LA MORTE DEL «COMUNISMO STORICO NOVECENTESCO» SECONDO COSTANZO PREVE

Solo dopo aver scritto il post che segue, ho scoperto di aver preso di mira un breve saggio di Costanzo Preve pubblicato nel remoto 1998 (e non l’altro ieri o qualche settimana fa) sulla rivista Indipendenza (Nazione italiana, Europa, Mediterraneo, rivistaindipendenza.org). Di qui la forma polemica del “pezzo” che offro al lettore, che comunque affronta a volo d’uccello questioni teoriche e politiche tutt’altro che superate. Purtroppo. Scrive Preve: «Il fallimento irreversibile e definitivo del comunismo storico novecentesco non deve essere visto come la smentita epocale di un’illusione criminale, ma la sanzione storica di una tragica impotenza funzionale, l’impotenza funzionale del suo organismo (la classe) e del suo organo (il partito) nel far nascere una società stabilmente anticapitalistica». Proverò a smontare questa tesi.

Per Costanzo Preve, guru del socialsovranismo in salsa «comunitaria» e «nazionalitaria», le ferite inferte dal processo storico al «comunismo storico novecentesco» sanguinano ancora. Se dicessi che la cosa mi procura un certo dispiacere, magari obbedendo a qualche strategia di marketing, mentirei a me stesso. Mi occupo delle altrui sofferenze dottrinarie e politiche per mettere in circolazione qualche concetto fondamentale, come quello che segue: il «comunismo» a cui allude lo Scienziato Sociale di cui sopra non ha nulla a che fare con il comunismo. Per chi segue questo modesto Blog la cosa non suonerà certo nuova.

A differenza di Preve, a cui non passa neppure per la testa di poter dare la soluzione giusta a questioni storiografiche di una simile portata (poteva avere una chance il «comunismo storico novecentesco»?), chi scrive, non essendo uno storico di professione ma un semplice militante del punto di vista umano, e non dovendo quindi rispondere per ciò che afferma al severo tribunale dell’Accademia, si arroga la pretesa di non aver alcun dubbio circa la natura non comunista, di più: anticomunista, del «comunismo storico novecentesco» che tanto dolore arreca ancora ai tramortiti dal Muro berlinese. Anno di disgrazia (per loro) 1989.

Da Leningatto a Leningrado. Meglio Pietroburgo!

Sono stato abbastanza irritante? In effetti, ho solo preso alla lettera l’indicazione metodologica dello stesso Preve: «Il lettore avrà notato che abbiamo detto alcune cose in modo particolarmente irritante. Lo abbiamo fatto volutamente, ispirandoci al detto di George Bernard Shaw, che scrisse: “Se volete dire qualcosa, ditelo in modo irritante, perché se non lo dite in modo irritante, non vi staranno neanche a sentire”». Letto, fatto! Inutile dire che io non mi sono sentito in alcun modo toccato dalle “aspre”, e financo “sanguinose” critiche formulate dal Nostro nello scritto citato, poggiando i miei gracili piedi su un ben diverso terreno – “di classe” – rispetto a quello che ha il privilegio di ospitare il suo robusto pensiero Scientifico, tutto teso nello sforzo di «elaborare una teoria nuova». Auguri! Correzione automatica: condoglianze!

D’altra parte, al di là della forma volutamente respingente, secondo gli aurei consigli di George Bernard Shaw, è sulla sostanza che occorre concentrare l’attenzione, e la sostanza è che, a parere di chi scrive, il nostro Scienziato Sociale a proposito di «comunismo storico novecentesco» non sa di che parla, letteralmente, o, per dirla con l’Hegel sempre da lui citato, la cosa gli è bensì nota ma non conosciuta. Detto senza perifrasi: il comunitarista nazionalitario (o vero-nazionalista, a differenza del «falso nazionalismo» affettato dal fascista e dal progressista nazionalpopolare) non ha compreso né la natura della Rivoluzione d’Ottobre, concepita come una mera «risposta nazionale e popolare», legittima ma votata necessariamente alla sconfitta, «al massacro della prima guerra mondiale imperialistica del 1914»; né la natura sociale dello stalinismo, interpretato appunto come «comunismo storico novecentesco», sulla scia della miserabile teoria del «socialismo in un solo paese». Il bolscevismo di Lenin (locuzione da prendersi alla lettera) come avanguardia di un processo rivoluzionario proletario di respiro internazionale certamente è noto a Preve (chissà quante conferenze ha tenuto su questo tema!), ma non conosciuto, sempre hegelianamente parlando.

