UN CAPITALISMO SEMPRE PIÙ CONCENTRATO E CENTRALIZZATO

Le crisi economiche sono potenti fattori di concentrazione capitalistica nella sfera della produzione industriale, con la formazione di imprese multinazionali sempre più grandi e globali, e di centralizzazione di capitali nella sfera finanziaria, con la creazione di un sistema finanziario internazionale sempre più imponente, potente e capillare.

Non a caso Lenin fece risalire «il punto decisivo nella storia dei moderni monopoli» alla crisi del 1900, anche sulla scorta delle «molto istruttive considerazioni di Jeidels», come quella che segue: «La crisi del 1900 condusse alla concentrazione industriale in ben altra misura di quanto avessero fatto le crisi precedenti, per esempio quella del 1873, che diede anche origine a una selezione, ma, date le condizioni della tecnica di allora, non tale da creare il monopolio delle imprese rimaste vittoriose» (1).

Da sempre la disgrazia dei molti, presi nel vortice di crisi, guerre, rivoluzioni, pogrom, disastri naturali e quant’altro passa il convento della Scalogna, costituisce la fortuna dei pochi, e in questa semplice, al limite della banalità, osservazione riposa uno dei tratti storicamente più significativi dei due processi economico-sociali evocati sopra.

Basta porre mente a ciò che è avvenuto e continua a verificarsi nei settori industriali cosiddetti maturi: automobilistico, siderurgico, chimico, per capire di cosa parliamo. Piccole e medie imprese naturalmente continuano a esistere, ma la loro autonomia finanziaria e produttiva non esiste più già da tempo, e in gran parte vivono all’ombra del grande capitale, che si serve di esse per rendere più flessibili e meno costosi alcuni dei suoi processi produttivi e commerciali.

In uno studio del settembre 2011 un gruppo di matematici del Politecnico federale di Zurigo, coordinati da economisti dello stesso istituto, ha cercato di ricostruire, attraverso l’esame di dati empirici attinti praticamente da tutto il pianeta, la mappa del potere capitalistico mondiale. Una mappa che somiglia a un’intricatissima rete fatta di nodi e sotto nodi intimamente connessi gli uni con gli altri da mille fili di interessi e di transazioni. Inutile dire che seguire questi fili dall’inizio alla fine appare il più delle volte un’impresa impossibile, per certi versi kafkiana: difficile giungere a un punto fermo, a una responsabilità di ultima istanza riconoscibile. Ebbene, l’analisi ha messo in luce un nucleo centrale di 147 multinazionali giganti, attive soprattutto nella finanza, nel settore assicurativo e nel settore petrolifero, che controllano, direttamente e indirettamente, attraverso complessi intrecci azionari, oltre 1.300 grandi imprese transnazionali, le quali a loro volta controllano, sempre con la stessa modalità (detenere la maggioranza delle azioni delle imprese, le cosiddette blue chips) oltre 43.000 grandi imprese, le quali, a loro volta, fanno sentire la forza gravitazionale delle loro attività sulla restante realtà economica fatta di 37 milioni di imprese e investitori sparsi, appunto, su tutto il globo.

Naturalmente non so quanto questa rappresentazione della gigantesca piramide del potere capitalistico sia attendibile, fino a che punto rinvii all’esatta realtà empirica del Capitalismo mondiale, e nondimeno penso che essa possa darci almeno un’idea del fenomeno in esame.

Mauro Baranzini, decano della facoltà di economia all’Università della Svizzera italiana, fa degli esempi degli ambiti in cui questo fenomeno di «concentrazione di potere» è stato più macroscopico: «Penso ad esempio alla produzione di aeromobili: una volta c’erano quattro aziende principali, ora ne rimangono due. In Svizzera abbiamo il caso delle acciaierie: negli anni Settanta ce n’erano 4-5, oggi non ne rimane più una. Il lavoro si è quindi trasferito altrove, probabilmente nelle mani di un grosso produttore» (2). Sicuramente «il lavoro» si è trasferito dove il Capitale ha maggiore probabilità di successo, ossia di profitto.

