VERTIGINI DEMOCRATICHE

Lo sciovinismo del Bel Paese ha ben altra tempra rispetto a quello della cugina Francia: esso risorge e tramonta nello spazio di ventiquattro ore. Mentre oltralpe lo sciovinismo è un fuoco che arde perennemente (salvo casi eccezionali: vedi le periodiche invasioni tedesche del suolo francese) nei gallici petti, in Italia esso è piuttosto un fuoco di paglia, un tumulto di sentimenti, più che di idee, piuttosto fatuo.

Come dopo la vittoriosa partita di luglio contro la nazionale tedesca al campionato europeo sembrava che avessimo vinto nientemeno che la guerra, complice anche il «trionfale» summit europeo di fine giugno, analogamente fino a qualche ora fa sembrava che i Super Mario di casa nostra avessero stravinto su tutta la linea: la Bundesbank sconfitta, la Cancelliera di ferro costretta a far buon viso a cattivo gioco, la Germania isolata nella stessa area del Marco, Obama entusiasta del governo tecnico montiano e del dragone messo a difesa dell’euro. Oggi gli editoriali dei quotidiani tornano a formulare la domanda già stampata agli inizi di luglio, dopo un bilancio più attento e meno fazioso del citato summit di giugno: Ma abbiamo vinto davvero? La generosità di Mario Draghi non è piuttosto una polpetta avvelenata, una più intelligente strategia volta a farci cadere col sorriso stampato sulle labbra di convinti europeisti nella trappola del commissariamento globale (finanziario, economico, politico)? Chi ci vuole salvare, non mira piuttosto a legarci mani e piedi al carro della parità di bilancio a ogni costo?

La risposta a queste domande, forse, è nell’intervista rilasciata oggi dal Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble a Repubblica. Ecco il succo dell’intervista: «L’euro ha garantito il primato dell’economia tedesca, per questo esso è necessario. Senza la moneta comune il nostro [dei tedeschi] benessere sarebbe difficilmente immaginabile. La Germania è un Paese vincente». Naturalmente più che al lettore italiano il Ministro teutonico cerca di parlare all’elettore tedesco, sempre più ostile alla prospettiva di dover aiutare gli spendaccioni del Mezzogiorno. (Sul rapporto Euro-Marco rimando al mio pezzo Das vollendete Geldsystem).

Il fatto che la BCE stia concentrando nelle proprie leve di comando poteri che iniziano a debordare da tutte le parti, sconfinando, e non di poco, in uno spazio ritenuto fino a qualche mese fa di esclusiva pertinenza del politico, la dice lunga sulla gravità della crisi sistemica che travaglia l’Unione Europea. L’attivismo super-governativo di Draghi segnala la contraddizione di una moneta priva di un solido retroterra politico (lo Stato nazionale).

Quasi tutti gli editoriali dei quotidiani oggi lamentano un gravissimo deficit di democrazia: persino le elezioni oggi appaiono un lusso che non possiamo permetterci. Re Giorgio annuncia che chiunque vinca alle prossime elezioni politiche deve suonare lo spartito scritto da Monti in sinergia con i “poteri forti” della Finanza internazionale. «Io vigilerò!» Lo stesso Professore bocconiano denuncia i pericoli di una deriva demagogica antieuropea di dimensioni continentali. La Grecia è, anche a tale riguardo, l’avanguardia del male. Chi tocca i fili dell’euro e dell’Unione merita di rimanere stecchito, o quantomeno di finire sotto l’occhiuta vigilanza dello Stato. Paolo Mieli denuncia questo clima di caccia alle streghe e sostiene che «così muore la politica», con gran vantaggio per i populisti, che sguazzano nel senso di impotenza dei popoli. Intanto Giulio Tremonti organizza, per la felicità degli italici antimercatisti e sovranisti, un movimento politico per il recupero della sovranità nazionale. Inutile far notare la “trasversalità” politico-ideologica di un simile progetto.

Ma davvero oggi la democrazia rischia di esalare il suo ultimo respiro? Davvero essa, strangolata dai famigerati mercati e dagli gnomi del liberismo più cinico e selvaggio, ha bisogno del soccorso popolare? Personalmente non la penso così. Solo chi in passato si è fatto delle illusioni intorno al “libero gioco democratico” oggi può credere, sbagliando, che il voto dei cittadini non serve più, mentre ieri invece esso contava, eccome, nelle decisioni politiche dei governi. Oggi come ieri la democrazia è la forma politica più confacente al dominio sociale capitalistico. La crisi economica e politica che ha investito l’Italia e l’Europa ha semplicemente reso evidente una verità prima celata sotto uno spesso velo ideologico: la democrazia sancisce l’impotenza sociale delle classi dominate, chiamate ogni tot anni a “scegliere” i funzionari del Leviatano messo a guardia degli odierni rapporti sociali. Il “commissariamento” della politica è la continuazione della democrazia con altri mezzi. Come ho scritto altre volte, l’eccezione getta un potente fascio di luce sulla regola del dominio. Ritengo che solo liberandosi delle vecchie e sempre più logore illusioni democraticiste le classi subalterne potranno acquistare una vera capacità di risposta ai gravi problemi posti dalla crisi economica internazionale e dalla crisi del Sistema-Paese. Dalla mia prospettiva, populisti (di “destra” e di “sinistra”), demagoghi e seri democratici si agitano sullo stesso ultrareazionario terreno: quello della conservazione sociale.

«Noi abbiamo una campagna elettorale ormai imminente. Se le forze politiche la smetteranno di “pettinare le bambole” (come ha scritto Alfredo Reichlin sull'”Unità” di ieri) e capiranno che anche per noi è venuto il momento di porre la costruzione dell’Europa al centro della politica italiana, si sarà compiuto un passo avanti fondamentale. Oppure, nel caso contrario, un passo indietro drammatico perché il baratro in cui non siamo caduti è ancora lì, aperto e a poca distanza» (Eugenio Scalfari, Per l’Europa o contro, la scelta è questa, La Repubblica, 9 settembre 2012). E se nel baratro ci finissero solo le classi dominanti (italiane, europee, di tutto il mondo)?

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