DAL NOBEL DI OSLO AL TAPIRO DI BRUXELLES

Il punto sulla guerra in Europa

Il summit europeo di Bruxelles ha mostrato, a quanti ancora nutrivano qualche dubbio in merito, la gravità dei contrasti che dividono l’area economicamente forte dell’Ue, capeggiata dalla Germania, dalla sua area economicamente più debole, che oggi ha nella Francia la sua espressione politica più decisa, se non la più coerente e autorevole. Il prestigio gallico è in caduta libera almeno da mezzo secolo, in compagnia di quello inglese, e la scenata mediatica di giovedì scorso tra la Merkel e Hollande non è certo bastata a invertire il trend.

L’Italia, seconda potenza industriale del Continente (un dato che non bisogna trascurare nell’analisi dell’attuale tensione intereuropea), benché azzoppata da cospicue e annose magagne sistemiche, sta cercando di ritagliarsi un discreto spazio di manovra giocando sulla tradizionale “dialettica” che corre lungo l’asse Parigi-Berlino. Sotto quest’aspetto bisogna riconoscere a Mario Monti un’abilità diplomatica davvero notevole, in linea peraltro con la migliore politica estera italiana, fatta di quei giri di valzer che tanta nausea hanno provocato nei decenni soprattutto agli “amici” del Bel Paese. Appena si apre una contraddizione tra Germania e Francia, Monti corre subito a vestire i panni del «grande mediatore» nonché «facilitatore di accordi», e compare, alternativamente, dinanzi alla cospicua Merkel o al cospetto dello scialbo Hollande anche quando non richiesto. Quando, in sede di conferenza stampa, il premier italiano ha dichiarato, per compiacere i francesi senza inimicarsi troppo i tedeschi, che l’Europa non ha bisogno di «nuove cintura di castità», sembrava quasi crederci. Il fine sarcasmo di Monti batte di molte lunghezze il rozzo battutismo berlusconiano, questo è sicuro. Ma la specialità del bocconiano sta soprattutto nel saper vendere come mezzo pieno un bicchiere che appare a tutti desolatamente vuoto, e per di più crepato in modo imbarazzante. E qui ritorniamo all’inquietante (dal punto di vista degli europeisti, beninteso) vertice di Bruxelles.

«Così nel giro di quattro mesi la storia della crisi è tornata ad essere quella di sempre, per la quale la responsabilità di tutto è nel debito di Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia. Purtroppo la posizione dei Paesi più solidi, che vede ogni radice del male europeo nei debiti meridionali, frena il processo» (Carlo Bastasin, Il Sole 24 Ore, 19 ottobre 2012). Questa lettura dei fatti mi appare assai superficiale, oltre che viziata dal solito vittimismo “mediterraneo”, quello che tanto irrita i «Paesi più solidi» dell’Ue, i quali proprio perché più forti hanno tutto l’interesse a spingere verso un controllo più stringente delle politiche fiscali dei Paesi più deboli. Si scontrano interessi sistemici diversi, tutti legittimi dal punto di vista delle classi dirigenti nazionali, tutto qui. Il processo di unificazione europea non è un pranzo di gala, e soprattutto deve avere una Prussia e un Piemonte, ossia un centro di gravità (economico, tecnologico, scientifico, politico) e una forza che unifica. Tramontata storicamente la via francese – napoleonica – all’unificazione, rimane in piedi solo quella tedesca: dal panzer al marco, dalla Wermacht al Made in Germany. La potenza economica della Germania ha reso possibile un evento (la riunificazione tedesca) che nella storia lontana e recente ha presupposto l’irruzione della guerra tradizionale, a dimostrazione della natura fondamentalmente economica dei rapporti tra gli Stati nella società moderna – e “postmoderna”. La cosa può suonare assai politicamente scorretta agli intellettuali progressisti tipo Habermas e Bauman, i quali, dall’alto della loro Scienza non smettono di denunciare la «mediocrità dei leader europei», ma il processo sociale se ne infischia delle pie illusioni coltivate dai teorici del capitalismo dal volto umano e kantiano: la pace perpetua non è di questo mondo (capitalistico).