Da buon economista liberale, Baranzini coglie tutti i «pericoli» insiti nella «concentrazione di potere»: «Innanzitutto ci pone alla mercé di pochi individui. Attraverso le lobby nei parlamenti e l’influenza diretta sui reggenti, queste persone possono esercitare un potere sul mondo politico e quindi sui processi democratici. Nel caso di uno shock esterno, come per la crisi finanziaria del 2008, il sistema può inoltre rivelarsi alquanto fragile. Il fatto di concentrare il potere è poi in contrapposizione con il concetto di libero mercato, che presuppone l’esistenza di un numero elevato di produttori, distributori e acquirenti. Ciò frena la ricerca di prodotti nuovi e originali». Come si vede, ci troviamo dinanzi a una concezione abbastanza anacronistica di liberismo, buona forse, e solo in linea puramente teorica, per il Capitalismo di fine XIX secolo. D’altra parte, se leggiamo la lettura economica di quel periodo troviamo le stesse lamentele proferite dall’autorevole economista basato in Svizzera, e non a caso proprio allora la realtà dei monopoli e dei trust giunse a piena consapevolezza teorica e politica, aprendo il grande dibattito sul potere del capitale finanziario e sul moderno Imperialismo, giustamente associati l’uno all’altro anche da non pochi economisti “borghesi”.

Lungi dal depotenziare la concorrenza, come pensavano i teorici del «Superimperialismo» (Karl Kautsky, ad esempio), la struttura monopolistica o oligopolistica del Capitalismo ha portato su un piano enormemente più alto la competizione economica, coinvolgendo nella contesa non solo gli Stati nazionali, ma intere aree geosociali, in lotta per la spartizione del plusvalore mondiale. La compatta struttura unitaria dell’Imperialismo postula conflitti sistemici sempre più acuti e potenzialmente devastanti anche sul piano politico. Superfluo, a questo punto, citare la celebre, e verissima, tesi del generale Clausewitz intorno al rapporto tra politica e guerra. In effetti, la politica internazionale è la competizione economica con altri mezzi.

Per quanto riguarda il freno alla ricerca di prodotti nuovi e originali, c’è da dire che già intorno agli anni Novanta del XIX secolo gli economisti notarono un crescente conservatorismo tecnologico che si faceva sentire soprattutto nella struttura tecnologica delle imprese monopolistiche. La tendenza conservatrice era particolarmente evidente in Inghilterra, la quale si illudeva di poter trarre vantaggio in eterno dal proprio vantaggio competitivo acquisito nel tempo sui Paesi capitalisticamente “ritardatari”. Il conservatorismo tecnologico inglese coincise con «la fine del monopolio industriale inglese», come scrisse Engels nella Prefazione del 1892 alla Situazione della classe operaia in Inghilterra, dalla quale egli si aspettò un rapido declassamento dell’«aristocrazia operaia», che puntualmente si verificò,  e «la ripresa del socialismo in Inghilterra», che invece non ci fu, a dimostrazione che il determinismo economico non coglie la reale dialettica dei fenomeni sociali. Ma questo, beninteso, è facile dirlo sulla scorta del fin troppo comodo senno del poi. Vero è che già all’epoca dell’esposizione universale di prodotti industriali al Palazzo di cristallo in Hyde Park (Londra, 1851), Marx maturò la convinzione che solo una guerra mondiale sarebbe stata in grado di scuotere la colossale potenza capitalistica inglese, o quantomeno una crisi devastante: «dopo gli ultimi avvenimenti sono più che mai convinto che non ci sarà rivoluzione seria senza crisi commerciale» (3). Ma questa è un’altra storia. (…)

Si comprende facilmente come il processo di centralizzazione di capitali col tempo abbia sopravanzato, e di molte lunghezze, il processo di concentrazione (che, ricordo, riguarda la sfera della produzione: si concentrano «fattori produttivi», si centralizzano capitali monetari nella sfera finanziaria), divenendo il momento egemone dell’accumulazione capitalistica colta nella sua totalità economico-sociale. Ciò che ci sta dinanzi non è il Finanzcapitalismo, né il Capitalismo della cornucopia, bensì la fase imperialistica del Capitalismo, epoca storica nella quale i processi di concentrazione e di centralizzazione del Capitale sono diventati così potenti e diffusi da coinvolgere nella competizione globale per la spartizione dei mercati, delle materie prime, del lavoro e del plusvalore l’intera società, a iniziare dal suo vertice politico-istituzionale: lo Stato.

In estrema sintesi!

Si concentrano mezzi di produzione, si centralizzano capitali monetari già formati. Nella teoria “economica” marxiana, che fonda su un terreno esplicitamente rivoluzionario la critica dell’economia politica (di qui le virgolette di cui sopra), i due fondamentali concetti sono intimamente connessi, tanto sul piano storico-sociale quanto su quello logico-economico.

