IL SISTEMA PROTEZIONISTICO CI SALVERÀ. FORSE…

I sostenitori del capitalismo assistito e del sovranismo politico-economico hanno in tasca una ricetta sicura per risolvere i noti problemi della Carbosulcis e di Alcoa: introdurre per un certo periodo dei limiti alle possibilità di acquisto del carbone a basso costo proveniente dalla Cina e da altri paesi. In più, bisognerebbe imporre vincoli alle decisioni di delocalizzazione in Arabia Saudita prese dalla multinazionale Alcoa. Insomma, essi propugnano una politica economica schiettamente protezionista e sovranista. È realistica questa proposta? Personalmente nutro grossi dubbi a proposito, né, d’altra parte, mi sembra capitalisticamente più ragionevole continuare a sovvenzionare (ad esempio gravando sulla bolletta elettrica dei poveri utenti) produzioni industriali andate già da tempo fuori mercato, non a causa del cinico complotto neoliberista, ma a motivo della nota, ma non sempre capita nella sua reale dimensione sociale, globalizzazione capitalistica. La divisione internazionale del lavoro assegnerebbe al Bel Paese produzioni tecnologicamente ben più sofisticate rispetto a quelle basate, ad esempio, a Taranto o nel Sulcis.

Ma questi sono problemi che interessano coloro che hanno a cuore gli interessi dell’economia nazionale, siano essi di scuola rigorosamente statalista, o di scuola keynesiana, ovvero liberoscambista. A chi non è toccato minimamente dagli «interessi generali del Paese», e che quindi è sordo a tutte le ricette proposte dalle citate “scuole di pensiero”, l’una più reazionaria dell’altra; a questa figura critica – sotto ogni rispetto – sta invece a cuore un altro tipo di sviluppo: quello della coscienza dei lavoratori, non importa se sfruttati in produzioni obsolete piuttosto che in produzioni all’avanguardia sul mercato mondiale. E sotto questo punto di vista occorre costatare un drammatico ritardo, che peraltro consente agli esponenti della classe dominante, vuoi in guisa protezionista, vuoi in guisa liberoscambista, di usare il disagio dei lavoratori in chiave di conservazione sociale. Più che la coscienza, si sviluppa la disperazione, e in ciò la responsabilità dei sindacati e dei cosiddetti partiti (e partitini) di sinistra è enorme.  «”Andremo avanti ad oltranza – dicono i lavoratori in lotta -, il carbone è strategico così come lo è l’alluminio. Non si può pensare di chiudere le fabbriche senza provocare gravi conseguenze” … L’obiettivo è sempre il solito: conservare le attività produttive per tutelare il diritto alla sopravvivenza di migliaia di cittadini» (da un articolo di Marco Ligas pubblicato sul Manifesto del 28 agosto 2012). Conservare la possibilità di far sopravvivere i lavoratori in qualità di venditori di forza-lavoro. Ecco il cinismo dei fatti concreti.

INGABBIATI NEL LAVORO SALARIATO (Art. 1 della Costituzione Italiana)

Detto en passant, la posizione protezionista citata all’inizio l’ho estrapolata da un breve post di Emiliano Brancaccio, un economista che passa per marxista e che in ogni caso non nasconde di aver letto Marx, come ha voluto precisare anche ieri sera al TG3 Linea notte. E questo, fra l’altro, dimostra quanto oggi sia insignificante definirsi “marxisti”, salvo che in certi ambienti politico-culturali nei quali il nome del Tedesco conserva ancora una certa autorità. Vai a capire poi perché!