Detto en passant, quando il liquido Zygmunt Bauman perora la causa di una Confederazione europea capace di contrastare le forze della globalizzazione che agiscono in modo «spudoratamente sovranazionale» (vedi l’intervista rilasciata oggi dall’intellettuale polacco al Corriere della Sera), non fa che svelare il contenuto reale, imperialistico nella sua più intima essenza, del «sogno europeo». Come creare in Europa un’area capitalistica capace di reggere il confronto con le altre aree (America, Asia, Africa) capitalistiche del pianeta? Il sovranismo dei Paesi europei deve fare i conti con questa sempre più vitale dilemma.

L’oggettiva ironia del premio Nobel per la pace conferito all’Ue non poteva trovare una conferma più puntuale del Summit del 18 ottobre. Dal premio pacifista di Oslo al Tapiro di Bruxelles, in pochissimi giorni: un vero shock per l’europeista senza se e senza ma, già depresso da tre anni di disillusioni. Ma «l’ipocrisia artificiosa, approssimativa e deresponsabilizzante del tortuoso esercizio dialettico che si è svolto a Bruxelles», come ha scritto Bruno Waterfield sul The Daily Telegraph, cela giganteschi interessi nazionali e capitalistici che difficilmente può cogliere il pensiero di chi crede nella primazia della politica (possibilmente radicata su istituzioni democratiche) e della buona volontà.

«Paradossalmente, la cessione di sovranità, da alcuni tanto invocata, da altri molto temuta, rischia di essere percepita in questo caso come un nuovo tipo di accentramento delle responsabilità e delle competenze. Con la Germania, tanto per cambiare, a tenere i fili delle marionette» (Paolo Lepri, Il Corriere della Sera, 19 ottobre 2012). Di qui, da un lato il modello di federalismo competitivo vagheggiato per l’Europa da Berlino, e dall’altro il sovranismo sempre più anoressico – più che anacronistico – di Parigi, che cerca di rispondere con la politica (militarismo compreso) alla netta superiorità capitalistica della Germania. Da questo punto di vista il progressista Hollande non fa che continuare la politica del conservatore Sarkozy, necessariamente. L’altro giorno Le Figaro scriveva, giustamente, che «nel braccio di ferro in corso tra Parigi e Berlino sul futuro dell’unione monetaria qualunque cosa dica l’Eliseo, Angela Merkel è in una posizione di forza».

La «solidarietà» invocata dal Presidente Francese in opposizione al rigorismo fiscale della Cancelliera di Ferro non è che un espediente retorico volto a nascondere la difficile posizione francese. Nell’attuale guerra sistemica europea la Francia non solo non può opporre alla Germania un potente esercito (leggi sistema industriale), ma rischia essa stessa di precipitare nel girone infernale dei Paesi sottoposti alla sorveglianza speciale dell’area tedesca: Grecia, portogallo, Spagna, Italia. «Se la crisi si aggravasse, la Francia potrebbe andare incontro allo stesso destino dell’Italia ed essere presa d’assalto dai mercati finanziari. Se si mitigasse, potrebbe ugualmente andare incontro allo stesso destino dell’Italia, dato che i mercati scoprirebbero che le condizioni di salute dell’economia francese non hanno nulla da invidiare a quelle della Penisola» (Arnaud Leparmentier, Le Monde, 17 settembre 2012). La richiesta fatta alla Germania da François Hollande di abbandonare la politica dell’austerity interna attraverso un aumento dei salari e un allentamento dei cordoni della borsa pubblica è particolarmente risibile e la dice lunga sul gap di competitività che separa i due Paesi leader dell’Unione. La Merkel, a ragione, ha risposto che l’allineamento di produttività deve avvenire con una corsa ascendente degli altri Paesi, non attraverso un livellamento di stampo dirigista.

Intanto la Confindustria tedesca concorda (a Bolzano) con quella italiana sul fatto che «l’Europa deve essere il cuore del manifatturiero a livello internazionale», e che «serve più produttività e più innovazione». I lavoratori tedeschi e italiani sono avvertiti.

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