L’ONORE DI MISERABILANDIA E IL CANONE CAPITALISTICO

aberlusconi-charlot1Il Paese assiste con una certa apprensione alla guerra fra bande intorno all’Onore di Miserabilandia. La cosiddetta destra e la cosiddetta sinistra si disputano l’Oscar della credibilità internazionale e della dignità nazionale. «Monti ci ha venduto agli interessi tedeschi», gridano i sovranisti di “destra” e di “sinistra”, mentre il Partito Europeista e Responsabile ribatte che la mummia berlusconiana attenta ai sacri interessi della Nazione, al suo prestigio internazionale, alla sua credibilità presso i governi e i mercati. Europeisti e antieuropeisti, filo-spread e anti-spread, si disputano l’alloro di migliori patrioti e, dunque, di migliori servitori di Miserabilandia.

È dal 1994 che sento dire dai manettari e dai moralizzatori di professione che «se vince quel debosciato, mi dimetto da italiano». Il «debosciato» in questione è naturalmente il Silvio nazionale. O dovrei dire antinazionale? Chi scrive si è “dimesso” da italiano nel giorno in cui ha letto la prima riga di un libro di Carletto Marx. Non è un vanto, beninteso, è una mera constatazione, che mi serve per rendere chiara la prospettiva, davvero particolare, dalla quale guardo questo sfoggio di italico patriottismo; un punto di vista rigorosamente antipatriottico e antinazionale, che definisco semplicemente umano, il quale mi suggerisce il concetto di Miserabilandia quando osservo appunto l’ennesima zuffa tra le opposte tifoserie, oggi peraltro incarognite dalla crisi economica e dalla enorme posta politica in palio. «Emancipando se stesso il proletariato emancipa l’intera umanità»: letto questo potentissimo aforisma il Sebastiano sedicenne, ancora pieno di capelli e di illusioni “movimentiste”, mandò a quel Paese il… Bel Paese.

Quando sento parlare alcuni sedicenti marxisti di «Italia dei lavoratori», o dell’«Italia dell’articolo 1 della Costituzione nata dalla resistenza: è questa l’Italia che vogliamo»; quando ascolto queste frasi escrementizie, ovvero “diversamente patriottiche”, la mia mano corre verso la metaforica pistola.

Scrive Matteo Pucciarelli su MicroMega del 10 dicembre: «No, no, e ancora no. Stavolta non ci dobbiamo cascare. Stavolta ci dobbiamo porre l’impegno morale di ignorare (e semmai combattere) chi di professione gridava alla difesa della democrazia, poi dopo amorevolmente calpestata per far posto ai “tecnici” grazie all’unione contronatura tra Pd-Pdl-Udc. Tutto in nome del dio spread. Le mignotte, i cucù, le bugie, i cortigiani, le corna, il sesso malato, Mediaset, conflitti di interessi, la cricca, Dell’Utri, la mafia, gli appalti, le barzellette, Feltri e Sechi che sfondano quotidianamente il muro del buonsenso, Cicchitto, le gaffe, i video delle gaffe, “il ruolo di kapò”, Ghedini fuori dal tribunale di Milano. E poi, speculari: i post-it, le raccolte firme, le manifestazioni, i popoli viola, il Fatto Quotidiano comprato a mo’ di dichiarazione partigiana, post indignati, i libri su di lui, gli anatemi su di lui, la vergogna per lui, Valigia Blu, mille bolle blu, Se non ora quando? e le scrittrici radical-chic sul palco, Santoro e Bella Ciao. No, no, e ancora no. Basta col giochino dei soldatini blu e dei soldatini rossi». Provo disgusto, non pena o godimento (questo lo attendo semmai da altre prassi…) dinanzi a questa ammissione di abissale indigenza politica, povertà, si badi bene, non dal mio punto di vista (non amo sparare sulla Croce Rossa), ma da quello della stessa politica borghese, cosa che, ad esempio, fa apparire un Giuliano Ferrara un autentico gigante del pensiero. Tutto è relativo, no?

