CINESERIE. Aspettando il Congresso del PCC.

Per quanto possa apparire assurdo, almeno a chi ha un minimo di sale critico in testa, ancora nel XXI secolo c’è gente che prende sul serio la natura «comunista» del cosiddetto Partito Comunista Cinese. Un esempio tra i tanti: Diego Angelo Bertozzi.

Nel suo articolo dedicato al prossimo Congresso del PCC in programma per l’8 novembre, dopo aver cantato alte lodi al vincente Capitalismo-Imperialismo cinese, promosso dal «più grande partito comunista al mondo [sic!], forte di oltre 80 milioni di selezionatissimi iscritti» [mi sento piccolo piccolo al confronto!], Bertozzi così scrive: «Difficile che il prossimo congresso possa sancire nell’immediato grandi rotture ma agirà nel solco di un progetto già chiaro: la sfida principale del PCC, come partito di governo, è quella della garanzia della coesione sociale – la “società armoniosa” e dello “sviluppo scientifico” delineata dall’attuale dirigenza – nell’ambito dello sviluppo economico e politico del socialismo cinese» (da Marx21.it). Insomma, il Nostro è un tifoso, uno dei tanti, della seconda potenza capitalistica mondiale, la cui natura “socialista” si giustifica solo con l’abissale indigenza storica, teorica e politica dei vetero e dei post maoisti.

Quando, ad esempio, Bertozzi parla del «futuro sviluppo del partito sorto a Shanghai nel lontano luglio del 1921», egli mostra di non conoscere la storia dell’attuale PCC, il quale ha semmai le sue salde radici nella svolta maoista delineatasi dopo la sanguinosa repressione del giovane movimento proletario cinese nel 1927 a Shangai e negli altri pochi centri urbani relativamente sviluppati della Cina, e nel consolidamento della controrivoluzione in Russia. Alla fine degli anni Venti in Cina con l’aggettivo “comunista” si fa in realtà riferimento a un partito rivoluzionario borghese-nazionale basato sui contadini.

La natura rivoluzionaria del maoismo si esaurì appunto all’interno del compito nazionale-borghese allora all’ordine del giorno in Cina (e nelle altre ex colonie e semi-colonie): indipendenza nazionale (affrancamento dall’imperialismo occidentale e giapponese), riforma agraria, accumulazione capitalistica originaria, modernizzazione del Paese, coesione nazionale (sconfitta, non definitiva, delle tendenze centrifughe attive nella periferia dell’Impero), costruzione di una forte ed efficiente macchina statale, anche in vista della futura competizione interimperialistica. Un compito di grande respiro storico, non c’è che dire, ma tutto interno ai rapporti sociali capitalistici. Al netto, ovviamente, di quella fumisteria ideologica pseudomarxista, generata in gran copia a Pechino come a Mosca, che tanto irritò gli occhi dei “comunisti” basati nel decrepito Occidente.

A proposito di fumisteria ideologica, mi correggo e mi scuso per la presunzione affetta poco sopra: in effetti Bertozzi mostra di conoscere la storia mainstream scritta dal maoismo cinese e internazionale, mentre io ho attinto le mie modeste conoscenze sulla Cina moderna dalla storia scritta da chi negli anni Venti del secolo scorso condannò come controrivoluzionaria la politica “cinese” di Mosca, e che proprio per questo finì nel girone infernale dei perdenti. Su quest’aspetto rinvio alla prima parte dell’Appendice del mio studio sulla Cina (Tutto sotto il cielo del Capitalismo) dedicata al ruolo dei contadini nella rivoluzione cinese – Il maoismo come «via cinese» all’indipendenza nazionale e al Capitalismo.

Com’è noto, la storia è scritta da chi vince, e allora vinse lo stalinismo internazionale, di cui il maoismo fu una variante nazionale di successo, come dimostrò, fra l’atro, la crescente tensione che dopo gli anni Cinquanta allontanò Pechino da Mosca, e non certo a causa di controversie dottrinarie intorno all’interpretazione dei “sacri testi”, come pure credettero allora fior di intellettuali “marxisti”, i quali, sulla scorta del «socialismo rozzo e piccolo-borghese» già abbondantemente ridicolizzato da Marx, associavano la proprietà statale dei mezzi di produzione e di distribuzione al socialismo, “dimenticando” che ciò che definisce la natura sociale di un Paese non è lo status giuridico della proprietà (pubblica, privata, mista, ecc.), ma il rapporto sociale che innanzitutto domina la prassi economica, e che poi plasma l’intero spazio esistenziale degli individui.