I fenomeni cui quei due concetti si riferiscono hanno segnato il processo genetico di formazione del Capitalismo. Attraverso la concentrazione dei mezzi di produzione (macchine e materie prime) in fabbriche sempre più grandi il Capitale acquista una reale dimensione sociale: annientando la dispersa e disarticolata piccola produzione di manufatti che aveva come soggetti i lavoratori indipendenti e i piccoli/medi artigiani esso realizza le condizioni di un reale rivoluzionamento dell’intero assetto sociale, che cade per nella sua piena disponibilità. Il Capitale diventa la potenza sociale di questa epoca storica.

Concentrare significa ammassare intorno a ogni singola capacità lavorativa una massa sempre più grande di mezzi di produzione, e questo al contempo realizza e presuppone una sempre più alta produttività sociale del lavoro, oltre che una sempre più accentuata e radicale alienazione del lavoratore, il quale diventa mero oggetto della produzione, non più che un’appendice del suo strumento di lavoro. L’impiego sempre più massiccio e a sua volta concentrato della scienza è parte integrante e fondamentale del complesso fenomeno sociale (dalla concentrazione alla alienazione, passando per la crescita della produttività sociale del lavoro) sommariamente accennato.

Attraverso la centralizzazione di capitali monetari già esistenti si sviluppa un sistema creditizio e finanziario sempre più esteso, capillare e potente. Naturalmente la disponibilità di masse sempre più ingenti di capitali in poche mani rende possibile anche una più accentuata e rapida concentrazione dei mezzi di produzione: «La centralizzazione completa l’opera dell’accumulazione mettendo in grado i capitalisti industriali di allargare la scala delle loro operazioni» (K. Marx, Il Capitale, I, p, 687, Ed. Riuniti, 1980).

Può sorgere la domanda: storicamente ha avuto luogo prima la concentrazione o la centralizzazione? Non dico che la domanda ha lo stesso status concettuale, per così dire, di quella “classica” intorno alla primazia cronologica dell’uovo piuttosto che della gallina; affermo tuttavia che sul piano storico i due fenomeni considerati si sono reciprocamente intrecciati così intimamente, e si sono così spesso reciprocamente presupposti, che la domanda non mi sembra di quelle dirimenti. Ma ammetto che si tratta di un giudizio del tutto soggettivo. D’altra parte, «Il rapporto capitalistico ha come presupposto la separazione fra i lavoratori e la proprietà delle condizioni di realizzazione del lavoro» (K. Marx, Il Capitale, I, p. 778), ed è quindi in questo momento – o processo – genetico che occorre comunque trovare la risposta a quella domanda. Si scoprirà allora che difficilmente si riuscirà a separare in modo netto le due prassi qui chiamate in causa.

Segue qui.

(1) Da L’Imperialismo, fase suprema del capitalismo, p. 211, Opere, XXII, 1966).
(2) Una “super entità” controlla l’economia, 2 novembre 2011, swissinfo.ch.
(3) Lettera di Marx a F. Freiligrath del 27 dicembre 1851, Marx-Engel Opere, XXXVIII, p. 609, XXXVIII, Editori Riuniti, 1972.

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10 thoughts on “UN CAPITALISMO SEMPRE PIÙ CONCENTRATO E CENTRALIZZATO

  1. BBBravo!

    le holding “conglomerate” sono la manifestazione dell’integrazione completa fra sfere monetaria e della produzione.
    Ma è vero, non sono differenze di sostanza: massimo profitto nel minor tempo è comando che si dà nei due sensi

  2. E’ al solito una brillante pagina di analisi storico-economica ma alla fine mi pare che giungi ad una conclusione puramente nominalistica “non è il Finanzcapitalismo,… bensì la fase imperialistica del Capitalismo”. Perché non riconoscere l’identità del fenomeno ? Che l’imperialismo del Capitalismo è un Finanzcapitalismo?

    • Se è vero che l’imperialismo è un finanzcapitalismo, è anche vero che il Finanzcapitalismo non è imperialismo.

      La questione nominalistica è superata facilmente interrogandosi sull’esigenza politica che hanno alcuni teorici di cambiare il nome alla “Fase Suprema del Capitalismo”.

      Voglio dire, anche concedendo che l’imperialismo sia un “finanzcapitalismo” in senso ampio, resta il fatto che i teorici contemporanei del Finanzcapitalismo rivendicano per quest’ultimo una natura differente dall’imperialismo classico, creando con ciò una grave confusione teorica e pratica che ha come scopo quello di suffragare un programma politico non condivisibile.

  3. Pingback: INDUSTRIA AUTOMOBILISTICA E COMPETIZIONE CAPITALISTICA TOTALE | Sebastiano Isaia

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