Criticare la vomitevole posizione protezionista di un sedicente marxista (non mi riferisco a nessuno in particolare) sulla scorta dell’atteggiamento “liberoscambista” del suo presunto maestro, sarebbe davvero ridicolo, e testimonierebbe un’assoluta mancanza di senso storico, o semplicemente di intelligenza. Basti pensare che al tempo in cui Marx perorava la causa liberoscambista in chiave rivoluzionaria*, la Germania era ancora alla vigilia del proprio decollo capitalistico. Tuttavia la vecchia polemica antiprotezionista di Marx mantiene, anche sul piano squisitamente politico, un’invidiabile freschezza, un’indiscutibile vitalità, e basta citare qualche passo di un suo famoso discorso (mai tenuto, al Congresso liberoscambista di Bruxelles, 1847) per capirlo: «Ma i protezionisti diranno: “In questo modo, dopo tutto, manteniamo almeno lo stato attuale della società. Bene o male assicuriamo un’occupazione al lavoratore e impediamo che egli sia gettato sul lastrico dalla concorrenza straniera”. Il mantenimento, la conservazione dello stato attuale è dunque il miglior risultato al quale possono arrivare i protezionisti nel caso più favorevole. Bene, ma per la classe lavoratrice non si tratta di mantenere lo stato attuale, bensì di mutarlo nel suo opposto … Il sistema protezionistico fornisce al capitale di un paese le armi per poter sfidare i capitali degli altri paesi; esso accresce la forza di quel capitale di fronte a quello straniero» (K. Marx, I Protezionisti, i liberoscambisti e la classe lavoratrice, Opere Marx-Engels, VI, p.585, Editori Riuniti, 1973).

Particolarmente acuta e lungimirante appare quest’altra osservazione: «Dopo essere stato inizialmente reazionario, poi conservatore, il sistema protezionistico diventa infine conservatore-progressista». Gli odierni progressisti si sentono chiamati in causa dall’uomo con la barba? Se no, è perché nel frattempo il progressismo si è ridotto ai minimi termini, al punto che la freccia critica del comunista di Treviri, sebbene puntata verso il basso, nemmeno sfiora i suoi avvizziti esponenti. Davvero difficile aggiungere qualcosa di più pregnante sul piano della teoria e della prassi. Invece possiamo aggiungere qualcosa di nuovo per ciò che concerne l’esperienza storica: sappiamo, ad esempio, quanto stretto sia il rapporto tra politica protezionista, imperialismo, nazionalismo e guerra. Ecco perché associo spontaneamente, anzi pavlovianamente, il protezionismo all’elmetto: è più forte di me! «Il sistema protezionistico fornisce al capitale di un paese le armi per poter sfidare i capitali degli altri paesi». Le armi, appunto.

Assai più ridicola, e mi mantengo sul terreno dell’eufemismo, mi appare la tesi, sostenuta proprio in questi giorni da non pochi “marxisti”, secondo la quale se Marx vivesse ai nostri giorni sosterrebbe una posizione protezionista, e magari criticherebbe i suoi trascorsi “liberoscambisti”. La tentazione di fare del vecchio ubriacone il teorico dello statalismo è vecchia quanto lo stalinismo, e non ripeterò qui cose scritte centinaia di volte a sua “discolpa”. Ma ammettiamo pure, per il gusto dell’assurdo e del paradosso, che quella tesi abbia un briciolo di fondamento, e chiediamoci se un Marx protezionista, statalista, keynesiano e quant’altro renderebbe meno reazionario il protezionismo, lo stalinismo, il keynesismo e via discorrendo. Questo immaginario Marx io lo manderei senz’altro a quel paese, a far compagnia ai compagni con l’elmetto in testa.

Qualche giorno fa un “amico su Facebook”, sollecitato da una mia obiezione “antistatalista”, mi ha risposto che «Marx era favorevole alla nazionalizzazione delle banche ma questo non ne fa uno statalista». D’accordo. Si è però dimenticato di aggiungere che quella misura (che in sé non esorbita in alcun modo dal quadro sociale capitalistico) era da Marx contestualizzata in un processo rivoluzionario volto a «strappare alla borghesia tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti della produzione nelle mani dello Stato, vale a dire del proletariato stesso organizzato come classe dominante» (K. Marx, Il Manifesto del partito comunista, Opere Marx-Engels, VI, p.505). Non credo che questa sia una precisazione di poco momento.

