LA DIFFICILE EQUAZIONE DEL DOMINIO

Riflessione – abbastanza disorganica – intorno alla vigenza del Dominio e alla possibilità della Liberazione.

Se ho bene intrepretato il lungo processo storico e sociale che ci sta alle spalle, l’equazione del Dominio ammette due, e soltanto due, soluzioni: la conservazione sociale o la rivoluzione sociale. Naturalmente sono disposto a discutere “laicamente” altre ipotesi*.

La prima soluzione è spontanea, “naturale”, perché si dà oggettivamente e immediatamente: essa è infatti radicata in secoli (diciamo un paio di millenni) di prassi sociale connotata da rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. L’esistenza nella storia di «ricchi e poveri», «padroni e schiavi», «capi e subordinati» è talmente consolidata, da indurre nella testa degli individui l’idea che tale stato di cose deve avere in sé qualcosa di naturale, appunto, ovvero esso deve necessariamente rimandare al “lato oscuro” della natura umana.

Per rendere conto della presenza del Male sulla terra l’uomo ha persino escogitato l’abissale e straordinaria idea di un peccato originale: paghiamo ancora le colpe dei nostri celestiali antenati, atterrati nel frattempo nella nostra effimera – “umanissima” – condizione.

Credo, detto di passata, che questa concettualizzazione del Male – ossia della sofferenza, dell’angoscia, dell’oppressione, ecc. – getti un intenso fascio di luce sulla potenza creativa dell’uomo, il quale è tale nella misura in cui oppone resistenza, materiale e spirituale, alle cose, e non le subisce semplicemente e passivamente. L’uomo pone il mondo come una mediazione tra sé e l’ambiente circostante, e lo fa naturalmente, per così dire, prima che la cosa diventi oggetto della sua riflessione. Mediare significa comprendere, trasformare, padroneggiare, senza soluzione di continuità reale e concettuale. Medio, dunque esisto! Probabilmente è in questo porre la distanza tra sé e la natura, che ha reso possibile l’anomalia chiamata uomo, che va cercata la genesi del Male e la possibilità del suo definitivo annientamento.

L’uomo è la sua società, gli individui sono i loro rapporti sociali, e non c’è natura, tara antropologica, peccato originale o altre ipotesi che possano reggere il confronto con questa semplice evidenza. Semplice evidenza?

Evidentemente le cose non sono poi così semplici né evidenti per l’opinione comune, che è poi l’opinione delle classi dominanti, o delle loro fazioni più forti – la democrazia si basa su questo presupposto. Tanto più che, come vedremo tra poco, il problema che ho posto prescinde completamente dall’«evidenza scientifica», almeno nell’accezione mainstream della locuzione.

Tutto, a cominciare dall’inerzia storica, congiura insomma a favore della conservazione sociale, che si dà come continua espansione e quasi infinito approfondimento del Dominio – o del Demonio, secondo interpretazioni teologiche che non mi sento di ricusare con ateistica indignazione: le vie che menano al punto di vista critico-radicale sono – quasi – infinite.

La soluzione della conservazione non ha dunque bisogno dell’intervento del matematico per venire alla luce.

La seconda soluzione, quella che evoca la rivoluzione sociale, è certamente radicata nella storia e nella società, ma per rendersi evidente essa ha innanzitutto bisogno della coscienza, ossia di qualcosa che l’oggettività delle cose non produce spontaneamente, come accade per i rapporti sociali di questa epoca storica, e quindi per la prassi – o l’esistenza genericamente intesa – radicata in essi. Ho detto coscienza, non intelligenza, la quale si situa in un’altra regione della ragione, se mi è concesso un modesto calembour “filosofico”, e non sempre milita a favore dell’emancipazione. Non raramente, anzi piuttosto frequentemente, persone intelligenti in sommo grado nel loro campo di specializzazione professionale diventano dei perfetti somari dinanzi all’equazione del Dominio: vedi, tra l’altro, il geniale e simpatico Einstein, con rispetto parlando. Certo, alludo alla sua filantropia conciliata con la maligna presenza del Dominio sulla Terra. Quella sincera filantropia non entrò in collisione con il Progetto Manhattan, come suggerisce una critica superficiale, ma con il Progetto Umano, irrealizzabile sulla base della società capitalistica, ancorché illuminata dall’ottimismo della volontà dei buoni di spirito.

