MORSA D’ACCIAIO SUL LAVORO E SUGLI INDIVIDUI

slide_265920_1807266_freeCome ho scritto nei precedenti post dedicati alla scottante questione tarantina, l’azione giudiziaria che ha colpito l’Ilva si inserisce di fatto, “oggettivamente”, all’interno di una logica economica di respiro nazionale e internazionale sintetizzabile nel concetto di competizione capitalistica. Il destino dell’impresa siderurgica italiana non è appeso alla toga del giudice, ma alla legge del profitto.

L’azione giudiziaria tarantina impatta su una “problematica” che non a caso ha iniziato a diventare incandescente, più degli altoforni, nel 2009, anno in cui la crisi di profitto dell’impresa italiana è diventata per così dire ufficiale.  D’altra parte, è tutta la siderurgia del Vecchio Continente, ad esclusione, per adesso, della solita Germania, a mostrare la corda, come testimoniano il Belgio e la Francia, i cui impianti siderurgici sono attraversati da un forte processo di ristrutturazione e razionalizzazione. La concorrenza delle vecchie (Giappone e Germania) e delle nuove (la Cina è in testa nella classifica mondiale dei paesi produttori di acciaio con 419 milioni di tonnellate annue) potenze dell’acciaio è micidiale, tanto più nel momento in cui è il sistema industriale europeo nel suo insieme, e sempre con l’irritante eccezione tedesca, a declinare, con la conseguente contrazione della domanda di materie prime in acciaio, e la ricerca di mercati di approvvigionamento meno cari. (Irritante, beninteso, per la concorrenza, non per chi scrive).

La vicenda tarantina non ha «manifestato plasticamente gli errori reiterati nel tempo», come ha dichiarato il premier italiano nel corso della presentazione alla stampa del decreto legge sull’Ilva; essa ha piuttosto gettato un potente fascio di luce sulle magagne del “modello” capitalistico italiano, profondamente infiltrato dallo Stato, attraverso i suoi vari livelli istituzionali (nazionali e locali, finanziari e politici). Un “modello” che ha cercato di mettere insieme esigenze diverse (ad esempio: competitività industriale e assistenzialismo sociale, ricerca scientifica e clientelismo, accumulazione capitalistica e parassitismo sociale) che sempre più spesso hanno mostrato la loro reciproca insostenibilità “strategica”.

Con politiche governative “sussidiarie” (cassa integrazione, rottamazioni, prestiti a fondo perduto, ecc.) e monetarie (vedi le sempre più rimpiante svalutazioni competitive della vecchia lira) si è permesso alla grande impresa italiana di risparmiare sui costi di manutenzione e di innovazione degli impianti*, che impattano violentemente sul saggio del profitto, e per questa poco virtuosa via di rimanere concorrenziale su mercati internazionali sempre più difficili. Il tutto in cambio di un Welfare gestito sul modello corporativo, in parte ereditato direttamente dal regime fascista, che ha al suo centro l’azione “combinata e sinergica” dello Stato, della Confindustria e del Sindacato. Oggi – diciamo almeno negli ultimi venti anni – tutto questo è diventato insostenibile, e il caso di cui parliamo è solo la punta del metaforico iceberg.

Ma il cosiddetto conflitto fra i poteri dello Stato (Magistratura versus Governo) ha anche messo in luce tutta l’obsolescenza della struttura istituzionale del Paese, sempre meno attrezzata a sostenere gli interessi del Made in Italy in un mondo che, soprattutto in situazioni di crisi economiche e politiche, mette rapidamente ai suoi margini i sistemi nazionali – e persino continentali – incapaci di scelte rapide e inequivoche.

ilva_tarantoIn questo complesso quadro sistemico le opposte tifoserie operaie: i filo-magistrati e i filo-governativi (beninteso, alludo anche al caso Fiat e a tutte le vertenze sindacali che coinvolgono i tribunali del Paese), testimoniano «plasticamente» l’impotenza dei gruppi sociali salariati, incapaci di iniziativa autonoma, come testimonia, per fare solo un esempio, la seguente dichiarazione dell’Unione Sindacale di Base dell’Ilva: «È lo Stato che deve intervenire per risanare la fabbrica e il territorio e ridare un futuro pulito e certo agli operai della città. Per questo bisogna nazionalizzare la fabbrica requisendola alla proprietà senza alcun indennizzo». La cosiddetta “sinistra sindacale” invoca dunque l’intervento del Leviatano posto a difesa dei rapporti sociali capitalistici o, detto in altri e più comprensibili termini, a difesa degli interessi generali del Paese: vedi articoli 42 e 43 della Costituzione. Dal canto suo Nichi Narrazione Vendola ieri ha dichiarato di sperare «che il decreto governativo non tolga la prerogativa alla Magistratura di esercitare l’azione penale di fronte a un disastro ambientale», con ciò ribadendo l’amore dei sinistrorsi nei confronti dell’azione penale dello Stato. Taluni, più creativi del noto narratore di luoghi comuni, pensano di poter usare impunemente «lo Stato borghese» contro la… borghesia, mandando così in crisi le mie scarse capacità dialettiche.

