L’IMPERIALISMO È LA GRANDE CINA

Nel suo post-Facebook del 28 settembre dedicato alla «Grande Cina», Amedeo Curatoli pone questa domanda: «Che cosa potrebbe dimostrare il fatto che in soli 30 anni la Cina ha raggiunto il più alto tasso di sviluppo del genere umano, mentre in Occidente c’è la stagnazione? Questa mirabile ascesa ci dice forse che la Cina è un paese capitalista giovane e aggressivo che compete con gli altri “vecchi” capitalismi secondo la teoria di Lenin dello sviluppo ineguale del capitalismo in epoca dell’imperialismo?» (L’imperialismo e la grande Cina). A questa domanda, che nelle intenzioni dell’autore forse voleva essere retorica, mentre alle mie orecchie suona fortemente suggestiva (nel senso che mi suggerisce la risposta), rispondo senza alcun tentennamento con un grande . Grande almeno quanto lo è il Capitalismo cinese, giunto ormai da tempo nella sua fase di conclamato imperialismo.

Se ai tempi del regime maoista, almeno nel suo primo periodo rivoluzionario (nazionale-borghese: a ragione Curatoli scrive che «Mao è la nazione cinese»), aveva un significato teorico e politico disquisire intorno alla natura imperialista/antimperialista della Cina (mentre sulla sua natura capitalistica c’era poco da discutere, almeno per il sottoscritto), oggi il solo porre la questione è semplicemente ridicolo, oltre che ultrareazionario sul piano politico. La Cina è imperialista non solo perché è legata con mille fili all’Imperialismo mondiale, ma lo è nel senso capitalisticamente più peculiare, ossia in quanto Paese che non esporta solo capitale in forma di merci (lavoratori compresi), ma anche capitale finanziario stricto sensu, che investe in modo diretto e indiretto in altri Paesi.

Com’è noto, per Lenin l’esportazione di capitali, che, ripeto, è il tratto storicamente distintivo del moderno Imperialismo, determina «una più elevata e intensa evoluzione del capitalismo in tutto il mondo», che si manifesta soprattutto in un «più rapido sviluppo capitalistico» nelle zone ancora arretrate del pianeta. Questa funzione il capitale cinese la sta svolgendo soprattutto in Africa, e in parte in America Latina, attraverso la peculiare dialettica dello sfruttamento capitalistico, la quale mette capo allo sviluppo degli stessi Paesi che la subiscono. Oggi la Cina è al centro del Sistema Imperialistico Mondiale, e negarlo è francamente qualcosa che sta, se così posso esprimermi, al di là del bene e del male. Insomma è un’assoluta idiozia, che porta acqua al mulino di uno dei più grandi imperialismi di questo inizio secolo.

La relativa stagnazione economica occidentale è un dato che attesta la maturità capitalistica dei Paesi giunti assai prima della Cina nella fase borghese del loro sviluppo storico-sociale, e niente milita contro un analogo futuro destino dell’economia cinese, oggi condannata a non scendere sotto la soglia critica dell’otto per cento di crescita, pena il crearsi di gigantesche tensioni sociali, che potrebbero mettere in questione persino l’assetto nazionale del Paese. Di qui, tra l’altro, il crescente nazionalismo cinese, del tutto omogeneo a quello che si sta sviluppando in Giappone e in Corea del Sud.

Detto en passant, anche Stalin e, in seguito, Kruscev puntarono i riflettori della propaganda sugli altissimi tassi di sviluppo dell’industria russa per dimostrare la natura socialista dell’economia del Paese, e magnificarne la superiorità nei confronti dei competitori occidentali. Lungi dall’attestare la natura socialista della Russia stalinista, i mitici Piani Quinquennali ne testimoniavano piuttosto l’essenza capitalistica; essi raccontavano, a chi avesse orecchie per ascoltare la verità, il processo «di accumulazione originaria» in un Paese capitalisticamente arretrato e molto ambizioso sul terreno della contesa imperialistica, peraltro in ossequio alla tradizione Grande-Russa del Paese, così odiata dall’uomo che subì l’oltraggio della mummificazione – in tutti i sensi. Di qui l’opzione di politica economica tesa a orientare tutti gli sforzi della nazione verso la costruzione, a ritmi stachanovisti, di una potente industria pesante: più acciaio e meno burro! Com’è noto il burro non fa ingrassare gli arsenali.

