COME RENDERE PIÙ PRODUTTIVA LA VACCA SACRA. Qualche riflessione intorno al Patto sulla produttività.

Per Giorgio Cremaschi il Patto sulla produttività firmato lo scorso mercoledì non è che «un imbroglio reazionario», nonché «un concentrato delle ideologie reazionarie che sono alla base dell’agenda Monti». Ancora: «La tesi di fondo che l’ispira è un brutale imbroglio di classe» (Produttività: un imbroglio reazionario, 20 novembre 2012, Blogspot.it). Ho letto i sette punti dell’accordo e non vi ho trovato alcun imbroglio, quanto piuttosto per un verso la ratifica di quello che sta già avvenendo da tempo nelle aziende italiane (vedi incentivo alla contrattazione collettiva di secondo livello), con l’avallo di tutti i sindacati parastatali, a iniziare dalla Cgil, e per altro verso la solita elencazione di problemi strutturali da «affrontare e risolvere urgentemente», pena un più accentuato declino del Bel Paese. Sotto questo punto di vista, non più che una sorta di Manifesto per la produttività, il quale italianamente fa molto affidamento al buon cuore (leggi quattrini) dello Stato.

Insomma, nel Patto non ho riscontrato alcun imbroglio, ma un… minimo sindacale di esigenze capitalistiche, come si evince dai seguenti passi, tratti dal punto due dell’accordo: «Il contratto collettivo nazionale di lavoro – superato definitivamente con il Protocollo del 1993 il sistema di indicizzazione dei salari – avendo l’obiettivo mirato di tutelare il potere d’acquisto delle retribuzioni, deve rendere la dinamica degli effetti economici, definita entro i limiti fissati dai principi vigenti, coerente con le tendenze generali dell’economia, del mercato del lavoro, del raffronto competitivo internazionale e gli andamenti specifici del settore» (da Il Post, 21 novembre 2012). Notare il riferimento al «Protocollo del 1993».

L’esigenza di innalzare la produttività totale – o sistemica – del Paese non risponde, in primo luogo, a un disegno politico-ideologico reazionario, e tanto meno a un «imbroglio di classe», bensì, più semplicemente e radicalmente, a un imperativo categorico: acquisire rapidamente una più elevata capacità competitiva per non uscire con le ossa rotte dalla crisi economica internazionale. Secondo l’entusiasta Guido Gentili si tratta della «svolta per tornare competitivi»: « Oltre due miliardi di sgravi per il salario di produttività per il periodo 2013-2015 indicano da soli l’altezza della posta in una stagione di crisi profonda, dove consumi e domanda interna ricordano flessioni da tempi post-bellici» (Il Sole 24 Ore, 23 novembre 2012).

In effetti, la guerra della produttività sistemica mondiale non è un pranzo di gala, e si dà necessariamente come attacco sempre più violento alle condizioni di lavoro e di vita della vacca sacra salariata, la sola in grado di produrre quel latte che delizia le imprese e tutti i ceti che in qualche modo si nutrono dei derivati di quel latte. Non solo: grazie a quel latte e ai suoi derivati è l’intero edificio capitalistico di un Paese che si rafforza, anche sul piano politico.

Innalzare la produttività media del Paese nei confronti di quella dei più diretti concorrenti (Germania, Francia, Inghilterra, Giappone), ristrutturare l’apparato produttivo delle aziende, ristrutturare il mercato del lavoro, attaccare il parassitismo sociale e la rendita, in modo che l’aumentata produttività del lavoro non si trasformi in un ulteriore ingrassamento e rafforzamento dei ceti sociali che in un modo o nell’altro azzoppano l’accumulazione capitalistica, adeguare lo Stato a questi compiti e alla guerra sistemica mondiale. Attaccare il parassitismo sociale significa, come qualcuno – soprattutto a “sinistra” – finge di non sapere, ristrutturare anche l’apparato burocratico dello Sato (vedi alla voce spending review) e il sistema assistenzialistico o Welfare che dir si voglia.  È questo, in estrema e incompleta sintesi, il Programma Capitalistico che i fatti, non l’ideologia liberista, impongono al Paese. Fatti, meglio: processi sociali la cui dimensione coincide oggi con la Società-Mondo del XXI secolo.

È sufficiente riflettere sul gigantesco sviluppo capitalistico di Paesi come la Cina, l’India, il Brasile e di molti altri ex Paesi in via di sviluppo (ma anche sull’apertura economica dei Paesi europei un tempo assoggettati alla vampirizzazione imperialistica del Capitalismo di Stato sovietico), per capire quanto il mondo è mutato negli ultimi trent’anni, e come questo cambiamento non poteva non riguardarci, prima o poi, dopo aver fatto di tutto per arrestare con le metaforiche pistole ad acqua l’avanzata di un agguerritissimo esercito lanciato alla conquista dei mercati mondiali.

