizioni d’ogni sorta: economiche, politiche, sociali, esistenziali e via discorrendo. Il general intellect è l’intelligenza del capitale. So bene che questa tesi è poco appetibile in certi settori professionali (ad esempio presso il cosiddetto «proletariato cognitivo»), ma chi “vuole fare” la rivoluzione non deve necessariamente sentirsi al centro del Sistema, né, potenzialmente – e “dialetticamente” –, già oltre.

«La lettura operaista del Capitale», per dirla con Toni Negri, dagli anni ’60 in poi si materializza nello sforzo teso a dare sostanza oggettiva (economica) ai «soggetti sociali» individuati di volta in volta come i «nuovi soggetti rivoluzionari». Per rimanere in qualche modo fedele alla marxiana teoria della rivoluzione sociale (ma in una sua interpretazione un po’ troppo economicista e determinista), l’operaismo ha visto (ha voluto vedere) sgorgare il vitale, e quindi dialetticamente mortale, plusvalore un po’ dappertutto: nelle metropoli, negli uffici, nei centri di formazione, nelle relazioni sociali genericamente intese e via di seguito. Questo vizio d’origine è radicato, a mio avviso, in un’inadeguata critica del “comunismo” italiano (il PCI e la CGIL, da Togliatti a Berlinguer, da Di Vittorio a Luciano Lama), la cui essenza anticomunista (borghese) non è mai stata ben compresa dai teorici dell’operaismo, i quali infatti si sono sempre sentiti interni a quella storia, sebbene “criticamente”. Di qui, anche, una lettura piuttosto apologetica e mitologica della «lotta di classe» in un’epoca in cui il cosiddetto movimento operaio internazionale subiva la maligna egemonia stalinista, anche nella sua variante cinese (maoista). L’attuale impotenza politico-sociale delle classi dominate del pianeta ha molto a che fare con quel triste retaggio. In odio (ma a volte l’odio è solo un amore frustrato) al PCI e al sindacalismo collaborazionista, negli anni Settanta i teorici dei «nuovi soggetti sociali rivoluzionari» hanno voluto dare un fondamento economico alla loro politica: la classe operaia «tradizionale», base sociale-elettorale dei “comunisti”, non ha più quella funzione centrale nella valorizzazione capitalistica che un tempo la ponevano all’avanguardia del processo rivoluzionario. Entrando in crisi, la legge del valore ha messo in crisi anche «l’operaio massa», integrato nel sistema capitalistico; estendendo a tutta la società la legge della valorizzazione, il capitale ha fatto emergere come nuovo soggetto sociale rivoluzionario «l’operaio sociale», ossia il proletariato che vive oltre i recinti alienanti della fabbrica. Una bella suggestione radicata su una teoria completamente infondata. Una suggestione che, ad esempio, ha fatto dire a Negri che «Occupy è il movimento che più sembra aver approssimato l’esperienza della Comune di Parigi» (Qualche questione sullo stato dei movimenti, Uninomade, 20 luglio 2012).

Concordo con Pasquinelli anche sulla non misurabilità empirica, oggettivamente scientifica, del plusvalore, non in contraddizione con la marxiana teoria del valore, ma proprio sulla sua scorta: vedi il concetto di lavoro sociale medio, la cui efficacia non si dà nel luogo immediato della produzione, ma sul mercato, ossia là dove converge la produzione sociale mondiale. Che un nesso fondamentale della produzione del valore (valore e plusvalore) debba assumere efficacia nella sfera della circolazione è qualcosa che spiazza il pensiero non incline all’analisi profonda e dialettica dei processi sociali; l’economia di pensiero che caratterizza lo spirito dei nostri tempi ci suggerisce di arrestarci ai fenomeni di superficie. A mio avviso, anche le modaiole teorie del Finanzcapitalismo e del Capitalismo del debito rimangono impigliate nei fenomeni di superficie.

Detto en passant, a mio avviso è più corretto parlare, a proposito della “teoria economica” di Marx, di una teoria dello sfruttamento, più che di una teoria del valore-lavoro: infatti, attraverso la critica del concetto smithiano-ricardiano di valore il comunista tedesco giunge a puntare i riflettori sul valore d’uso della merce-lavoro, ossia sul lavoro vivo. E qui tocco un punto molto importante: di che plusvalore parliamo?

Pur non essendo un «cronometrista» e non concedendo nulla alla «supposta intrinseca razionalità dell’economia»,a mio avviso «solo dentro il recinto della fabbrica» si genera il plusvalore primario, o basico, che sta a fondamento di ogni tipo di profitto e di rendita. Anche la speculazione finanziaria, con i suoi stratosferici numeri, si regge su quel miserabile fondamento di valore, e difatti periodicamente le sue bolle devono esplodere.

È vero che, per dirla con Negri, il Capitale ha «messo a lavoro» l’intera società, estendendo la propria forza gravitazionale verso regioni della società e prassi sociali un tempo al riparo dai suoi appetiti, cosa che per un verso conferma in modo straordinario il concetto marxiano di sussunzione reale tematizzato soprattutto nel Capitolo VI inedito del Capitale, e per altro verso lo riempie di nuovi importanti, e per certi aspetti inediti, significati. Ciò detto, non tutte le vacche sono nere nella notte del processo di valorizzazione del capitale.