D’altra parte, solo chi non ha compreso il fenomeno stalinismo nella sua essenza storica e sociale può datare «la morte del comunismo storico novecentesco» al «triennio epocale 1989-1991», e può scrivere impunemente la seguente perla storico-dialettica: «Il comunismo storico novecentesco non è morto perché non ha avuto il tempo storico necessario per costruire un efficiente sistema economico, politico e culturale socialista, ma è morto appunto perché ha avuto tutto il tempo necessario per portarne a termine la costruzione, ed è appunto questa costruzione portata a termine la premessa logica e storica della restaurazione dell’attuale capitalismo normale mondializzato». Mi permetto di sghignazzare fino alle lacrime dinanzi a questa vertiginosa «premessa logica e storica».

Per Costanzo Preve «l’enigma teorico» della morte del «comunismo storico novecentesco» va ricercato nel «fatto che il partito che rappresentava la classe operaia ha cercato di farne gli interessi», e per questa lodevole via esso «ha trasformato la società in un’immensa fabbrica, ma la fabbrica per funzionare ha bisogno dell’impresa, ed il sistema più efficiente per far funzionare le imprese è quello capitalistico normale». Una “dialettica” davvero stringente, non c’è che dire.

Ma è, quello appena presentato, un circolo vizioso dal quale non si può fuggire, se si rimane appunto impigliati nell’ultrareazionaria teoria della «costruzione del socialismo in un solo Paese», che postulò la possibilità per un Paese “socialista”, isolato nell’oceano del capitalismo mondiale e socialmente arretrato, di poter procedere a un’«accumulazione socialista originaria», secondo il noto modello marxiano riferito alla genesi del Capitalismo in Europa. Prendi le categorie dell’economia politica borghese (capitale, lavoro, merce, denaro, ecc.), appiccica loro l’etichetta “socialismo” (o “comunismo”), e il gioco di prestigio è fatto. Ancora oggi alcuni personaggi fanno questi giochetti di prestigio a proposito della Cina, almeno per ciò che concerne il settore statale della sua economia, ridicolmente contrapposto al settore privato e internazionale.

Proprio la teoria-ideologia richiamata sopra, sviluppata soprattutto dallo zelante Bucharin per conto del praticone Stalin, getta un potente fascio di luce sulla rapida e radicale trasformazione politico-sociale del Partito che aveva promosso la rivoluzione proletaria in Russia nel quadro di una strategia che abbracciava quantomeno il movimento proletario europeo, a iniziare da quello tedesco, che allora appariva il meglio piazzato nella prospettiva rivoluzionaria dei comunisti russi ed europei. Nell’estate del 1920 l’onda rivoluzionaria toccò il suo apice, per rifluire rapidamente, lasciandosi dietro macerie che verranno alla luce in un secondo momento.

L’«enigma teorico» dello stalinismo si spiega alla luce del ripiegamento rivoluzionario in Europa, che indebolì il potere sociale del proletariato russo, peraltro già provato dalla guerra imperialistica e dalla guerra civile, fino allo svuotamento dei Soviet come «forma trovata della dittatura rivoluzionaria del proletariato», per echeggiare il Marx del 1871, e al completo snaturamento sociale e politico del Partito post leninista. Di qui, la natura necessariamente capitalistica della fabbrica “sovietica” ai tempi di Stalin. La controrivoluzione fu un innanzitutto un processo sociale oggettivo che si diede alle spalle dei leader bolscevichi, e non fu dovuta, come scrive giustamente Preve, forse in polemica con i trotskisti, «ad una maligna espropriazione del potere della classe operaia da parte di una corrotta burocrazia piccolo-borghese». Solo che il Nostro sbaglia sull’essenziale, a cominciare dalla natura di classe del Partito bolscevico stalinizzato – e, conseguentemente, di quella dei partiti “comunisti” sottoposti al duro trattamento stalinista.

