SALLUSTI E L’IMBARAZZO DEI MANETTARI

Su un post pubblicato su Facebook Alessandro Robecchi lamenta, a ragione, il fatto che mentre «Tanta gente va in galera per leggi assurde e ingiuste – come circa tremila persone accusate del bizzarro reato di “clandestinità” – la notizia è Sallusti». Mentre nelle democratiche carceri del bel Paese si macinano quotidianamente migliaia di esistenze anonime nel generale disinteresse – a cominciare dalla cosiddetta “società civile” –, sulla causa del direttore – o ex? – de Il Giornale si fa tanto chiasso e si è persino scomodato Re Giorgio, il quale peraltro ha molte gatte da pelare e non pochi rospi da far ingoiare all’italica Moltitudine azzannata dalla crisi economica.

Tutto il mondo che conta (politici, giornalisti, intellettuali, alti prelati) s’indigna per la sorte di un prestigioso giornalista, per di più ricco e ostile alle idee progressiste, e questo, per Robecchi, non va affatto bene, tanto più alla luce del fatto che Sallusti merita effettivamente la galera. «Lo sporco lavoro della malafede non è condannabile per legge. Condannabile per legge è, invece, scrivere e stampare notizie false. Di questo si sta parlando, mentre si blatera di “reato d’opinione”. Il reato d’opinione non c’entra niente. C’entra, invece, e molto, un giornalismo sciatto, fatto male, truffaldino, che dà notizie false per sostenere una sua tesi. Per questo la galera vi sembra troppo?» Si tratta di punti di vista: da quale prospettiva guardiamo il noto caso giudiziario?

Dal punto di vista del pensiero che assume a proprio fondamento il principio della legalità (borghese, c’è bisogno di specificarlo?) il discorso dianzi riportato non fa una grinza. E che il pensiero di Robecchi sia interamente sussunto alle esigenze del Leviatano posto a difesa dello status quo lo confessa egli stesso, quando tiene a ricordare agli amici progressisti che un suo «vecchio maestro di giornalismo» lavorava all’Unità: «sono passati secoli, ma io gli voglio ancora bene». L’affetto può dunque abitare anche presso il manettaro? La scoperta non mi tranquillizza affatto. Forse quel «vecchio maestro» scriveva per «il giornale dei lavoratori» (sic!) quando l’Unità era ancora l’organo del partito politico più repressivo della “Prima Repubblica”: chiedere al fantasma di Ugo Pecchioli, “Ministro degli Interni” del PCI negli anni Settanta e il più arcigno sostenitore della politica repressiva nei confronti di chi allora lottava contro la politica dei sacrifici e l’austerity –  peraltro teorizzata dall’onesto Enrico Berlinguer. A giudicare dal modo in cui Robecchi perora la causa del tribunale che ha condannato Sallusti, con una perizia e uno zelo degni davvero di un Pubblico Ministero (Travaglio ha molti epigoni, nevvero?), è giusto dire che quel «vecchio maestro di giornalismo» ha lavorato bene. Davvero bravo, il Nostro, nel cercare «le frasi che non contengono opinioni ma fatti», fatti penalmente rilevanti, si capisce. Spero che egli non legga il mio post, non si sa mai…

Beninteso, mi occupo di Robecchi e di Sallusti non per affermare un generico principio “garantista” (lascio questa incombenza a chi crede che lo Stato di Diritto possa essere utile «soprattutto ai più deboli»: che tragico inganno!), ma solo per prendere posizione contro una corrente «demagogica e populista» che è già forte ma che con l’aggravarsi della crisi economica è destinata a farsi ancora più forte e violenta. Soprattutto è da combattere, a mio avviso, l’dea che le classi subalterne possano usare il Leviatano, il mostro messo dalle classi dominanti a difesa dello status quo capitalistico, per vendicarsi di tante ingiustizie subite, o solo per prendersi qualche rivincita, qualche piccola “soddisfazione”, ovvero per vincere cause civili riguardanti i cosiddetti diritti dei lavoratori.

Quando un esponente o un portavoce della classe dominante (un politico “corrotto”, un capitalista “tangentaro”, un giornalista «ricco, antipatico e fascista») finisce in galera, a trionfare è solo la Giustizia del Moloch, che si rafforza sul piano politico-ideologico soprattutto a spese delle classi che avrebbero tutto l’interesse a metterlo KO. Per questo chi giubila quando un pezzo grosso alla Sallusti, o alla Fiorito, finisce dietro le sbarre mostra tutta la sua incoscienza e impotenza. Resistiamo alla provocazione della muleta, rossa o nera che sia. Non carichiamo a comando, alla cieca, come bestie frustrate e cornute, ma individuiamo il nostro vero Nemico e prendiamo bene la mira.

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