Nel suo interessante scritto del 28 agosto scorso (Spunti di “critica preveggente” nel Capitolo VI inedito di Marx), Toni Negri ritorna proprio sul citato scritto marxiano, puntando i riflettori, tra l’altro, sui concetti di lavoro produttivo e lavoro improduttivo. Me ne sono occupato anch’io in uno studio, pubblicato su questo blog il 15 agosto (Il mondo sdoppiato dell’economia capitalistica), dedicato alla doppia natura della merce-lavoro (in termini di valore: capitale variabile) e degli strumenti di produzione (in termini di valore: capitale costante). Faccio seguire alcune pagine di questo studio dedicate alla dialettica della valorizzazione, non tanto per rispondere indirettamente agli scritti di Pasquinelli e Negri, quanto per dare un contributo alla riflessione su questioni che, al di là della loro rappresentazione formale che può apparire astratta, hanno invece una sostanza di grande e scottante attualità. Basti pensare all’interpretazione della crisi economica in corso e, più in generale, all’interpretazione dei fenomeni sociali nella Società-Mondo del XXI secolo.

***

Marx chiamò variabile il capitale anticipato per l’acquisto di capacità lavorativa non perché individuò in esso, in quanto forma di valore (salari), la fonte del plusvalore, bensì perché solo quel capitale mobilita la viva capacità lavorativa, la sola in grado di creare valore ex novo semplicemente dispiegandosi nel tempo. Preso in sé, nella sua tetragona forma di valore di scambio, il capitale variabile è altrettanto sterile di plusvalore quanto il capitale costante. Tra poco vedremo quanto sia importante anche l’analisi del valore d’uso mobilitato dal capitale costante sotto forma di macchine e di materie prime.

La filiera plus-lavoro → plus-merce → plus-valore ha quindi come momento iniziale un atto della circolazione, ed è precisamente questo fatto la fonte principale di quel misticismo della merce da cui non a caso Marx prese le mosse nella sua critica dell’economia politica. «Alla superficie della società borghese il salario dell’operaio appare quale prezzo del lavoro» (1). Invece il salario è il prezzo del lavoratore, non della sua «magica» prestazione: con quel salario il lavoratore compra ciò che gli occorre per riprodursi sempre di nuovo come venditore di capacità lavorativa – fra i costi di riproduzione naturalmente occorre considerare anche la sua famiglia. A ben guardare, con il salario il capitale non paga la capacità lavorativa (si limita a usarla per un x di tempo stabilito dalla prassi sociale), ma rende piuttosto possibile l’esistenza in vita del prestatore di capacità lavorativa. «Un uomo deve poter sempre vivere del suo lavoro, e il suo salario dev’essere almeno sufficiente a mantenerlo», notava acutamente Adam Smith ne La ricchezza delle Nazioni. Dalla prospettiva appena delineata la natura disumana, alienata e alienante, del lavoro salariato appare in tutta la sua maligna e radicale dimensione.

Scrive Marx: «Il capitalista non scambia un’eguale quantità di lavoro oggettivato con una eguale quantità di lavoro vivo; la quantità di lavoro di cui egli si appropria è superiore alla quantità di lavoro che egli paga» (2).  Qui ancora una volta viene in luce la doppia natura del lavoro: quella oggettiva, morta, che si esprime nel salario, e quella soggettiva, viva, che genera plusvalore attraverso la conservazione dei lavori e dei valori che dal punto di vista del capitale costituiscono un puro costo, sterile ai fini del profitto. La dialettica tra lavoro morto (3) (passato, incorporato nei mezzi di produzione e nelle materie prime, anche sotto forma di ricerca tecnologico-scientifica) e lavoro vivo (presente, chiamato a risuscitare il morto lavoro in termini di valore di scambio e di valore d’uso) è una peculiare acquisizione marxiana, che si colloca in una posizione di discontinuità rispetto all’economia classica, intrappolata nella rigida e morta materialità dei «fattori della produzione» e dei prodotti del lavoro. Anche qui, la cattiva astrazione esibita dal concetto smithiano-ricardiano del valore è l’altra faccia di una concezione che al lato opposto mostra quel materialismo della materia (o materialismo quadratico, come mi piace chiamarlo) che tanta parte ebbe nella definizione smithiana di lavoro produttivo.