L’ascesa capitalistica di questi Paesi ha svalutato enormemente il lavoro nelle metropoli del Capitalismo mondiale, direttamente, attraverso la concorrenza dei loro lavoratori, molto produttivi e a bassissimo costo, e indirettamente, con l’esportazione di beni-salario (merci che entrano nella formazione del prezzo della capacità lavorativa o capitale disumano) a basso costo, ampliando per questa via il margine del profitto. Rendere più a buon mercato la forza-lavoro è una delle più importanti controtendenze alla caduta del saggio del profitto di cui parlò una volta il barbuto di Soho, in arte Marx.

«Colpisce ovviamente – scrive Guido Gentili – che la Cgil non abbia sottoscritto l’accordo: continuano le “dure repliche della storia”, verrebbe da dire parafrasando Norberto Bobbio, grande coscienza critica della sinistra». Naturalmente la Camusso non ha sollevato nessuna obiezione di principio all’accordo, e anzi ne ha denunciato la presunta inefficacia sul piano del rilancio «strutturale» dell’economia nazionale, che sta molto a cuore alla CGIL, secondo la sua tradizionale politica di «responsabile collaborazione», da Di Vittorio in poi. La leader sindacale si è limitata a ripetere la solita fuffa ideologico-politica intorno alla necessità di conciliare gli interessi del Capitale con quelli del lavoro: praticamente un «imbroglio di classe», per dirla con Cremaschi. D’altra parte la virile segretaria deve tener conto delle spaccature interne alla sua organizzazione, e deve anche far fronte all’iniziativa politica dei soggetti che si muovono a “sinistra” del suo partito di riferimento, che si candita a governare «responsabilmente» il Paese.

L’accordo sulla produttività non è nient’altro che la naturale evoluzione dell’accordo interconfederale del 28 giugno 2011, sottoscritto anche dalla Cgil, e si muove nel solco di quella «rafforzata e dispiegata responsabilità» che ebbe nel famigerato protocollo sottoscritto dalle “parti sociali” il 23 luglio 1993 il suo più compiuto paradigma. Quando l’economia nazionale chiama, la Cgil non fa mai mancare il proprio contributo di responsabilità, che non sempre è in grado di seguire percorsi lineari.

Per Cremaschi «La produttività italiana ha toccato il massimo negli anni 70, quando il potere dei lavoratori nelle imprese e nel mercato del lavoro era al massimo. Da allora è sempre declinata, fino a crollare quando il sistema economico è stato strangolato dai vincoli dell’euro e del liberismo europeo». Cosa c’è di vero in queste affermazioni? Assai poco. Di un qualche interesse c’è la nostalgia per le svalutazioni competitive, che alla lunga hanno presentato il conto all’italico modello capitalistico, e l’ammissione di un interesse, beninteso “da sinistra”, verso «la produttività italiana».

Com’è noto, il boom economico degli anni Sessanta (con il ’62 a segnare il vertice del ciclo espansivo postbellico) fu reso possibile da un’alta produttività del lavoro (di livello tedesco e giapponese, per intenderci), e da bassi salari, un mix virtuoso, sempre per il Capitale, che nel nostro Paese non si è più ripetuto. Alla fine degli anni Sessanta e agli inizi del decennio successivo gli operai italiani si ripresero una minima parte del plusvalore regalato con tanta prodigalità al Made in Italy (grazie anche al collaborazionismo politico-sindacale della «sinistra»), e ciò avvenne in un momento di svolta nella congiuntura economica internazionale. La lentissima dinamica ascendente dei salari italiani incrocerà la curva discendente dell’espansione economica postbellica alla fine degli anni Sessanta. Questo fenomeno (la crescita dei salari al limitare del ciclo espansivo), peraltro tipico nella dinamica capitalistica, fece nascere nella testa di molti intellettuali «operaisti» l’idea che la crisi degli anni Settanta fosse stata determinata dal «contropotere operaio», il quale aveva determinato la caduta del saggio del profitto.

Agli inizi degli anni Settanta il PNL cresceva un po’ più del 6%, la produzione industriale di circa l’8,5% e gli investimenti di oltre il 22% in termini di attrezzatura produttiva. La crescita dell’occupazione e dei consumi era invece molto più contenuta, a testimonianza del notevole sfruttamento della forza-lavoro italiana. Secondo un articolo di Le Monde pubblicato nel 1974, mentre il salario reale era aumentato in Francia del 5%, in Germania del 4,9%, in Gran Bretagna dell’1,6% e in Giappone dell’1,3%, in Italia esso era sceso del 5%, ciò che assicurava un’ottima capacità concorrenziale al Made in Italy. Cosa che peraltro non bastò a innalzare il livello della produttività sistemica del Paese, che alla fine ebbe delle forti ripercussioni sulla stessa capacità concorrenziale delle imprese italiane, afflitte peraltro da un alto costo delle materie prime e da una struttura sociale largamente parassitaria, anche in grazia del gap geosociale Nord-Sud persistente dai tempi dell’Unità nazionale.

La forza della classe operaia nei «formidabili» anni Settanta è un mito che i nostalgici del PCI e dell’area politica che si formò alla sua “sinistra” alla fine degli anni Sessanta non smettono di tramandare e di vendere sul mercato politico. Pare che il vintage politico sia di gran moda.

