PER UNA CONVERSIONE UMANA DELL’ECONOMIA

Nel Programma di Europe Ecologie è scritto quanto segue: «Investire miliardi per salvare industrie obsolete, inquinanti o delocalizzabili non serve a niente, se non a prolungare le cause della crisi. La trasformazione è necessaria. Essa passa dalla conversione ecologica dell’economia, unica risposta responsabile e globale alla crisi del sistema». Ma di che «sistema» si tratta? Di qui, la breve – e disorganica – riflessione che segue.

«La rivoluzione industriale ha dato vita ad un modello di crescita economica palesemente insostenibile», ha dichiarato qualche tempo fa Michael Renner, Senior Researcher del Worldwatch Institute e condirettore di State of the World 2012. Questo è il tipico modo di ragionare di chi ha la testa impigliata nel feticismo della tecnologia, di chi ha gli occhi angustiati dal velo tecnologico che non lascia vedere il rapporto sociale che ha reso possibile un peculiare progresso tecnologico e uno specifico «modello di crescita economica». Chi parla di rivoluzione industriale (1) senza connetterla immediatamente alla potenza sociale che l’ha promossa, prima in Inghilterra e poi in tutto il pianeta, testimonia un’assoluta mancanza di senso storico, ed è per questo che lo «sfruttamento intelligente e lungimirante di quanto il Pianeta mette a disposizione, secondo priorità che devono essere ridefinite» di cui parla Renner puzza di conservazione capitalistica lontano un miglio. «È difficile evitare la conclusione che così com’è impostata, l’economia non funziona più, né per noi né per il pianeta. L’umanità, in definitiva, ha bisogno di camminare verso una prosperità sostenibile». Io la penso in un modo affatto diverso. L’economia capitalistica, perché di questo stiamo parlando, funziona come sempre, ossia sfruttando in modo sempre più scientifico risorse umane e naturali, tra cicli espansivi e crisi più o meno gravi. La catastrofe sociale (vedi ad esempio le due guerre mondiali che ci stanno alle spalle) è un evento del tutto razionale nel seno dell’odierna società irrazionale (disumana). Per mutuare Dostoevskij, se l’uomo non esiste tutto il male è possibile.

L’economia promossa dal capitale ha necessariamente un impatto maligno sugli individui e sul pianeta, perché “verde” o “nera” che sia, “sviluppista” o “decrescista”, globalizzata o a “chilometro zero”, ciò che la muove non è la felicità degli uomini ma la ricerca ossessiva del profitto. Non «dobbiamo uscire dal modello industriale anni ’70», come ha dichiarato il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini, dobbiamo piuttosto uscire dal Capitalismo, dal Capitalismo senza altre inutili aggettivazioni (finanziario, liberista-selvaggio, ecc.), ossia dal “modello” sociale che nel XXI secolo ha la dimensione del pianeta. Dovremmo incamminarci non verso una «prosperità sostenibile», bensì verso una prassi sociale umanamente sostenibile, e quindi completamente libera dagli odierni rapporti sociali capitalistici, aliena dalla dimensione esistenziale che fa del denaro e della merce le divinità dei nostri tempi, a cui sacrifichiamo ogni santo giorno sudore, sangue, intelligenza, tempo, umanità. «Non solo l’apprendista stregone è il personaggio-simbolo del nostro tempo. L’antico re Mida – che ottenne il compimento del suo desiderio che ogni cosa che toccava si trasformasse in oro – ci appare come il vero patrono dei culti del progresso e dello sviluppo, l’attualissimo predecessore dei benefici della nostra civiltà» (Alexander Langer, La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile, 1994). La lotta di Benedetto XVI contro il «relativismo etico» nulla può contro la religione capitalistica del profitto. Santissimo Padre, la lotta è persa, se ne faccia una ragione!

A proposito di Alexander Langer. Nello scritto appena citato è contenuta una polemica molto interessante, sebbene radicata in una concezione del mondo a me estranea, che ha come suo obiettivo i sostenitori di un ecologismo intransigente, «fondamentalista» oggi diremmo: «Visto che l’umanità ha abusato della sua libertà, mettendo a repentaglio la propria sopravvivenza e quella dell’ambiente, qualcuno potrebbe auspicare una sorta di tutela esperta ed eticamente salda ed invocare la dittatura ecologica contro l’anarchia dei comportamenti anti-ambientali». Volere la società «giusta e sostenibile» senza recidere il rapporto sociale capitalistico che genera ogni sorta di ingiustizie sociali e di prassi umanamente (e quindi ecologicamente) insostenibili, significa prestare il fianco ai sostenitori del Governo degli Illuminati (ecologicamente, eticamente, politicamente, socialmente). Dal momento che «Non si dà vera vita nella falsa» (Adorno), la strada per l’inferno capitalistico è come sempre lastricata di ottime (soprattutto ecologicamente sostenibili!) intenzioni.