E come conclude il pentito di cui sopra? Vediamolo: «Allora no, no, e ancora no. La scelta non può essere ancora una volta tra quelli per e quelli contro il signor B. E il voto utile, oggi, non è più tra soldatini rossi e soldatini blu. La sfida è tra chi ha intenzione di non discostarsi dalle politiche del rigore a senso unico impartite da Bce e Fmi e chi invece crede che non può essere il neo-liberismo, lo stesso che ha causato la crisi, a rappresentare la soluzione» (Ma con l’anti-berlusconismo non ci fregate più). Le classi subalterne sono dunque chiamate a schierarsi dalla parte di un Programma politico schiettamente reazionario: la difesa “da sinistra” degli interessi capitalistici in generale, e degli interessi capitalistici nazionali in particolare. Ammessa, ma non concessa, la risibile contrapposizione fra capitale internazionale e capitale nazionale che amano fare i sovranisti delle diverse tendenze, sostenitori di più o meno ortodosse politiche antiliberiste, che non pochi di essi spingono fino al protezionismo più intransigente e generalizzato.

A proposito di protezionismo! Scriveva Engels contro i protezionisti sinistrorsi dei suoi tempi: «Il sistema protezionistico, mentre fornisce armi al capitale di un paese contro il capitale di paesi stranieri, mentre rafforza il capitale contro gli stranieri, crede che il capitale così armato, così rafforzato, sarà debole, impotente e inerme di fronte alla classe lavoratrice. Ciò significherebbe appellarsi alla misericordia del capitale come se il capitale, in sé, potesse mai essere misericordioso» (Il congresso liberoscambista di Bruxelles, 1847). Prevengo la facile obiezione modernista del “marxista del XXI secolo” osservando che oggi il Capitalismo fa impallidire, in termini di mostruosa potenza, quello analizzato dalla strana coppia tedesca nel XIX secolo. Due guerre imperialistiche mondiali sono lì a testimoniarlo. Questo, fra l’altro, la dice lunga sulla “libertà” dei nostri tempi, e sulla natura sociale della democrazia nell’epoca dominata dagli interessi economici capitalistici, “liberisti” o “antiliberisti” che siano.

Non si tratta di non farsi fregare più dal berlusconismo o dall’anti-berlusconismo: si tratta piuttosto di acquisire una coscienza autenticamente anticapitalistica. Per aver sostenuto questo minimo sindacale di pensiero critico, nel corso degli ultimi venti anni ho dovuto “difendermi” da chi mi ha accusato di “oggettivo” berlusconismo. Al solito, dimmi chi è il tuo Nemico e ti dirò chi sei.

aaaaaMentre Sallusti, sempre più simile a un D’Annunzio 2.0, dichiara guerra alla Germania, e accusa Il Corriere della Sera di intelligenza col nemico, come ai tristi giorni della Repubblica di Salò, Ezio Mauro tira in ballo contro il Gran Puttaniere di Arcore nientedimeno che il Canone occidentale: «È questo che l’Italia paga, ed è da tutto questo che deve sentirsi offesa, per il danno subito e per il costo nel suo onore internazionale. Ciò che scrivono i giornali, ciò che dicono i Cancellieri è soltanto la conferma che il canone occidentale non è quello di Arcore, cui hanno acconsentito per anni gli intellettuali italiani, una Chiesa accomodante, un establishment prono fino alla crisi del Cavaliere, quando si poteva rialzare la testa. E attenzione: il populismo antieuropeo che Berlusconi prepara per la campagna elettorale è un’altra volta un’eccezione. Che spaventa l’Europa, più dell’idea incredibile del suo ritorno» (La Repubblica, 12 dicembre 2012).

L’eccezione, com’è noto, ha bisogno di risposte eccezionali. Beninteso, io mi schiero contro il Canone capitalistico.

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