Nella celebre intervista rilasciata a Eugenio Scalfari nel gennaio 1978, Luciano Lama dichiarava, fra l’altro, quanto segue: «Se vogliamo esser coerenti con l’obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati passa in seconda linea. La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta e il meccanismo della cassa integrazione dovrà esser rivisto da cima a fondo. (…) Insomma, mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza. Si tratta d’una svolta di fondo. Dal 1969 in poi il sindacato ha puntato le sue carte sulla rigidità della forza-lavoro, ma ora ci siamo resi conto che un sistema economico aperto non sopporta variabili indipendenti. Se il livello salariale è troppo elevato rispetto alla produttività, il livello dell’occupazione tenderà a scendere e la disoccupazione aumenterà perché le nuove leve giovani non troveranno sbocco». Commento velenoso del canuto Eugenio a trentaquattr’anni di distanza: «Debbo a questo punto avvertire i lettori che il testo che hanno fin qui letto non l’ho scritto io e tanto meno il ministro Elsa Fornero, anche se probabilmente ne condivide la sostanza. Si tratta invece d’una lunga intervista da me scritta praticamente sotto dettatura di Luciano Lama, allora segretario generale della Cgil. Era il gennaio del 1978, un anno di gravi turbolenze economiche e sociali, che culminò tragicamente pochi mesi dopo col rapimento di Aldo Moro e poi con la sua esecuzione ad opera delle Brigate rosse» (Una lettera per la Camusso che viene da lontano, La Repubblica, 29 gennaio 2012).

Che cosa sosteneva allora, traducendo dal sindacalese, l’indimenticato – dagli orfani del PCI – leader della Cgil? Nient’altro che l’ABC della prassi capitalistica: solo se i profitti sono pingui l’accumulazione del capitale cresce a un saggio virtuoso, creando le premesse, almeno in linea teorica, per nuove assunzioni. E affinché i profitti siano floridi, occorre che il grado di sfruttamento della capacità lavorativa sorrida all’investimento capitalistico. In poche parole, o si innalza la produttività del lavoro, a parità di salario o magari con un accettabile (per il capitale) aumento salariale, oppure si comprime il salario reale adeguandolo alla vigente produttività del lavoro. Tertium non datur. Mi correggo: è possibile al contempo aumentare la produttività e abbassare il salario reale in termini assoluti, una soluzione che tocca il punto G del capitale.

In ogni caso aumentare la produttività del lavoro, attraverso l’innalzamento della cosiddetta produttività totale dei fattori (afferente la composizione tecnologica del capitale produttivo, l’organizzazione delle imprese e l’efficienza economica complessiva del Paese) e una più intensa concentrazione di capitale per singola forza-lavoro, significa sempre e necessariamente innalzare il grado di sfruttamento della capacità lavorativa per smungerle più plusvalore possibile, perché il processo capitalistico di produzione è innanzitutto processo di produzione di valore, non di semplici oggetti d’uso. Nel Capitalismo una produttività “a misura d’uomo” è un «imbroglio di classe».

«Tutto questo non ha nulla a che fare con la difesa dell’occupazione ma solo con quella dei profitti», piagnucola Cremaschi commentando l’accordo sulla produttività: «Anzi la disoccupazione di massa è indispensabile per costringere i lavoratori a piegarsi al supersfruttamento. La disoccupazione deve restare e crescere, altrimenti il modello non funziona». Non c’è dubbio. Si chiama Capitalismo, il quale non è un «modello sociale reazionario [che] si appoggia su un sistema corporativo di caste e interessi burocratici organizzati», ma un regime sociale altamente disumano regolato in termini sempre più stringenti e dittatoriali dal rapporto sociale di dominio e di sfruttamento Capitale-Lavoro – il lavoro salariato di cui parla la Santissima Costituzione Italiana all’articolo 1, tanto per intenderci.

Molti critici “da sinistra” del Patto mettono l’enfasi sullo spostamento della centralità dal CCNL alla contrattazione di secondo livello. Ora, puntare i riflettori sul contratto collettivo nazionale di lavoro, concepito come l’ultimo baluardo degli interessi operai e della cosiddetta «democrazia sindacale», fa perdere di vista la vera questione oggi all’ordine del giorno per chi ha davvero a cuore le sorti dei lavoratori: la costruzione dell’autonomia di classe. Autonomia di classe significa iniziativa volta alla difesa degli interessi immediati dei lavoratori senza alcun riguardo per gli «interessi generali del Paese», i quali necessariamente corrispondono agli interessi della classe dominante, o delle sue fazioni vincenti. Va da sé che questa iniziativa di lotta oggi non può che avere un respiro internazionale, se vuole centrare il suo obiettivo con l’adeguata efficacia. Sulla base del sindacalismo collaborazionista (Cgil in testa, da sempre) il CCNL sancisce l’impotenza dei lavoratori sottoscritta dalle organizzazioni padronali e ratificata dal Leviatano.

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