Com’è noto, Marx riprende, incorpora e supera il concetto smithiano di lavoro produttivo attraverso la critica della teoria del valore elaborata dal grande economista inglese. Mentre Smith aveva ancorato quel concetto alla forma materiale del prodotto del lavoro, della merce, Marx dissolve ogni residuo feticistico im­plicito nel concetto smithiano, e pone saldamente al centro della definizione del lavoro produttivo e della sua distinzione da quello improduttivo il rapporto sociale di scambio tra ca­pitale e lavoro salariato. Egli arriva a contrapporre il concetto di lavoro produttivo elaborato dai fisiocratici, i quali «giungono persino a dire che soltanto il lavoro che crea un plusvalore è produttivo» (4) (tesi che Marx naturalmente condivide), all’analogo concetto smithiano, ancora impigliato in una «rozza concezione» mate­rialistica del plusvalore (identificato in qualche modo con il «triviale» corpo della merce). A differenza di Smith, il quale si era concentrato sull’aspetto fenomenologico dello scambio tra capitale e la­voro salariato, espresso appunto nella forma astrattamente oggettiva del valore di scambio, Marx punta decisamente i riflettori della sua analisi cri­tica sulla natura storica e sociale di quello scambio, il quale cela dietro il velo monetario della compravendita effettuata da liberi e giuridicamente eguali “soggetti economici” (il detento­re di capitali e il detentore di capacità lavorativa), il rapporto sociale di dominio e di sfruttamento peculiare di questa epoca storica. L’oggettività smithiana è, insieme, astratta, «triviale» e morta, proprio perché non coglie il latto concreto, soggettivo e attivo dell’oggetto: il valore d’uso dei «fattori della produzione».

A questo punto mi permetto una breve precisazione. Nella pagina citata dai Grundrisse Marx dice che «in A. Smith capita di trovare la rozza concezione che il plusvalore debba esprimersi in un prodotto materiale». In effetti, qui sembra che il Tedesco colpisca anche la mia concezione del plusvalore primario o basico, ma non è così. Almeno questo pare a chi scrive. Marx, infatti, così conclude: «Gli attori sono lavoratore produttivi non in quanto producono spettacolo, ma perché incrementano la ricchezza del loro datore di lavoro. Ma che genere di lavoro sia, ossia in che forma esso si materializza, ciò è assolutamente indifferente ai fini di questo rapporto, pur non essendolo dai punti di vista che svilupperemo in seguito». Vale a dire: produttivo è qualsivoglia lavoro dal cui sfruttamento il capitale trae un plus di valore, comunemente chiamato profitto. Sotto questo peculiare aspetto il lavoro di un attore, di una prostituta o di un operaio cadono tutti, con grande scandalo per Adamo Smith (e per il moralista), nella stessa rubrica del lavoro produttivo, a prescindere dal tipo di «bene o servizio» prodotto. La «forma materiale» della merce prodotta (spettacolo, piacere, frigorifero) acquista una decisiva importanza se guardata dalla prospettiva del processo di formazione del valore che sempre di nuovo si aggiunge (ex novo) alla ricchezza sociale già prodotta. Da quella prospettiva, la sola che permette di capire il movimento della società capitalistica nel suo complesso, decisivo diventa la qualità del plus di valore incamerato dal capitalista: si tratta di una mera sottrazione di ricchezza (dalla tasca dei consumatori di arte e di corpi a quella dell’impresario e del magnaccia) ovvero di una creazione di valore prima inesistente? Il solo lavoro che mentre conserva e vitalizza il vecchio valore ne crea di nuovo, prima inesistente sulla faccia della terra, è quello che produce le triviali merci. Per distinguere un qualsiasi tipo di incremento (plus) sul valore anticipato da un generico capitale, da quello originato attraverso la produzione di merci preferisco parlare di plusvalore secondario o derivato, nel primo caso, e di plusvalore primario o basico nel secondo.

Per cogliere questa fondamentale differenza non bisogna concentrarsi sull’aspetto materiale, cosale, del bene prodotto, bensì sulla qualità della capacità lavorativa, ossia sul suo valore d’uso, che nelle condizioni capitalistiche si concretizza in uno sfruttamento. Che la «società immateriale» del XXI secolo debba sostenersi sul “mondo perduto” del valore d’uso è qualcosa che il feticista della merce non potrà mai capire. La crisi economica viene a ricordare al capitale sociale mondiale la sua origine angusta e triviale: la produzione di merci nel processo industriale, la quale ne costituisce ancora la radice, nonché il suo insuperabile limite storico-sociale, che esso cerca di superare sempre di nuovo, attraverso scorribande economiche sempre più spericolate e azzardate. Che tristezza per i teorici della cornucopia e della miracolosa moltiplicazione dei valori mercè la moltiplicazione di valori cartacei.

1. K. Marx, Il Capitale, I, p. 251, Editori Riuniti, 1980.
2. K. Marx, Storia delle teorie economiche, I, p.142, Einaudi, 1955.
3. «Il capitale è lavoro morto, che si ravviva, come un vampiro, soltanto succhiando lavoro e vive quanto più ne succhia» (K. Marx, Il Capitale, I, p. 267).
4. K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, I, p. 322, La nuova Italia, 1978.