* Questa la dialettica del processo sociale propsettata da Marx e da Engels nell’anno di grazia 1847: «Nella libertà di commercio le leggi dell’economia politica saranno applicate alla classe lavoratrice in tutta la loro durezza. Ciò significa che noi siamo contro il libero scambio? No, noi siamo per il libero scambio perché mediante il libero scambio tutte le leggi economiche, con le loro sorprendenti contraddizioni, agiranno su più vasta scala, su un territorio più esteso, su tutta la terra, e perché dall’unione di tutte queste contraddizioni in un solo gruppo in cui esse si fronteggeranno direttamente scaturirà la lotta che finirà con l’emancipazione del proletariato» (Discorso del dr. Marx sul dazio protettivo, il libero scambio e la classe operaia, Opere M-E, VI, p. 308). Come si vede, i due amici avevano un gran desiderio di accelerare i tempi dello sviluppo capitalistico perché da esso si attendevano la rivoluzione sociale anticapitalistica e l’emancipazione dell’intera umanità (secondo la mirabile formula: «Emancipando se stesso il proletariato emancipa l’intera umanità»). Di qui, il loro disprezzo per le posizioni politico-ideologiche reazionarie, conservatrici, mitigatrici, compromissorie, riformiste, le quali lamentavano i «lati negativi» della società borghese senza metterne in discussione l’essenza storico-sociale. Una concezione, quella dei due “amici terribili”, che ai teorici del male minore (magari in guisa progressista) del XXI secolo deve necessariamente apparire cinica.

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9 thoughts on “IL SISTEMA PROTEZIONISTICO CI SALVERÀ. FORSE…

  1. Sulle tesi di Brancaccio invito a leggere il capitolo “Contro il liberoscambismo di sinistra”, contenuto nel suo ultimo libro: “L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa”.

  2. Ho visto in diretta l’intervento su rai Tre del prof. Brancaccio a sostegno dei lavoratori di Carbosulcis e Alcoa (www.emilianobrancaccio.it). L’ho trovato impeccabile. Non appena un compagno ha il coraggio e la competenza per elaborare opzioni politiche concrete, subito gli si avventano addosso dei sedicenti esegeti della dottrina. A dimostrazione del fatto che Marx su liberoscambio e protezionismo aveva una visione molto più complessa di quella che esce fuori dal solo intervento del 1847, si può leggere la raccolta dei saggi di Marx ed Engels su India Russia e Cina pubblicata dal Saggiatore. E si può leggere anche Lenin, che non fa male. E poi, diciamola tutta: il liberoscambismo di certi sedicenti comunisti aiuta a tornare in parlamento, forse… Massimo

    • Una critica che non mi sfiora: non sono né liberoscambista né protezionista, né sostenitore dell’economia capitalistica di Stato (tipo quella della vecchia Unione Sovietica o della Cina di Mao, per intenderci) né dell’economia liberista modello anglosassone. Sono semplicemente (banalmente?) anticapitalista. Per questo nei miei modesti scritti non troverai mai la ricetta giusta per salvare il Capitalismo (liberalizzare l’economia? statalizzarla? restare nell’euro? uscire dall’euro?): per questo devi compulsare i libri degli economisti seri e progressisti, o “comunisti”. Pensa, sono anche antiparlamentarista, da sempre! Ho usato la tesi di Brancaccio non per dimostrare la sua estraneità al cosiddetto marxismo (chi se ne frega!), ma per polemizzare con una posizione che ritengo ultrareazionaria, anche se a sostenerla fosse l’uomo con la barba in persona. Naturalmente conosco i testi marxiani e leniniani cui fai riferimento. Per quanto riguarda la patente di “comunista” la lascio volentieri a chi ci tiene. Grazie per l’attenzione.

      • Penso che a te non sfiori proprio niente, visto che non mi sembri nemmeno “tangente” alla storia. Ti potrai anche dichiarare “devoto” a Marx ma io ti trovo più simile a quegli idealisti che nei tempi di crisi rimangono a guardare in attesa dell’Avvento e che poi restano un po’ di stucco quando a bussare alla porta è il fascismo. Grazie a te per la risposta. Massimo.

      • «Devoto a Marx» l’ha scritto una mia cara amica (Alessandra Di Pietro), credo per sfottò. Il Fascismo 2.0 bussa alla porta, anzi è già dentro la casa, e non me ne stupisco affatto: tutt’altro! Se leggi i miei post, possibilmente senza preconcetti, ti rendi conto che l’Avvento è proprio ciò che non mi attendo. Comunque grazie per l’attenzione. Ciao!

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