È per questo che trovo quantomeno bizzarro chiamare in causa, per dar conto dello stalinismo come potente strumento dell’accumulazione capitalistica in Russia (altro che rappresentante della classe operaia!), la supposta crisi del «paradigma scientifico marxiano originario»: «la contraddizione politica fra il carattere sempre più sociale della produzione ed il carattere sempre più privato della appropriazione non si era verificata, e di conseguenza non si era verificata la fusione fra il lavoratore collettivo cooperativo associato e le potenze mentali della produzione (da Marx definite con termine inglese “general intellect”). Come ha chiarito lo studioso italiano Gianfranco La Grassa, questo è avvenuto perché il modello originario di Marx è stato costruito sulla forma della fabbrica, mentre la forma economica dominante è stata quella dell’impresa». Confesso che al momento mi sfugge la differenza concettuale stabilita da La Grassa tra la fabbrica capitalistica pensata da Marx e l’impresa che si è concretamente affermata  nel mondo. Colmerò la grave lacuna. In base alle mie attuali conoscenze teoriche ed empiriche mi sento di poter affermare che l’impresa come forma peculiare della produzione capitalistica, che si dà come organizzazione sociale e scientifica dello sfruttamento di capacità lavorativa, corrisponda nelle linee essenziali alla fabbrica marxiana.

D’altra parte colgo nell’accenno al General Intellect per un verso una sbagliata interpretazione della riflessione marxiana esposta nei Grundrisse, sulla scia di Toni Negri, e per altro verso una frecciata allo stesso Negri, forse colpevole, secondo Preve, di attardarsi sul «paradigma scientifico marxiano originario» che sarebbe stato sconfessato dallo sviluppo capitalistico reale. Forse. Sul general Intellect rimando al mio studio “economico” Dacci oggi il nostro pane quotidiano, scaricabile da questo Blog.

Il «comunismo storico novecentesco» non mise piede in Russia nemmeno al tempo del cosiddetto «Comunismo di guerra», che correttamente Lenin interpretò in sede di bilancio (peraltro non privo di qualche accento autocritico), più come una continuazione della politica rivoluzionaria, che come una vera e propria prassi economica. Come ricorderà Lukàcs nel suo saggio su Lenin del 1924, «già prima dell’ottobre 1917 Lenin previde giustamente che nella Russia economicamente arretrata era indispensabile una forma di transizione del tipo della futura NEP. Tuttavia la guerra civile e gli interventi imposero ai soviet di ricorrere al cosiddetto “comunismo di guerra”. Lenin si piegò alla necessità dei fatti, senza però rinunciare alla sua convinzione teorica. Egli attuò al meglio tutto il “comunismo di guerra” che la situazione imponeva, ma, a differenza della maggior parte dei suoi contemporanei, senza riconoscere neppure per un istante nel comunismo di guerra la vera forma di transizione al socialismo; era fermamente deciso a tornare alla linea teoricamente giusta della NEP, appena la guerra civile e gli interventi fossero finiti. In entrambi i casi non si comportò né da empirista né da dogmatico, ma da teorico della prassi, da realizzatore della teoria» (G. Lukàcs, Lenin, Unità e coerenza del suo pensiero, Einaudi, 1967). Ma sulla rivoluzione e controrivoluzione in Russia rimando al mio studio Lo scoglio e il mare, sempre disponibile in questo Blog.

Insomma, a differenza di Preve, non vedo alcun «fallimento storico ed epocale del comunismo storico novecentesco», mentre falliti mi appaiono piuttosto coloro che non hanno ancora compreso la natura del processo storico che culminò nell’accumulazione capitalistica a tappe forzate in Russia contrabbandata in guisa di «socialismo», ancorché «reale». Come uso dire, un reale Capitalismo, a forte vocazione imperialista (nel solco dell’Impero zarista), venduto alle classi dominate del pianeta come «socialismo reale». Una merce avariata che, a quanto pare, continua a intossicare non pochi cervelli.