13 pensieri su “LA VALORIZZAZIONE CAPITALISTICA AI TEMPI DI TONI NEGRI

  1. Caro Seba
    é da pochi giorni che mi sono affacciato a questo ginepraio chiamato facebook. Un pò per vedere le foto dei miei nipoti e di Andrea che si trova in Nicaragua. Ho letto abbastanza dei tuoi scritti, anzi me li hai dati di persona a La Plaja. Ricordi? Come va? Ho letto il testo qui sopra. In passato anch’io ho scritto qualcosa su questo tema. Il fatto è che quell’iindividuo, il Toni nazionale, mi annoia terribilmente come Zizek. Il tema del lavoro improduttivo e produttivo, almeno in Marx, è importante. Nella massa che si raccoglie attorno ai teorici della cornucopia, come li chiami tu, di queste signore che distribuiscono doni a destra e a sinistra, di questi individui dipendenti dalla merce immateriale, idee, pensieri, emozioni ( libri materialissimi ed editori che non scherzano quanto a sfruttamento) ci si stanca. Almeno un romanzetto con qualche trama accattivante così come un film di fantascienza ti solleva lo spirito se lo accompagni con qualche birra e noccioline. Ma costui? Continua sempre a togliersi il passamontagna per provare l’emozione di un tempo? E’ corretto quel che dici riguardo il concetto di merce non distinguendo se sia frutto di bisogni materiali o immaginari.( lo spiega proprio Marx all’inizio del Capitale). Che tu distingua tra plusvalore basico e secondario può agevolare un quiproqo. Il fatto è che la merce immaginaria finisce, non stranamente, per dominare quella fisica ( le classi medie ne hanno un gran bisogno) per cui la società massificata, mineralizzata, cementizzata, acciaierizzata, petrolizzata finisce per trasformarsi per la “motitudine”, per la “gente”, per il “comune” ormai in “società immateriale”. O che il plusvalore, il plusprodotto, da basico diventi pura finzione, pura ipotesi pura idea di sfruttamento, e ci porti ad immaginare un plusvalore metafisico, pura alienazione, vendita di sè come trasfert, non pena reale. La merce immateriale è la più puttana delle merci.
    Un caro saluto
    gaetano

    • Che piacere! Non ci crederai ma non sono riuscito a “sgamarti” di primo acchito. Sono diventato molto distratto per ciò che riguarda i nomi delle persone e cose del genere. Solo alla fine ho capito che si trattava di te. Con molto piacere. Per adesso mi limito a “moderarti” e a ringraziarti per il bel commento, che condivido per l’essenziale. Un abbraccio!

  2. Una merce per avere un valore di scambio, deve avere un valore d’uso. Ora il profitto è realizzato vendendo sul mercato le merci in cui il plusvalore è incorporato. L’attuale crisi, è originata dall’incapacità del mercato di assorbire merci e quindi di realizzare il profitto. Da questo io deduco che:
    -le merci perdono la loro qualità di mezzo per il realizzo del plusvalore. Non sono più merci appunto, ma prodotti del lavoro umano. Esse hanno ancora il loro valore d’uso, ma sono prive di valore di scambio.(A)
    -che tale perdita avviene anche per la forza lavoro in quanto merce con valore di scambio nulla in tendenza per milioni di proletari.(B)
    -che per quanto espresso al punto A, il sistema è già entrato nel socialismo, per quanto riguarda i mezzi di produzione. Questo lo ritengo molto importante contro ogni ideologia della “costruzione del socialismo” oggi. Il socialismo c’è già.
    -che per quanto espresso al punto B, si ha un rivolgimento sociale diretto, una intensificazione della lotta di classe.Una lotta per la vita o la morte per milioni di proletari. Questo implica una lotta, non per la difesa di “diritti” o di rappresentanza democratica all’interno del sistema politico borghese, ma per decidere quale classe deve detenere il potere effettivo.
    Cosa ne pensi? Saluti rossi.