Insomma, la conversione dell’economia non deve essere ecologica, ma umana. Lo stesso concetto di economia deve diventare obsoleto al cospetto di una razionale (proprio perché umana) organizzazione della vita. Come una grande famiglia, l’umanità si siede intorno a un tavolo e decide il da farsi: Di cosa abbiamo bisogno?

«Dal punto di vista di una più elevata formazione economica, la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui apparirà assurda come la proprietà privata di un uomo da parte di un altro uomo. Anche un’intera società, una nazione, e anche tutte le società di una stessa epoca prese complessivamente, non sono proprietarie della terra. Sono soltanto i suoi possessori, i suoi usufruttuari e hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familias, alle generazioni successive» (K. Marx, Il Capitale, III, p. 887, Editori Riuniti 1980). Il buon padre di famiglia si prende cura del pianeta e ne gode i frutti, non lo sfrutta fino a renderlo sterile: egli ne ha il possesso – non la proprietà (2) –, ne raccoglie i frutti e lo preserva, migliorandolo, per donarlo ai figli. Il padre ha creato l’Eden con il lavoro e lo dà in usufrutto ai figli.

(1) Scriveva G. D. H. Cole nel remoto anno di grazia 1961, in pieno boom economico postbellico: «La differenza fondamentale fra la civiltà occidentale moderna e tutte le altre civiltà che sono esistite in passato non è tanto che essa è dinamica mentre le altre erano statiche, perché la storia umana non è mai stata statica anche quando il ritmo delle trasformazioni tecnologiche era prossima a zero, quanto il fatto che le società industriali moderne hanno fatto del progresso, dell’ansia di cambiare, la loro seconda natura … L’uomo moderno è stato preso in un vortice immenso di sviluppo economico che finirà per inghiottirlo se egli non riuscirà a padroneggiare le forze che minacciano la società di distruzione» (G.D.H. Cole, Storia economica del mondo moderno, pp. 176-177, Garzanti, 1961). Il concetto di società industriale moderna non coglie l’essenza della cosa: è il dominio sociale capitalistico, infatti, che ha fatto dello sviluppo economico un imperativo categorico e degli individui degli esseri sottoposti alla cieca brama di profitti.
L’uomo moderno non ha mai padroneggiato le forze sociali che pure egli realizza sempre di nuovo, soprattutto attraverso il lavoro, ma le ha piuttosto subite alla stregua di potenze estranee e ostili. L’individuo è già distrutto come uomo, e la società industriale moderna, ossia capitalistica, rappresenta questa distruzione. Ma come altri intellettuali del suo tempo Cole usava quel concetto per dar conto anche del processo sociale dei paesi cosiddetti «socialisti», i quali, pur avendo «un sistema economico radicalmente diverso dal capitalismo», erano segnati da contraddizioni sociali e da problemi esistenziali assai simili a quelli sperimentati in Occidente dai paesi a capitalismo conclamato. Di qui, l’individuazione della causa di quelle contraddizioni e di quei problemi nel processo tecnico industriale, concepito in sé come sviluppista, alienante e via discorrendo. In realtà il «socialismo reale» (in Russia e in Cina), lungi dall’essere «un sistema economico radicalmente diverso dal capitalismo» non era che un Capitalismo di Stato a forte vocazione imperialistica. Insisto su questo punto perché l’infondata interpretazione del «socialismo reale» è tutt’altro che estranea all’attuale impotenza politica delle classi dominate del pianeta, la cui speranza in un mondo a misura d’uomo è stata annichilita dallo stalinismo internazionale.
L’ansia di cambiamento di cui parla Cole è dunque in primo luogo l’ansia del capitale di intascare profitti, ed è precisamente questa brama che costringe la società capitalistica a continui e sempre più frequenti cambiamenti, non solo in economia, ma in ogni aspetto della prassi sociale, coinvolgendo in profondità la stessa sostanza psicosomatica degli individui. La dimensione del Capitalismo oggi è il mondo e, insieme, il corpo stesso degli individui, una risorsa economica capitalisticamente davvero generosa, un mercato perfetto scandagliato e coltivato con ossessiva e maniacale cura dagli specialisti del marketing.  La biopolitica pensata da Foucault si è col tempo radicalizzata proprio secondo le previsioni di A. Rüstow: «L’economia del corpo sociale organizzato secondo le regole dell’economia di mercato». Ogni sogno notturno è una potenziale domanda rivolta al mercato, il quale è sempre pronto a soddisfare le richieste del cliente.

