DA CONQUISTATORI A CONQUISTATI? Qualche riflessione intorno al vertice Ibero-Americano di Cadice.

Ci sono eventi, nella politica internazionale dei Paesi, che pur non avendo in sé nulla di eclatante né di particolarmente innovativo, mostrano di possedere una pregnanza storica che ne travalica di molto il significato contingente, lambendo persino la sfera del simbolico. Il XXII vertice multilaterale tra Spagna, Portogallo e Paesi latinoamericani – la Cumbre Ibero-Americana – si può certamente annoverare fra quel tipo di eventi, e la sua carica politico-simbolica è doppiamente significativa: sul piano della storia assoluta, per così dire, come su quello di una storia più relativa che sconfina nella cronaca giornalistica della prassi sociale, considerata qui nella sua dimensione internazionale, che poi è la sola dimensione che colga adeguatamente la realtà del XXI secolo.

Nell’arco di un lunghissimo periodo lo sviluppo capitalistico ha fatto fare al mondo un giro completo sul piano dei rapporti sociali e delle relazioni internazionali, finendo per ribaltare la precedente situazione storica, dimodoché l’area che un tempo fu la più dinamica e aggressiva del pianeta, al punto di assoggettarsi terre e individui di altre latitudini, prima sconosciuti e nemmeno ipotizzati, oggi si vede costretta a recitare la scomoda parte di chi non può fare a meno dell’aiuto degli ex reietti, diventati nel frattempo partener economici e politici di tutto rispetto.

Il completo ribaltamento storico e sociale si è mostrato plasticamente durante la 22esima riunione della Cumbre che si è svolta il 16 e il 17 novembre a Cadice, la bella città spagnola che affaccia sull’Oceano Atlantico. Ancora qualche anno fa, diciamo prima della presente crisi economica, Spagna e Portogallo – ma soprattutto la prima – guardavano ai Paesi latinoamericani con un affettato senso di superiorità, facendo pesare nel rapporto con questi ultimi il proprio retaggio storico-culturale, nel tentativo piuttosto maldestro di surrogare una debolezza sistemica sempre più evidente. «¿Por qué no te callass?»: ricordate il poco garbato invito che il re spagnolo rivolse a Hugo Chávez  nel corso del XVII incontro della Cumbre tenutosi a Santiago del Cile nel 2007? Quel «Perché non taci?» diventò in un baleno il tormentone più ossessivo che quell’anno circolò nel Web della penisola iberica, forse anche a legittimare velleità da grandeur che andranno presto deluse, anzi: bastonate.  Probabilmente simili atteggiamenti arroganti da parte spagnola oggi sarebbero troppo sconvenienti, anche nei confronti di personaggi che certamente in fatto di “caudillica” arroganza mostrano di saperla lunga: vedi appunto el patriota di Caracas, eroe peraltro di non pochi socialsovranisti del Mezzogiorno europeo, preso nella morsa della crisi sistemica del Vecchio Continente.

Aprendo i lavori di Cadice, dopo essersi rammaricato per lo stato non certo brillante in cui versa il forum multilaterale (infatti, per motivi diversi Cuba, Uruguay, Venezuela, Guatemala e Paraguay non vi hanno partecipato), Juan Carlos ha dichiarato che bisogna rafforzare i legami economici fra i Paesi ibero-americani: «Más Iberoamerica», ha auspicato con piglio decisionista il re spagnolo. «Mantenere riunita la famiglia iberoamericana sarà un’impresa ardua», ha scritto sconsolato il 17 novembre El País, la cui crisi, con tanto di massicci licenziamenti, simboleggia in qualche modo lo sgonfiamento dell’iberica bolla speculativa, non solo di quella finanziaria – ricordate quando Zapatero disse a Berlusconi che ormai il sorpasso spagnolo del Bel Paese era imminente?