Dopo aver snocciolato i «mirabili» successi del Capitalismo cinese, citando con ammirazione Maonomics di Loretta Napoleoni (libro da me criticato in Tutto sotto il cielo – del Capitalismo), Curatoli domanda: «Sarebbero possibili questi “miracoli” se non vi fosse un’economia centralizzata dallo Stato? In Cina, per chi fingesse di non saperlo o lo avesse dimenticato, ancora vi sono i Piani Quinquennali e ancora vi saranno». L’economia centralizzata dallo Stato come «Socialismo»: un classico dello statalismo più volgare, da Lassalle in poi, passando per Stalin, Mao e nipotini vari. Lo Stato come eccezionale strumento di accumulazione nella fase «originaria» o «primitiva» dello sviluppo capitalistico è un concetto che non riesce proprio a penetrare nella testa di chi è cresciuto a pane e statalismo di sinistra. Occorre farsene una ragione.

Tanto la pianificazione sociale dell’economia (in presenza delle categorie che definiscono il Capitalismo) quanto il ritmo dell’accumulazione costituiscono  il contrassegno capitalistico più sicuro della moderna società, la cui natura di classe risiede nei rapporti sociali che la governano. È forse ozioso ricordare ai marxisti che per Marx le categorie dell’economia politica sono l’espressione di peculiari rapporti sociali di dominio e di sfruttamento? In effetti, solo chi è gravemente impigliato in una concezione feticistica della realtà può credere che l’esistenza del mercato, delle merci, del denaro, del lavoro salariato e quant’altro non sono sufficienti, da soli, a supportare la “tesi capitalistica” circa la natura sociale di un Paese. Di qui la teorizzazione del «Mercato Socialista» a proposito della «Grande Cina», tesi che prim’ancora che con l’intelligenza fa a pugni con la realtà – o viceversa, fa lo stesso.

L’ignoranza, da parte di certi cosiddetti marxisti, circa l’ABC dello sviluppo capitalistico denota certamente una scarsa padronanza dei testi marxiani, ma soprattutto ci dà la testimonianza di un approccio ideologico – invertito, capovolto – con la realtà, letta a partire da schemi concettuali che esistono solo nella loro “marxistica” testa. Per questo, a differenza di quanto scrive Curatoli, non è affatto «più realistico, convincente e credibile», cioè «non è più “marxista”» (sempre che questa iperinflazionata qualifica conservi ancora un residuo e non equivoco significato) «pensare invece che la Cina è semplicemente “socialista”». Persino l’economia di pensiero spinge verso la “tesi capitalistica”!

Contrapporre poi il capitale internazionale che opera in Cina al capitale autoctono, nazionale è, oltre ogni altra considerazione, del tutto privo di significato. Infatti, lo stesso
capitale nazionale non è che un’espressione – e un’articolazione – del capitale internazionale, una sua manifestazione localizzata, una sorta di sua sezione nazionale, per così dire. Lo stesso Stato nazionale è un nodo geopolitico della fitta rete del dominio sociale capitalistico, la cui dimensione oggi è il mondo. Come aveva ben compreso Marx, il capitale ha una natura necessariamente internazionale, di più: mondiale, anche se storicamente ha dovuto affermarsi attraverso la formazione di un mercato nazionale. Anche per questo l’ideologia Sovranista ha i piedi d’argilla, oltre ad essere una concezione del mondo reazionaria all’ennesima potenza. La contesa imperialistica tra i capitali e gli Stati conferma, non smentisce, la dialettica storico-sociale appena ricordata.

«Una rivista reazionaria statunitense, che titola in copertina L’ascesa della Cina, la caduta dell’America, capisce ciò che sta accadendo, più degli anticinesi di sinistra». Non ho motivo di dubitarne. D’altra parte, io non sono né un’anticinese né un sinistrorso, ma un anticapitalista, puramente e banalmente. Italiano, americano o cinese, in declino o in ascesa, il Capitalismo non lo reggo proprio, come non reggo i suoi apologeti, di destra, di centro e di sinistra, basati a Ovest come a Est, a Nord come a Sud, tifosi dei Chicago Boys o dei nipotini, più o meno revisionati, di Mao.

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Un pensiero su “L’IMPERIALISMO È LA GRANDE CINA

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