(2) Marx accenna all’esistenza della proprietà privata, ma non le contrappone la proprietà collettiva, o sociale, né, tanto meno, la proprietà statale: egli invece le contrappone il possesso e l’usufrutto. L’uso, non indiscriminato ma condizionato al miglioramento del «globo terrestre», e non la proprietà, di qualunque genere essa sia, connota per Marx la comunità mondiale che si è lasciata alle spalle la società capitalistica. Perché? In effetti, la proprietà, qualsiasi ne sia la forma giuridica (statale o privata), presuppone storicamente l’esistenza di un dominio sociale classista, che si dà come sfruttamento di una classe esercitato da un’altra classe.
Ciò che contraddistingue l’avvento del Capitalismo è la separazione del produttore immediato dalle condizioni oggettive del suo lavoro e, quindi, del suo prodotto. Ma la proprietà dei mezzi di produzione per il Capitale non è un fine, ma un mezzo volto a smungere plusvalore dalla vacca salariata. Per questo, a mio avviso, è corretto dire che la proprietà peculiarmente capitalistica si dà essenzialmente come proprietà sul tempo di lavoro altrui, e precisamente su quella parte della giornata lavorativa dei lavoratori che genera plusprodotto e quindi plusvalore. Sono le ore che sorridono al Capitale e che fanno dei lavoratori degli esseri sfruttati, alienati e reificati. Chi parla di «economia immateriale», riferendosi al Capitalismo «cognitivo» del XXI secolo, ha ragione da vendere, ma non per quel che egli crede sulla scorta di una teoria che non coglie l’essenza dell’economia basata sul profitto. Un’essenza eterea, impalpabile, oserei dire filosofica, com’è appunto il tempo.
Nella mia concezione del processo sociale il superamento del Capitalismo corrisponde necessariamente all’abolizione di ogni forma storico-giuridica di proprietà. Considerata dalla prospettiva di una più elevata formazione sociale lo stesso concetto di proprietà umana appare come un mostruoso ossimoro.

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2 thoughts on “PER UNA CONVERSIONE UMANA DELL’ECONOMIA

  1. Caro Seba
    Siccome come sai, per migliorarci, non andiamo di fioretto, e il convivio con il Maestro non è una seduta socratica, perchè l’ubriacone, come lo chiami tu, ci bacchetterebbe, allora andiamo al commento. Pare, a quanto ho letto, testimone la figlia, che Marx si divertisse un mondo con Engels a raccontare barzellette, tali da sganasciarsi dalle risate ( sarà vero!?) Col vino in corpo ci potremmo fare delle risate anche noi!
    Il titolo “Per una riconversione umana dell’economia” lascia viaggiare qualche quiproquo. Mi chiedo: riconversione, umana, economia? Siccome nello scritto con la critica e anche con le parole del M. chiarisci la questione, però mi suonano male quelle parole. Nominalismo?
    So che le parole, anche le nostre più care, sono abusate, ma siccome in questo spazio in cui mi sono affacciato per la prima volta ognuno blatera quel che gli pare ( ovviamente entro nel giro anch’io adesso), mi viene da mettere le mani avanti: cautela!
    Dunque conversione non è quella di Paolo da Tarso, non è quella energetica ( conversione dell’energia meccanica in energia termica!). Se non è il modello industriale anni ’70 e non è quello che giustamente attacchi, quello ambientalista, e se non è un modello, un’ipotesi di lavoro, una finzione, come direbbe C.Schmidt, bacchettato da Engels, che dobbiamo inventarci allora dobbiamo ricorrere all’aiuto del rabbi. So bene che riconvertire non significa per te un programma elettorale: “adesso in questo mondo di merda arrivo io che c’ho la formula! Che riconversione debba chiamarsi essa giunge dopo la Rivoluzione politica, l’atto più violento che non l’umanità, ma il proletariato dovrà intraprendere. Dunque è un programma di lavoro che appartiene al dopo, non all’oggi. Il proletariato non è l’Umanità, che ancora non è nata. E’ una società divisa in classi. L’Umanità nascerà quando il proletariato sarà scomparso come classe. E’ proprio dal momento in cui avverrà il salto politico-militare ( la dittatura del proletariato) e il proletariato ha cominciato a liberarsi di tutta la merda che gli hanno fatto ingoiare e che volontariamente ha ingoiato e dopo che la distruzione del capitale sarà andata al suo fine, solo allora aprirà gli occhi il socialismo ( non lo chiamerei un nuovo modo di produzione) che si porta ancora le ferire del passato e poi il comunismo. Sarà un’economia? Era il titolo che mi lasciava da pensare: riconversione, umana, economia.

    Sono sicuro che il vino ci lascerà un retrogusto piacevole. Che ne pensi?
    Gaetano
    Un salutissimo.

    • Carissimo,
      un titolo non è un programma politico, né una teoria. Un titolo è solo un… titolo, che si riempie di significato leggendo il testo che lo segue, nonché tutti gli scritti che lo hanno preceduto. Il titolo ti ha «lasciato da pensare»? Bene! C’è sempre tempo per chiarire il senso delle cose. Basta non avere fretta. Bere con te è sempre un piacere. Un bacio.

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