Il premier spagnolo Rajoy, dal canto suo, si è presentato alla riunione col metaforico cappello in mano, e si capisce perché: «Secondo le stime Ocse presentate venerdì proprio alla Cumbre di Cadice, l’economia della regione latinoamericana crescerà del 3,2% nel 2012 e del 4% nel 2012. Il paragone con le economie di Spagna e Portogallo è impietoso» (Alfonso Fasano, 19 novembre 2012). La Spagna è messa così male, da rischiare un vero e proprio shock sovrano, e non solo sul versante economico-finanziario: vedi le spinte secessioniste che si registrano nelle sue regioni “di punta” (Catalogna e Paesi Baschi), a ulteriore dimostrazione del fatto che il “leghismo” italiano ed europeo esprime in primo luogo contraddizioni radicate nel processo di creazione-distribuzione della ricchezza sociale, e non nella testa di gente ammalata di razzismo e di egoismo.

«Più America Latina in Spagne e in Europa» è, secondo Rajoy, la ricetta giusta per venire fuori dalla crisi. D’altra parte ormai da tempo diverse imprese spagnole quotate alla borsa di Madrid prosperano sul fertile terreno dell’America latina, Brasile in testa. Secondo Maurizio Stefanini «A tutt’oggi, le imprese spagnole quotate in Borsa hanno fatturato in America Latina 115 miliardi di euro, pari a un quarto della propria cifra di affari» (Tra Spagna e America Latina si invertono i ruoli, Limes, 20 novembre 2012). E non è poco, sulla scala del Capitalismo spagnolo e con i tristi tempi che corrono nel Vecchio Continente.

Ma c’è un aspetto assai importante della questione su cui voglio attirare l’attenzione, proprio per “significare” il giro di vite dialettico del processo storico sopra accennato. Eccolo: «La Spagna, dal canto suo, si è offerta alle ex-colonie come una piattaforma privilegiata per l’ingresso nel mercato europeo e come testa di ponte per investimenti in nord Africa» (Alfonso Fasano, La Spagna paga la crisi economica, l’America Latina ne approfitta, Meridiani Relazioni Internazionali, 19 novembre 2012). L’ex Potenza coloniale offre dunque i suoi servigi alle ex-colonie, un tempo violentemente saccheggiate, per assecondarne l’espansione imperialistica: un classico dal punto di vista della “legge” dell’ineguale sviluppo capitalistico, la quale fa dipendere i rapporti tra gli Stati innanzitutto dalla loro potenza economica, che a sua volta non è un dato assoluto ed eterno, ma un fatto sempre relativo e mutevole.  In effetti, più che con fatti nel Capitalismo abbiamo a che fare con processi sociali, di portata sempre più grande, come quelli che hanno realizzato l’inversione di cui trattiamo: «Al XXII vertice Ibero-Americano il governo di Rajoy ha chiesto di facilitare l’emigrazione dei giovani spagnoli verso l’America Latina, esortando le multinazionali della regione ad investire in Spagna. Madrid non fornisce più aiuti, li richiede … Stiamo assistendo a un capovolgimento di prospettive di dimensioni epocali» (Maurizio Stefanini). Appunto.

Fasano giudica interessante «ma anche pretenziosa» la mossa di Rajoy, «se pensiamo che la regione flirta da tempo con l’Asia e la Cina». Probabilmente egli ha ragione, almeno per ciò che concerne il breve e medio termine, se consideriamo le attuali capacità capitalistiche della penisola iberica e la reale forza di espansione internazionale delle economie latinoamericane, che pure manifestano un notevole dinamismo, come nel caso dei Paesi che aderiscono all’Alleanza del Pacifico (Messico, Perù, Colombia e Cile). Detto en passant, questi Paesi hanno reso nota proprio a Cadice la loro intenzione di realizzare nel 2013 un’area economica fortemente integrata per cogliere meglio le opportunità offerte dalle economie asiatiche. Tutte le vele vanno alzate, finchè spira il vento del profitto. Tuttavia è proprio su questo epocale rimescolamento di carte (geosociali e geopolitiche) che bisogna puntare i riflettori, lasciando ai margini le contingenti velleità politiche dei vari governi nazionali.

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