    • Intanto ti ringrazio per l’attenzione. Ecco come la vedo io.
      Benché non venduto, il prodotto del lavoro salariato non perde il suo “status” di merce. La sua forma naturale rimane la forma di valore, ancorché di un valore che non è riuscito a compiere il marxiano «salto mortale» della realizzazione. Il valore in forma di crisalide non riesce a trasformarsi in svolazzante farfalla, sempre per citare l’uomo con la barba. La svalorizzazione e la distruzione di capitale (macchine, materie prime, capacità lavorativa) è, al contempo, sintomo della crisi e un mezzo per superarla. La sovrapproduzione e la scarsa capacità di consumo della società non sono dati assoluti: ad esempio, se la Fiat non riesce a vendere questo non vale per la BMW, la quale «ha continuato ad avere successo durante il secondo trimestre, nonché durante i sei mesi fino al giugno 2012, stabilendo nuovi record in termini di volumi di vendite e di fatturato ed il secondo migliore profitto operativo del Gruppo nella storia dell’azienda» (Il Sole 24 Ore). Ciò non toglie il fatto che tra qualche mese anche la fabbrica tedesca di automobili possa entrare in crisi. In generale penso che la sovrapproduzione e il sottoconsumo non siano cause ma effetti della crisi, i quali naturalmente si trasformano in concause alimentando il circolo vizioso dell’accumulazione in sofferenza. Naturalmente non faccio riferimento alle crisi “fisiologiche e contingenti, che possono insorgere in ogni momento del ciclo economico e per qualsivoglia ragione, tale è la natura contraddittoria («anarchica») e irrazionale (disumana) del capitalismo; ma alle crisi di grandi proporzioni, come quella che stiamo sperimentando. «È pura tautologia dire che le crisi provengono dalla mancanza di un consumo in grado di pagare o di consumatori in grado di pagare … Il fatto che merci siano invendibili non significa altro se non che non si sono trovati per esse dei compratori in grado di pagare, cioè consumatori. Ma se a questa tautologia si vuol dare una parvenza di maggior approfondimento col dire che la classe operaia riceve una parte troppo piccola del proprio prodotto, e che al male si porrebbe quindi rimedio quando essa ne rice¬vesse una parte più grande, e di conseguenza crescesse il suo salario, c’è da osservare soltanto che le crisi vengono sempre preparate appunto da un periodo in cui il salario in generale cresce e la classe operaia realiter riceve una quota maggiore della parte del prodotto annuo destinato al suo consumo. Al contrario, quel periodo – dal punto di vista di questi cavalieri del sano e “semplice” buon senso – dovrebbe allontanare la crisi. Sembra quindi che la produzione capitalistica compren¬da delle condizioni indipendenti dalla buona o cattiva volontà, che solo momentaneamente consentono quella relativa pro-sperità della classe operaia, e sempre soltanto come procel¬laria di una crisi» (K. Marx, Il Capitale, II, pp. 429-430, Editori Riuniti, 1980). Marx fa notare come nei momenti di prosperità «non cresce soltanto il consumo dei mezzi necessari di sussistenza; la classe operaia (in cui è entrato ora attivamente il suo intero esercito di riserva) partecipa anche momentanea-mente al consumo di articoli di lusso, che in generale le sono inaccessibili». E tuttavia, a un certo punto, subentra la crisi. Come mai? È innanzitutto nel delicato equilibrio tra saggio del plusvalore, saggio del profitto e composizione organica del capitale che a mio avviso va individuata la causa scatenante della crisi tipicamente capitalistica, la cui permanente latenza si dà fenomenologicamente anche come esportazione di capitale e speculazione finanziaria. Ma su questo punto ti rimando ai miei studi “economici” scaricabili da questo blog.
      È ben vero che il socialismo, dal punto di vista materiale, ha la sua possibilità nel capitalismo, e in questo senso Marx non si sentiva un facitore di chimere; ma affinché la possibilità si trasformi in attualità la società deve conoscere la rottura rivoluzionaria, la soluzione di continuità politico-sociale. Il capitalismo è gravido di una società storicamente e socialmente assai più avanzata, ma per venire alla luce la creatura dovrà attendere i noti eventi traumatici. Lo scatenamento della lotta di classe naturalmente è parte essenziale di questo auspicato processo sociale. E su questo fondamentale punto penso che concordiamo. Ti ringrazio ancora per l’attenzione e ti saluto.

  3. Migliorati pensa di vivere nell’epoca del valore di scambio o del plusvalore? Che la crisi sia dovuta all’incapacità del mercato di assorbire le merci ( e i capitali?) è solo un modo borghese di dire:ohimè non riesco a piazzare la mia merce e quindi a tirarci del profitto. Ma il profitto non è il plusvalore ( il profitto è la forma mistificata del plusvalore, dice Marx, la creazione di plusvalore non ha niente a che vedere con il mercato). La crisi è crisi di sovrapproduzione di merci e di capitali, non di prodotti o di denaro. Che il mercato stia lì ad assorbire come una specie di bocca aperta tutte le merci prodotte dalle illusioni di far soldi in quanto si sfruttano operai, è dare al mercato un significato metafisico. Se c’é crisi ( e non si ha bisogno di riprove) vuol dire che quel rapporto meccanico tra produzione e consumo non esiste, che non si realizza mai, che se si realizza, il capitale è fottuto. La merce M’ deve essere sempre maggiore di M, il denaro D’ deve essere sempre maggiore di D sempre e comunque. Tesaurizzazione, credito, sistemi monetari e finanziari ( ovvero denaro, mezzi di pagamento, moneta mondiale) a che servirebbero se la realizzazione di compisse hic e nunc? E i cicli di produzione e di circolazione sono forse in pareggio? Non si tratta di un processo a circolazione uniforme ( velocità costante), ma a circolazione accelerata il cui andamento di crescita è a spirale crescente di accumulazione. E gli umani possono assorbire all’infinito una massa così immensa di merda? Non è questione di salari, non è questione di carte di credito, non è questione monetaria e finanziaria, è questione di un modo di produzione irrazionale, che dovrà essere abbattuto violentemente, altrimenti distruggerà la nostra e tutte le specie. Se non c’é crisi vuol dire che il processo di sviluppo del capitale, che non è una cosa, sta spostando la sua capacità di vita in avanti, sta tentando un accanimento terapeutico su se stesso con l’illusione di salvarsi. L’unico accanimento terepeutico giusto storicamente è quello di scannarlo senza pietà,se il proletariato per il capitale non fosse così appiccicato al suo padrone. Le merci non hanno più il valore di scambio? Che vuol dire? Se non avessero valore di scambio non conterrebbero nè lavoro necessario, nè plusvalore, nè capitale costante. Lasciando stare Il capitale costante che rappresenta direttamente e indirettamente la borghesia nelle sue varie espressioni contingenti, ciò significherebbe che le classi non esistono più. Ora il lavoro necessario è ridotto in fin vita, ma sulla stessa china lo segue anche il plusvalore ( il rapporto tra il lavoro necessario e il capitale investito è ridotto ai minimi termini). Anche se il saggio di sfruttamento fosse elevato alla lunga esso non può che decrescere sempre più nei suoi due termini assoluti ( pur mantenendosi e attestandosi ad un rapporto v<pv). Se le merci non avessero il valore di scambio non staremmo in questa palude. Dunque saremmo oggi nel socialismo? Per quanto riguarda i mezzi di produzione? Ma i mezzi di produzione non apportano nulla alla stessa società capitalistica che affoga sulla propria merda, se non la merda stessa. E' il plusvalore che è fine e mezzo dello sviluppo capitalistico, i mezzi di produzione rappresentano come dice Marx, solo l'insieme della vetreria di un laboratorio di analisi chimica. E infatti occorre distruggerne come minimo il 70%. Una dittatura della classe proletaria avrebbe come compito non la costruzione, ma la distruzione del capitale, non la "costruzione del socialismo". I mattoni della "costruzione" in contemporanea nasceranno dalla stessa distruzione del proletariato come classe. Con il finale concordo ovviamente, ma non c'é da decidere ( magari con qualche democrazia operaia salvifica) se tentare l'accanimento o no.