Scrive il filosofo Maurizio Ferraris, teorico del New Realism, dando conto delle «forze decostruttive della ragione» in rivolta «contro il logos e contro il sapere»: «Il risultato è che ogni forma di sapere deve essere guardata con sospetto, appunto in quanto espressione di una qualche forma di potere. Di qui una impasse: se il sapere è potere, l’istanza che deve produrre emancipazione, cioè il sapere, è al tempo stesso l’istanza che produce subordinazione e dominio» (da Alfabeta2, 9 dicembre 2011). Per come la vedo io, non il sapere ma appunto la coscienza critico-radicale può produrre emancipazione. Il sapere ebbe una funzione rivoluzionaria nell’epoca in cui le classi agiate che aspiravano al potere sociale lottavano contro l’oscurantismo e il conservatorismo del vecchio mondo. In questa lotta soprattutto il sapere scientifico, intrecciato con le nuove tecniche produttive e con la prassi economica (genericamente intesa) di quei ceti sociali emergenti, giocò un ruolo di assoluta grandezza: di qui la reazione antiscientifica della Chiesa alle prese con la modernità borghese. Il «salto mortale» del pensiero filosofico critico della modernità nell’irrazionale, nel mito e nella favola, di cui parla Ferraris, per un verso denuncia uno stato di cose disumano che vede alleati sapere e Dominio; e per altro verso attesta i limiti, non solo filosofici, di quella denuncia non penetrata dalla coscienza. L’«emancipazione radicale» cessa di girare a vuoto quando la coscienza smette di essere un fatto di poche persone e diventa una forza materiale, in grado di abbattere pregiudizi, inerzie e paure.

Ma coscienza da parte di chi? e di cosa? La coscienza da parte delle classi dominate, le sole che avrebbero tutto l’interesse a superare l’attuale regime sociale, e di tutti i nemici della società disumana, qualunque ne sia lo status sociale, della loro forza e della loro straordinaria potenza creatrice. La coscienza che la comunità umanizzata è davvero possibile, anzi a portata di mano. Solo la vigenza del Dominio cozza contro la possibilità della liberazione.

Questa dirompente consapevolezza («Io non sono nulla e potrei essere tutto!»), in grado di creare l’evento rivoluzionario che riapre le porte della storia, per farvi finalmente entrare il futuro, non si dà dunque spontaneamente. Eppure le soluzioni dell’equazione del Dominio continuano a essere due, necessariamente, ostinatamente, che lo si voglia o no. Di qui, la permanente attualità del metaforico Matematico.

Hegel una volta disse, a ragione, che la filosofia, in quanto «dottrina di come dev’essere il mondo», arriva sempre in ritardo, come la nottola di Minerva. Il pensiero critico-radicale, in quanto «dottrina» di come potrebbe essere il mondo, ossia umano dalla testa ai piedi, è invece sempre puntuale, perché il suo momento è sempre quello giusto, almeno da un secolo. In sempre più drammatico ritardo è piuttosto l’evento in grado di mandare al potere** la possibilità.

*Qualcuno, a questo punto, starà pensando all’autodistruzione del sistema capitalistico, sempre possibile sulla base della vigente società. Soprattutto dopo la seconda guerra mondiale e l’accumulo del potenziale militare atomico, lo spettro dell’autodistruzione ha preso consistenza ed efficacia, anche sul piano della psicologia di massa. Le numerose catastrofi ambientali generate dalla prassi capitalistica ha rafforzato quello spettro. Ma questa ipotesi, a ben guardare, può essere ricondotta alla prima delle due soluzioni proposte, almeno per quanto riguarda la sua struttura oggettiva. Certo, la distruzione completa e definitiva del meccanismo sociale ad opera delle cieche forze capitalistiche elimina anche il “risvolto dialettico” della rivoluzione, ma ancora una volta penso che la prima soluzione, quella conservativa, possa comprendere l’ipotesi dell’autodistruzione. D’altra parte, la risposta a questa ipotesi è immanente alla seconda soluzione dell’equazione.
**Non parlo di potere in un senso banalmente politologico, magari connettendolo alla prassi democratica, che al pensiero comune appare come il massimo cui aspirare; ne parlo attribuendogli un significato profondamente sociale: potere come volontà, incardinata sulla coscienza, di trasformare umanamente le cose. In questo senso si può davvero dire che volere è potere.

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