Annunci

6 thoughts on “LA MORTE DEL «COMUNISMO STORICO NOVECENTESCO» SECONDO COSTANZO PREVE

  1. Da allora Preve dice anche altre cose: con “la morte del comunismo-storico-novecentesco-sotto-cupola-geodesica-protetta” oggi intende sintetizzare in un unico concetto proprio lo stalinismo come il fenomeno storico effettivamente accaduto in URSS insieme alle sue ricadute politiche, filosofiche e simboliche nel comunismo europeo-occidentale: tutti i partiti social-democratici (che hanno ruolo nella genesi dello stesso stalinismo) e comunisti -comprese le eresie minoritarie concettualmente dipendenti dal cosiddetto “socialismo reale”- fino al loro capovolgimento dialettico,a partire dal 68, nelle eresie operaiste e nei partitini settari e movimenti confusionari ultra-capitalisti dell’ estrema sinistra, fino ai centri sociali no-global degli ani 90).

    Sul fatto che il pensiero marxiano nella esperienza sovietica post-Lenin non compaia Preve non nutre dubbi, così come nella fondazione della SPD, anzi sottolinea che la ricostruzione manipolatoria ed ideologica dell’ individuo operata nel collettivismo (individuo ricostruito ma sempre costantemente mutilato e impossibilitato nella espressione della propria verità) è un’ altra forma dell’ individualismo borghese a base proprietaria . Invece persiste nella difesa della funzione di contro-potere geopolitico esercitata dall’ URSS dal 45 agli anni ottanta, che spinse il blocco capitalistico occidentale ad adottare politiche ampiamente redistributive, sia pur commisurate all ancora alto saggio di profitto dell’ investimento industriale e alla sua dimensione politica ancora fortemente contratta su base nazionale. D’ altra parte permane lo sforzo di cogliere nella prassi effettivamente avvenuta, di cui si può già delineare un bilancio storico, tracce di verità ed indicazioni di sviluppo teorico per noi.

    Non sembra però, va detto, riconoscere nel sovranismo italiano di oggi una continuazione di quello che contesta dal punto di vista storico, sociale e in particolare ontologico -aspetto che è quello che mi interessa di più di lui e da cui viene il mio giudizio nettamente positivo nei suoi confronti. Io poi non sono totalmente ostile alla mediazione statuale, anche se essa va ripensata così a fondo che non ho idea se si potrà giungere ad una riconfigurazione che contenga qualcosa di attinente a quello che oggi chiamo Stato, parte strutturale della Potenza ma anche comunità che condivide una lingua, cioè una specifica immagine storica del mondo, se così posso dire. Preve stesso non sembra riuscire a definire meglio centro e limiti dell’ istituzione statuale, tentato da una rivisitazione della oggi impraticabile etica hegeliana dello stato e dei costumi e la necessità di opporsi al processo di globalizzazione che definisce “plebeizzante”.

    La tentazione di delineare percorsi politici e di rispondere positivamente alla pressione del presente non lo abbandona. Altrove invece sembra mantenere una alta consapevolezza che una più elevata strutturazione sociale diventerà pensabile solo a livello globale e dalla rovina totale dell’ economia-mondo. A volte ho la sensazione che pensi molto più probabile una ennesima rivoluzione di tipo borghese e nazionale -rispetto a quella di una classe dei dominati che per ora non compare in quanto tale- attraverso cui riaprire dialettica e prospettiva storiche per ora negate nella naturalezza di cui si ammanta il dominio.

  2. Pingback: IL BUFFONE DI REGIME E LA BUFOLA DELLA “COSTITUZIONE TRADITA” | Sebastiano Isaia

  3. Pingback: Il Buffone di Regime e la “Costituzione tradita”

  4. Pingback: ESSERE SENZA COSCIENZA – DI CLASSE | Sebastiano Isaia

  5. Pingback: NESSUNO TOCCHI SOCRATE! PARDON, FUSARO… | Sebastiano Isaia

  6. Pingback: IL MURO DI DENTRO | Sebastiano Isaia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...