    Ecco un primo nostro approccio Seba. Da quanti anni? Ovviamente mi scuso con Migliorati se ho spinto la critica. Ma non me ne voglia. Comunque aspetto commenti da entrambi.
    Gitano

    • Ciao Gaetano. Ho risposto a Migliorati prima che leggessi il tuo commento. A occhio mi pare che non diciamo cose assai dissimili, ma mi riservo una lettura più attenta. Sul carattere largamente distruttivo, e non costruttivo, del processo sociale teso alla conversione umana della prassi economica concordo al 100 per cento. Conversione umana, non ecologica, faccio notare. Grazie per l’importante riflessione. Bacio!

  4. “Le merci non hanno più il valore di scambio? Che vuol dire? Se non avessero valore di scambio non conterrebbero nè lavoro necessario, nè plusvalore, nè capitale costante. Lasciando stare Il capitale costante che rappresenta direttamente e indirettamente la borghesia nelle sue varie espressioni contingenti, ciò significherebbe che le classi non esistono più. Ora il lavoro necessario è ridotto in fin vita, ma sulla stessa china lo segue anche il plusvalore ( il rapporto tra il lavoro necessario e il capitale investito è ridotto ai minimi termini). ” Appunto Gaetano, le contraddizioni del valore di scambio si stanno risolvendo: in processo, stiamo andando, più si aggrava la crisi, verso il socialismo. Come scrisse Engels, se il lavoro è la misura di ogni valore, in se non ha valore. Tale scoperta la ritiene fondamentale, fondante per il socialismo. Questo “in se”, questa cosa in se che è il lavoro astratto, diventa misura di valore solo attraverso il processo storico, e solo nella determinazione storica viene superato. Se siamo già in pieno processo verso il socialismo, allora buona parte della “sinistra”, mostra o di non capire nulla, o è stalinista. Questo è il punto che volevo dimostrare. Da a tutto questo, il comunismo di sinistra può trarre una strategia ed una tattica conseguente. Tu a ragione scrivi che il proletariato è appicicato al capitale. Perchè? Lo vediamo: difesa senza pudori, disgustosa nelle iniziative pratiche, del posto di lavoro. Se come scrivi, ed è così, il lavoro necessario è in fin di vita, il rapporto sociale capitale-salario, è infranto nei fatti. La questione allora è risolvere anche politicamente tale rottura. Tale politica è quella della lotta di classe per la dittatura del proletariato, nuda e cruda. Compito dell’avanguardia è quello di escogitare le parole d’ordine giuste, suggerite dalla strategia e dal livello di coscenza di classe del proletarito. Ti chiedo allora, quali potrebbero essere, se la mia analisi sulla questione della difesa del posto di lavoro, è esatta. Naturalmente io ho le mie parole d’ordine immediate, ed esse non vanno e non possono andare, oltre il materialismo storico. Cosa aggiungere? Lascio parlare un grande marxista, un comunista dei consigli:
    LA CONOSCENZA TEORICA DEL FATTO CHE IL CAPITALISMO DOVRA’ CROLLARE A CAUSA DELLE SUE CONTRADDIZIONI, NON IMPEGNA A SOSTENERE CHE IL VERO CROLLO SARA’ UN PROCESSO AUTOMATICO, INDIPENDENTE DAGLI UOMINI. SENZA GLI UOMINI NON ESISTE NEMMENO L’ECONOMIA.
    PAUL MATTICK

    Saluti rossi.