«In generale non possiamo che constatare come, da un lato, in Germania, di fronte ad una novità sostanziale, si metta in moto la catena del dialogo e della concertazione tra imprese e lavoratori, mentre dall’altro, in Francia, di fronte ad una crisi, si svegli subito la voce, anche dura, dello Stato interventista» (Grandi imprese e governi, tre destini diversi, Sbilanciamoci, 27 novembre 2012). Collaborazionismo sindacale e interventismo statale: è il massimo che riesce a concepire l’ideologia statalista (anche nella sua “variante 2.0”, ossia benecomunista), in Italia ancora forte tanto a “sinistra” quanto a “destra”, a testimonianza dello stretto legame di parentela che un tempo legava fascismo e cosiddetto cattocomunismo.

Tromba sul bagnato

Tromba sul bagnato

«Nella giornata di mercoledì una tremenda tempesta ha colpito, devastandolo, proprio lo stabilimento siderurgico, quasi che fosse l’ennesima punizione per la città dannata che non ha saputo proiettarsi al di fuori del novecento» (Francesco Ferri, Taranto e l’Ilva: la tempesta perfetta, UniNomade, 30 novembre 2012). Ma si tratta di proiettarsi al di fuori del Capitalismo, dominato oggi come ieri dalla bronzea legge del profitto. Checché ne pensino i teorici del Capitalismo cognitivo e del post-postmoderno, è dalle mammelle della Vacca Sacra salariata che la mostruosa creatura attinge la sua vitale materia prima, per realizzare a partire da essa ogni sorta di derivato finanziario, attraverso la miracolosa moltiplicazione dei valori fittizi. Di qui, il violento attacco che i lavoratori subiscono su scala nazionale e planetaria soprattutto in momenti di crisi economica, quando la guerra per la spartizione del metaforico latte diventa furibonda. E di qui, ovviamente (?), l’esigenza dell’autonoma iniziativa dei lavoratori, oggi ipnotizzati dall’ideologia dell’interesse generale del Paese (l’Ilva come sito di interesse strategico nazionale) difeso dal Leviatano.

* Com’è noto, la sicurezza sul posto di lavoro (secondo lo standard internazionale del Safety First) e il rispetto ambientale delle «attività antropiche» sono già da tempo entrate a pieno titolo nelle aggressive strategie concorrenziali delle grandi imprese multinazionali tecnologicamente più avanzate – infatti, attraverso le politiche aziendali “rispettose” della sicurezza e dell’ambiente il grande Capitale mette fuori mercato la media e la piccola impresa, incrementando il proprio grado di concentrazione. La strada che mena al profitto può dunque essere lastricata di buone azioni?

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2 thoughts on “MORSA D’ACCIAIO SUL LAVORO E SUGLI INDIVIDUI

  1. Visto che l’argomento mi riguarda da vicino, mi permetto qualche osservazione…
    Concordo con la visione d’insieme, tale per cui la produzione dell’acciaio – così come in precedenza quella del settore tessile e pellettiero, per esempio – si trova ad affrontare una “grande crisi occidentale”, determinato da quello che sappiamo essere lil ‘rollìo’ della bilancia economica mondiale. Tuttavia, scendendo ad un livello meno astratto, attenzione a nno fare troppo ‘calderone’; o, più appropriato per l’argomento, siviera 😛
    Le acciaierie francesi ex Arcelor, per esempio, acquisite di fatto dall’indiana Mittal, vengono in pratica smantellate con procedimento d’acquisizione – pratica molto capitalistica. In piccolo anche quelle dell’italiana Lucchini rischiano medesima sorte dall’acquisizione Sevestal, pericolo finora sventato dal collaborazionismo delle due imprenditorie (italiana e russa), probabilmente di fronte al “comune nemico” dei paesi emergenti. Ma il gruppo Riva è italiano e (al momento) solido, pur con le problematiche legate alal visione più generale a cui ho accennato sopra, la situazione in quest’ambito è molto più simile a quella tedesca. Infatti le chiusure – es quella (parziale) di Genova – sono avvenute in seguito a problematiche d’altro tipo (ambientali, logistiche, politiche) e NON per mancanza di profitti.

