GAZA E DINTORNI. Il senso della mia solidarietà.

Un lettore del precedente post sul conflitto israeliano-palestinese mi scrive: «È la schiacciante superiorità economico-militare di Israele rispetto alla Palestina a rendere ingiustificabili e criminali le sue ritorsioni e a legittimare il vittimismo terroristico di Hezbollah. Ma se Hezbollah è terrorista lo stato di Israele?» Di qui, la breve riflessione che segue.

Lo Stato israeliano è uno Stato terrorista. Esattamente come tutti gli altri Stati capitalistici del mondo. Ciò che io rigetto è lo status di anomalia quasi antropologica che tanti amici dei palestinesi attribuiscono a Israele, la cui genesi affonda in un processo storico segnato dalla violenza più disumana.

Detto di passata, la violenza terroristica fu usata anche dagli israeliani “sionisti” contro gli arabi e gli inglesi nel periodo immediatamente precedente la proclamazione dello Stato israeliano.

Da sempre sostengo la causa palestinese, e proprio per questo da sempre denuncio la politica “filopalestinese” delle potenze regionali (Medio Oriente allargato) volta a fare della Questione Palestinese uno strumento di politica interna e internazionale, celato dietro l’ideologia pan-arabista o “antimperialista”. Sic! Se non si comprende che anche i Paesi cosiddetti filopalestinesi sono parte del problema (lo stesso discorso vale per Hezbollah), e non della soluzione, ci si muove alla cieca, con somma soddisfazione di alcuni players, non necessariamente meno odiosi degli altri. Tutt’altro!

Costruire un fronte di solidarietà tra palestinesi e strati sociali subalterni israeliani per restringere lo spazio di manovra dello Stato israeliano e costringerlo per questa via a cedere su tutta la linea: era, ed è – in linea puramente teorica, purtroppo –, la via maestra per chiudere una volta per tutte la rognosissima e decomposta Questione. Una via bombardata negli ultimi sessantaquattro anni da tutte le parti: dagli israeliani, ovviamente, ma anche dagli egiziani, dai libanesi, dai siriani e così via; nonché dalle potenze internazionali: dagli Stati Uniti alla Russia, passando per le ex potenze coloniali. Via maestra, beninteso, dal mio punto di vista. Ad esempio, Ahmadinejad, e quelli che la pensano come lui intorno alla Questione Palestinese, sostengono un ben diverso punto di vista, com’è noto.

Le divisioni politiche interne al mondo palestinese, che da sempre ne hanno indebolita la leadership, sono il prodotto del complesso scenario che ci sta dinanzi ormai da decenni, del gioco di potenze grandi e piccole giocato sulla pelle dei palestinesi, delle masse arabe e delle classi subalterne israeliane, queste ultime continuamente ricattate dalle esigenze di sicurezza nazionale. Esigenze che, ovviamente, respingo al mittente, per così dire.

I razzi lanciati da Gaza in modo indiscriminato sul territorio israeliano certamente non aiutano a creare un clima di fraterna solidarietà tra i palestinesi e gli israeliani che andrebbero sottratti alla propaganda nazionalista del loro Stato.

Anziché lanciarci nella solita politica sloganistica del siamo tutti palestinesi!, che va avanti da sessantaquattro anni, e, a quanto pare, con scarsi risultati, dovremmo piuttosto riflettere sulla complessità della situazione, per non arrenderci impotenti alla coazione a ripetere di fin troppo facili e scontate solidarietà, più o meno “antisioniste” e “antimperialistiche”.

Per come la vedo io, la denuncia della politica aggressiva e assassina del governo israeliano appare tanto più forte e fondata se è accompagnata dalla denuncia degli altri attori regionali e mondiali in campo, non meno responsabili di Israele nel mantenere sempre aperta e sanguinante la piaga palestinese, e se mostra il legame tra l’attuale leadership palestinese e qualcuno di quegli attori: ad esempio, Siria e Iran.

Questa riflessione (ultraminoritaria: lo riconosco) appare talmente bizzarra al pensiero “solidaristico” mainstream al punto di far sorgere dubbi circa la mia posizione nei confronti dello Stato israeliano, che ovviamente detesto (mi mantengo nei limiti dell’eufemismo, è chiaro) con tutte le mie forze, esattamente come detesto con pari intensità tutti gli Stati di questo mondo violento e disumano.

13 pensieri su “GAZA E DINTORNI. Il senso della mia solidarietà.

  1. Pingback: GAZA E DINTORNI. Il senso della mia solidarietà. fuori dal coro | controappuntoblog.org

  2. Devi precisare che Iran e Russia, fieri sostenitori della Siria e baluardo anti-israeliano, in quanto oppositori dell’imperialismo americano sono punto di riferimento per tutti quei movimenti atti a liberarci dal cattivo capitalismo occidentale, in vece del capitalismo bello e buono di chiunque non sia alleato americano.
    Dillo altrimenti sei sionista!
    XD

      • Non saprei, io ho scoperto di essere sionista di brutto, perchè non inneggio a quanto faceva bene Hitler.
        Anzi, sono talmente sionista che ho osato persino dire che le vittime innocenti sono tutti i civili, da una parte e dall’altra.
        Così ho scoperto di essere pure ebreo.
        SHALOM!

      • Io mi chiamo pure Isaia… Inshallah…
        Sugli innocenti ho postato su FB, in risposta a un amico, la seguente “metafora biblica”, che mi permetto di sottoporti all’attenzione: Sembra che il destino degli innocenti sia quello di finire fra le fauci della Strage, un mostro che Davide potrebbe abbattere e far precipitare nel nulla senza fondo, per sempre. Potrebbe.
        SHALOM!

  3. Grazie. Hai esplicitato in un giudizio etico-politico globale la comune disperata osservazione: giudizio estremo!
    Sto tentando di leggere ( ho troppe distrazioni, molta pigrizia ed una istintiva avversione alle elucubrazioni analitiche) “Un’indagine teorica” (“Economia civile, evoluzione culturale e sviluppo” pagg. 61 e s. in “L’economia del bene comune” di Stefano Zamagni Città Nuova Editrice III Edizione 2011). Possiamo intravederci una (questa volta almeno astrattamente plausibile) ” Uscita di sicurezza”?

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