  5. Caro Isidoro
    Quando si scrive che il saggio medio di pofitto, ovvero il rapporto tra plusvalore e capitale investito è ridotto ai minimi termini per la riduzione del lavoro necessario ad una piccola espressione, la quale trascina nella sua riduzione relativa anche il plusvalore, non si vuol dire che oltre una data soglia del capitale variabile si entra nel socialismo. Sarebbe una bestemmia. Come spiega Marx, la produttività del lavoro spinge a che gli incrementi aggiuntivi di plusvalore, pur crescendo diminuiscono sempre più relativamente. La loro distribuzione in capitale costante aggiuntivo e capitale variabile agguntivo con ac>>av nella composizione organica del capitale si riduce inesorabilmente, per cui il respiro del bestione diventa un rantolo. Da una certa epoca in poi le modalità di esistenza del capitalismo si fanno precarie, pericolose e assassine, altro che socialismo. Una cosa è una tendenza al limite, per cui diminuendo v ai minimi termini la composizione organica tende all’infinito e quindi il saggio del profitto a zero, un’altra è il processo sociale e quindi il processo politico. Come giustamente avverti anche tu il socialismo non è una funzione matematica, non è un relazione tecnica, non è la grandezza del capitale costante che riduce il saggio del profitto, ma il capitale variabile, a meno che non si intenda, come è, il capitale costante come accumulazione di lavoro oggettivato, accumulazione di plusvalore ad opera del lavoro vivente. Allora si comprende come al cuore di quella strana espressione borghese che si chiama saggio del profitto si nasconde il saggio dei sfruttamento della classe. Dunque il problema è politico, senza la distruzione del modo di produzione capitalistico, il socialismo non fuoriesce come lava dal vulcano spontaneamente. Bisogna far saltare il tappo ed occorre una straordinaria arte, quella dei minatori (o dell’insurrezione, coemscrive Lenin). Non siamo per nulla sulla via del socialismo e quella robaccia che si spaccia per sinistra è quella che prepara il proletariato al prossimo conflitto mondiale. Quel proletariato come ceto per il capitale, schiavo e servo della classe dominante (non classe per sé) che Marx ed Engels denunciarono, che Lenin denunciò, quel ceto, parte decisiva della piccola borghesia, che in Germania uccise i migliori militanti comunisti non è un dato transitorio, un dato estemporaneo della storia della lotta di classe, è divenuto una presenza permanente e pericolosa. Le ideologie rosso-brune non sono bau.bau. Le espressioni di moltitudine, di gente, di comune alla Negri sono estremamente pericolose. Quindi non trattare la realtà economica traducendola in facilitazioni politiche. Non esiste possibilità di uscita dalla società di merda in cui viviamo per una via facile, immediata, diretta. Lenin ci ha avvertito: la classe da sè non può elaborare nè tattica, nè strategia, quindi scienza e coscienza di classe, ha bisogno del suo partito. Ne ha bisogno anche nelle lotte immediate, le lotte di difesa. Se questo partito non esiste, o se esiste e non riesce a crearsi un rapporto stretto con la classe, allora… siamo morti.
    Mattick la fa facile anche lui. Senza “gli uomini” non potrà avvenire quel capovolgimento rivoluzionario. Gli uomini? Vuole dire il rapporto tra partito e classe? No, lui pensa che un giorno gli operai capiranno, si organizzeranno in Consigli e democraticamente decideranno come affrontare il mostro. La rivoluzione non è questione di forme di organizzazione, nè il sindacato, nè il partito in quanto tali, ma il partito in quanto organo e strumento della classe (contenuto, programma, attività rivoluzionaria).

    Un saluto militante.

  6. Ciao Gaetano. Non riesco a spiegarmi. Hai elencato una serie di contraddizioni del sistema, ma non vai alla loro risoluzione. Voglio dire che oltre una data soglia del capitale variabile si entra nel socialismo e sarebbe una bestemmia? Si bestemmio dunque. Ti chiedo allora dove va a finire il principio cardine del materialismo storico? Se il capitale variabile, il monte salari si riduce in senso relativo (ma anche assoluto), da dove trae sostentamento il resto del proletariato? L’esercito di riserva del capitale, ma anche la riserva rivoluzionaria della classe: il suo esercito. Non voglio polemizzare, ma non ho mai concepito quello che ho sostenuto con qualche forma di determinismo meccanico. Determinato ed inderminato sono dialettici, e io voglio essere dialettico. E l’asserzione di Mattick lo citata solo in quel senso. Quando dico che le condizioni oggettive del capitalismo sono già in fase socialista, lo faccio da una posizione politica e sociale, non puramente economica. L’economia è il fenomeno con cui la lotta di classe appare. Siamo già nel socialismo, per cui si prepara la terza guerra mondiale…E’ la guerra contro il socialismo che c’è già e contro il proletariato che potrebbe prenderne atto e compiere la sua missione storica. Il limite del capitalismo è comunismo, ma questo limite è già sorpassato nel socialismo attuale. Ma forse intediamo due cose diverse per il termine socialismo. Io l’intendo come il sorgere e l’imporsi nelle forze produttive del loro carattere sociale latente da sempre. L’espansione del capitalismo è prima di tutto una espansione sociale, la divisione della società in due classi contrapposte ed inconciliabili negli interessi vitali. Il rapporto sociale fondamentale del capitalismo, salario-capitale, è in via di estinzione, insostenibile nel tempo. Sta al proletariato partire da questo dato storico ed imporne un altro di rapporto sociale, capovolgere il vetusto rappotto. Che dire? Contro ogni stalinismo, si può sostenere che il socialismo non si costruisce ma che è una possibilità da cogliere in modo rivoluzionario quando il capitalismo è proto, maturo per la sua dipartita storica. Quindi una critica positiva e non negativa allo stalinismo. Internazionalista, perchè vede, e io non lo mai messo in dubbio, il socialismo come un fenomeno mondiale nello sviluppo storico, e nella forma locale, circostaziato. C’è il socialismo Gaetano, ma la massa non lo vede. Tu non lo vedi. Per questo ritengo che sarà molto difficile, e io non ho mai posto tutta la questione da un punto di vista semplicistico, fare la rivoluzione. E’ più probabile per l’intera umanità, fare la fine dei dinosauri. Saluti rossi.