    Più o meno stessa argomentazione per la differenziazione necessaria riguardo all’assistenzialismo statale. A differenza di Alcoa (pezzetto di ditta straniera che vuole chiudere) e di Fiat (che si trascina dagli anni ’80 solo ed esclusivamente a spese statali, sempre in perdita ed in affanno sui rivali, mai più realmente concorrenziale dai tempi successivi alla gloriosa Panda), nell’ILVA l’assistenzialismo è stato soprattutto per esigenze dirette dello Stato stesso; che, avendo utilizzato l’Italsider come enorme contenitore sociale, si è ritrovato – una volta svenduta al miglior (?) offerente – ad avere esso stesso tutti gli interessi a concedere cassa integrazione, pre-pensionamenti (o amianto, che è la stessa cosa al di là dei formalismi) per smaltire un eccesso pantagruelico di risorse umane. Che è lo Stato, appunto, e non Riva, ad aver voluto.
    Altre forme di sovvenzionamento – fondi europei e agevolazioni fiscali in primis – sono stati utilizzati per ‘miglioramenti’ (ovvero: rappezzamenti giusto per non far venire giù gli impianti e sfruttarli ancora un po’) che il patron-padrone di tasca sua non avrebbe (e non ha) mai fatto.
    Che è poi la stessa considerazione preoccupante a proposito della fattibilità del decreto, dato che dopo aiuti, incentivi e quant’altro, rimangono sempre un bel po’ di soldini (cira 2,5mld di euro) che dovrebbero uscire da quelle tasche che, fino ad ora, si sono aperte SOLO per ricevere.
    L’accostamento interventismo Fiat – interventismo ILVA è fuorviante, in quanto l’ILVA produce profitti ed è altamente conocorrenziale in Europa; i soldi ricevuti finiscono su impianti in Italia, in una ditta che pur nelle sue vicissitudini non ha mai lasciato a casa nessuno. A differenza di Fiat che ciuccia i nostri soldi per trasferire gli impianti in Brasile, Polonia, Serbia – e poi prende le mazzate pure là.
    Sempre interventismo è, concordo, ma non è proprio la stessa cosa.

    Infine, sulla questine “tifoserie operaie”…
    Certamente nella massa ci sono ‘tifosi’ ed ‘esaltati’, si parla di più di 20mila lavoratori (in tutta Italia). Ma che può fare l’operaio che si è trovato in questa situazione?
    La Magistratura, con un EVIDENTE attacco politico, ha finito per andare contro i lavoratori, nel suo incapponirsi sulla non-produzione; nessuna soluzione alternativa, anche a fronte di forti obblighi d’intervento in cambio della continuità produttiva, andava bene: si deve chiudere e basta.
    I sindacati, collusi fino al midollo, si sono immediatamente divisi. Da un lato CISL e UIL, assolutamente e completamente asserviti al volere della proprietà, con scioperi su ordine e pecorecci; la CGIL, figlia del PD, i cui vertici, sempre alla caccia di carrierismo politico, non possono andare contro la ‘loro’ magistratura. Quindi niente scioperi, i giudici hanno ragione: chi ha ancora un lavoro produca senza batter ciglio, gli altri… ?
    E ci siamo ritrovati a sperare che Monti, lobbista di banche e poteri forti (come qualsiasi politico d’altronde) facesse, nei suoi interessi e non certo nei nostri, qualcosa che, di rimbalzo, finesse per salvare dei posti di lavoro.
    Non è – per la maggior parte almeno – questione di ‘tifare’, ma di tirare a campare. A ‘sto giro è stato il Governo, non i magistrati, nè i sindacalisti, nè i politici ‘tradizionali’ (se ci fosse qualche differenza) a salvare il salvabile.

    E questo, secondo me, la dice lunga sul come siamo ridotti, su quali siano le nostre prospettive e del perchè, infine, sia necessario riflettere nell’ottica che qui ritrovo sempre volentieri.
    😉

    • La tua “calata” dall’astratto al concreto mi trova concorde, soprattutto dal punto di vista metodologico. Considero la tua riflessione come un’ottima integrazione critica del mio post. D’altra parte, almeno per quanto riguarda il rapporto Stato assistenziale-ILVA non credo di aver scritto cose diverse dalle tue. Ti ringrazio, anche per l’ammiccamento e ti saluto. Ciao!

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