Mi sembra di scorgere nella lettura che Bertozzi fa della “dialettica” interna al Partito-Stato cinese un analogo errore di prospettiva. Almeno questo capisco quando leggo, ad esempio, affermazioni del genere seguente: «A far discutere è la possibile trasformazione del Partito di Mao e Deng da “partito rivoluzionario” a partito compiutamente “di governo”. Ipotesi, questa, lanciata da Xi Jinping – con ogni probabilità il futuro segretario del partito e Presidente della Repubblica – nel settembre del 2008». Finita la fase progressista borghese, caratterizzata dall’acuto scontro tra le famose «due linee» che si confrontarono all’interno del PCC, già prima del 1949, circa il modello capitalistico da seguire, quel Partito è stato sempre «compiutamente di governo». La stessa mitologica «Rivoluzione Culturale» non fu che la fenomenologia politico-ideologica del governo cinese alle prese con gravi contraddizioni sociali, che si ripercuotevano all’interno del regime (Partito ed Esercito) sotto forma di scontri “dottrinari” e militari. Si può compiutamente governare incitando i giovani a «sparare sul quartier generale», cioè sui nemici di Mao, ovvero processando la famigerata «banda dei quattro».

Se si penetra con il pensiero critico la pesante cortina fumogena dell’ideologia, facilmente si coglie il nocciolo della lotta politica oggi in corso in Cina, che si sostanzia, detto in estrema sintesi, in queste tre grandi questioni, strettamente intrecciate l’una all’altra:

1. Modi e tempi dello sviluppo capitalistico: sviluppo economico concentrato nelle zone costiere o sviluppo diffuso e profondo (per coinvolgere anche l’area rurale del Paese)? industria pesante o industria leggera? privilegiare il settore pubblico o quello privato? liberismo o protezionismo? puntare tutto sull’industria o assecondare e favorire la crescita del terziario?, ecc..

2. Involucro politico-istituzionale più adeguato ai tempi e alle ambizioni della potenza cinese: monopartitismo o pluripartitismo? modello istituzionale asiatico (Singapore, Giappone, Corea del Sud) o occidentale? sindacato di Stato o sindacato libero?, centralismo o federalismo? ecc.;

3. Il ruolo che il Paese deve giocare nel Sud-Est Asiatico, in particolare, e nel mondo in generale: quale linea strategica adottare nella competizione sistemica – globale – con il Giappone, gli Stati Uniti e la Russia? e come inserire stabilmente nell’orbita geopolitica cinese le aggressive Tigri Asiatiche?

Anche l’oscuro affare del «principe rosso» Bo Xilai, caduto in disgrazia ma che gode ancora di non pochi sostenitori all’interno del Partito, e le crescenti tensioni nazionalistiche con il Giappone vanno lette alla luce del quadro appena abbozzato. «La grande crisi economica nata negli Stati Uniti, ha fatto irrimediabilmente perdere lustro al modello capitalistico anglosassone, fino ad allora considerato da Pechino un riferimento cui attingere, ed ha rilanciato quella economia “socialista con caratteristiche cinesi”, i cui settori strategici (dai trasporti alle fonti energetiche), sono fortemente (e sempre più) controllati dallo stato: nell’ultimo triennio le aziende pubbliche sono state le principali destinatarie dello “stimulus” (le misure attuate per favorire la ripresa dell’economia), ed hanno “divorato” una marea di società più piccole, inglobandole e quindi riducendo la concorrenza. Questa tendenza economica si è accompagnata ad una forte riscoperta dei principi del maoismo e della retorica nazionalista» (Elisa Borghi, Verso il Congresso, ritratto dei nuovi leader cinesi, AnalisiCina.it). Occorre anche prendere in considerazione il fatto che lo spettro della dissoluzione sovietica post Muro di Berlino continua ad agitare le notti di non pochi leader cinesi, oltre che, s’intende, dei nostalgici nostrani del «socialismo reale».

Che la classe dominante cinese, come tutte le classi dominanti di questo capitalistico mondo, aspiri all’edificazione di «una società coesa e armoniosa», e che per conseguire un simile umanistico obiettivo essa è disposta a sparare sui «controrivoluzionari e servi dell’imperialismo» (vedi Piazza Tienanmen, giugno 1989), mi sembra fin troppo ovvio. Meno ovvia appare l’apertura di credito che certi “marxisti del XXI secolo” concedono alla seconda potenza capitalistica del pianeta. Incredibile! Rettifico all’istante: credibilissimo. Purtroppo.