    • Caro Isidoro
      Secondo me corri, sicuramente per desiderio di uscire da un sistema ormai allo stato di crisi profonda ma questa sua condizione non ha nulla a che vedere con il socialismo. “C’é il socialismo, ma la massa non lo vede”. “Io non lo vedo”, insisti. Non è così. La proprietà sui mezzi di produzione, sulle materie prime, sui prodotti è nelle mani della classe dominante, il lavoro salariato domina incontrastato, il modo di produzione capitalistico si estende su tutta la terra, non c’é un angolo della terra che non sia capitalistico, la legge del valore vige incontrastata, l’accumulazione del plusvalore è arrivata ad uno stato di sovrapproduzione, tale che la vitalità del bestione si dirige verso la guerra. Per salvarsi, per rimettersi in piedi non per dirci: signori, tolgo il disturbo! L’ulima guerra ha annientato 75 milioni di proletari, si prepara a mieterne almeno 500 milioni. Da sè non si autodistrugge, è il proletariato che deve distuggerlo. Finchè non ha preso il potere politico e imposto la sua dittatura militare e sociale, finchè non avrà distrutto la struttura stessa del mostro, legata alla produzione di valore, finchè non avrà eliminato il lavoro salariato, il socialismo lo si può solo sognare.
      “Se il capitale variabile, il monte salari si riduce in senso relativo (ma anche assoluto), da dove trae sostentamento il resto del proletariato?” Ma il sistema capitalista dalla sua nascita non ha legato la sua esistenza al consumo delle masse proletarie, attive e di riserva, è sempre stato funzionale all’accumulazione di plusvalore. Non gli fornire una socialità che non ha e non ha mai avuto. Marx aveva davanti agli occhi la dinamica reale del capitalismo nei pochi paesi, che divennero in qualche modo suo laboratorio economico e sociale, non ha aspettato il 2012 per riconoscere che andava distrutto. Si è messo al lavoro non per fantasticare sulla sua morte, ma per antevedere le condizioni economiche, sociali e politche della sua distruzione per mano del proletariato.
      “Quando dico che le condizioni oggettive del capitalismo sono già in fase socialista, lo faccio da una posizione politica e sociale, non puramente economica (?)”. Questa separazione è idealismo, è fantapolitica, non ha nulla a che vedere con il comunismo. L’economia è il fenomeno con cui la lotta di classe appare (?). Ma di che economia parli? Siamo già nel socialismo, per cui si prepara la terza guerra mondiale (??)…E’ la guerra contro il socialismo che c’è già ( ??) e contro il proletariato che potrebbe prenderne atto e compiere la sua missione storica”. Ci sarebbe la guerra contro il socialismo esistente? Non mi risulta.
      Scusa, non so più di cosa parli. Tu hai un’idea di capitalismo (e di socialismo) che non ha nulla che si possa confrontare con quello che Marx ha definito tale. Almeno che tu appartenga alla massa di coloro che credono che ci sia stato socialismo in Russia, che in Cina ce ne sia uno deformato, che magari a Cuba si possa salvare qualcosa. E difatti: “Contro ogni stalinismo, si può sostenere che il socialismo non si costruisce ma che è una possibilità da cogliere (?) in modo rivoluzionario quando il capitalismo è pronto, maturo per la sua dipartita storica” ( cioè quando è maturo possiamo anche costruirlo?) Quindi una critica positiva e non negativa allo stalinismo”. Mi pare che ignori cosa sia stato lo stalinismo. Lo stalinismo non ha costruito socialismo, ha messo le basi del capitalismo in Russia massacrando milioni di proletari, mettendoli alla catena, facendo loro credere che si trattava di socialismo, imponendo giornate di lavoro bestiali e portandoli alla difesa della patria e della nazione russa ( altri milioni di morti). Per cui gira ancora questa grande fandonia che il socialismo si costruisce e che la statizzazione, la nazionalizzazione siano socialismo.
      Marx scrivendo ai compagni russi, si augurava il passaggio dalle forme comunistiche primitive, ancora esiistenti in Russia, direttamente al comunismo: purtroppo, aggiungeva, dopo la liberazione dei servi della gleba, il capitalismo, la bestia, era entrata.

      un saluto

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