Scrive Bertozzi: «Lo stesso Xi Jinping, nell’attuale veste di vice-presidente della Repubblica, aveva sottolineato, in un discorso alla Scuola del partito della fine del 2009, che il Pcc “per restare avanguardia della classe operaia di tutto il popolo” ha il dovere di essere sempre “il rappresentante dell’esigenza di sviluppo delle forze produttive più avanzate”». Insomma, per il Nostro filocinese è plausibile, non dico vero o verosimile, che il Partito-regime cinese sia un’«avanguardia della classe operaia di tuto il popolo», secondo il caratteristico lessico maoista. Siccome a me la cosa non pare plausibile nemmeno per scherzo, non mi rimane che augurarmi un terremoto sociale che spezzi la «coesione e l’armonia», nel Celeste Impero come dappertutto, a cominciare dal Bel Paese, naturalmente.

Cineserie

«In discussione, sebbene sia assai condivisa la necessità di proseguire sulla via della liberalizzazione politica e della costruzione di un moderno stato di diritto, non c’è il ruolo di guida del Partito comunista e la sua autorità [tiro un gran respiro di sollievo!]. La prospettiva più plausibile, a nostro modesto parere, è quella di un approfondimento della collaborazione multipartitica – quindi delle diverse classi sociali rappresentate – con gli altri partiti e movimenti patriottici, nella riedizione di un nuovo Fronte unito». A mio modestissimo parere qui si mastica una robaccia politico-ideologica già incommestibile ai tempi di Mao e dei suoi esaltati epigoni occidentali, figuriamoci oggi. Il «Fronte Unito Patriottico», ancorché «nuovo», puzza di vecchio in maniera indecente.

Dalla lotta in seno al PCC non può uscire altro che conservazione sociale, oppressione e sfruttamento, sia che vinca, mutatis mutandis, la «fazione rossa» (“rivoluzionaria”), sia che vinca la «fazione nera» (“governista”). Ma è possibile che ai “marxisti del XXI secolo”, assai più intelligenti e teoricamente meglio attrezzati di me, sfugga questa elementare verità?

Rinvio agli altri miei post sulla Cina, come Il “socialismo di mercato” cinese non è un ossimoro, è una cagata pazzesca!

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4 thoughts on “CINESERIE. Aspettando il Congresso del PCC.

  1. “Constatato che in Cina non vi era in sostanza una classe borghese antagonista, il Partito si presentava ora come forza nazionale capace di rappresentare tutte le forze sociali del Paese”
    Basterebbe questa frase a rendere necessario un cambio d’indirizzo: da Marx21 a Stalin21…

    “la sfida principale del PCC, come partito di governo, è quella della garanzia della coesione sociale – la “società armoniosa” e dello “sviluppo scientifico” delineata dall’attuale dirigenza”
    mmmm… la società armoniosa dei sindacalisti impiccati pubblicamente come deterrente per chi pretende diritti? O lo sviluppo scientifico delle multinazionali (tipo la Apple, ma è solo un esempio tra tanti) che con la complicità del comunistissimo PCC sfruttano i bambini nei sottoscala per fare i miliardi?
    Fino a che non gli girano le balle (ai comunistissimi del PCC) ed espropriano le fabbriche, come nel caso delle giapponesi – sussite uno sfondo politico in quel caso, ma tant’è sempre sui mezzi di produzione si va a parare.
    Dando ovviamente ai proletari l’onore di venire sfruttati per il loro governo (comunista eh) invece che per qualche multinazionale – distinzione che appare sempre più fumosa, cosa che Marx (senza 21) prima, Lenin poi, avevano anticipato – sempre che li si legga e, soprattutto, capisca…

    ” Probabilmente – containment e provocazioni Usa permettendo – vedremo una Cina più impegnata a risolvere spinosi problemi sociali che a proiettare con decisione la sua forza all’esterno.”
    Aaaaah, ma potevi dirlo subito! Questi sono quelli del filone “antiamericani = bravi, comunisti e dalla parte del popolo”.
    Allora corro a segnalarli ad InformarexResistere, saranno felicissimi di unirli ai loro “giornalisti”…
    XD

    Che tristume 😦

    • Tristume alla 21esima potenza. Che uso naturalmente solo per mettere in circolazione qualche fondamentale concetto. Fondamentale, va da sé, per gli sfigati che, come me e al contrario dei “marxisti del XXI secolo”, non hanno mai avuto dietro le «masse popolari». Ma mi tengo di buon grado la mia settaria sfiga (possibilmente priva di s)! Ciao!

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