QUALCHE RAPSODICA RIFLESSIONE POLITICA ASPETTANDO IL PROSSIMO LAVACRO ELETTORALE

abQualche giorno fa un tizio, scandalizzato dalla mia confessione astensionista («sai, in vita mia non ho mai messo piede dentro una cabina elettorale»), mi ha reso responsabile di tutti i «malgoverni» che si sono succeduti negli ultimi trentadue anni. «Non crede di esagerare», ho obiettato ironicamente. E quello serio: «Chi non vota accetta qualsiasi governo uscito dalle urne, questo ti è chiaro!» Ho provato a spiegargli che dal mio punto di vista un governo vale esattamente l’altro, in quanto espressione del dominio sociale vigente (per la verità ho usato un linguaggio meno “astruso”, più semplice), ma non c’è stato verso di fargli cambiare idea: «Chi non vota non ha nemmeno il diritto di criticare chi ci governa. È possibile che non ci sia mai stato un partito degno del tuo voto? Impossibile! Oppure sei un fottutissimo qualunquista».

Ecco, qualunquista dovevo ancora sentirmelo dire. La grave lacuna è stata dunque colmata, e anche la pagina Q della mia rubrica delle invettive può finalmente vantare una definizione.

Il fatto è che a mio avviso tutti i partiti che rivendicano, chi da “destra”, chi dal “centro” e chi da “sinistra”, l’interesse generale del Paese sono a diverso titolo strumenti delle classi dominanti. Agli orecchi dei lettori più assidui di questo Blog la cosa non suonerà certo nuova.

Ciò che, ad esempio, accomuna Berlusconi e Paolo Ferrero, e a gente ancora più a “sinistra” di quest’ultimo, è appunto la loro fedeltà a quel sacro interesse, che essi naturalmente “declinano” in modi diversi sulla scorta della loro ideologia (il primo professa la “religione della libertà”, l’altro pensa di essere un “comunista”: che esagerazione!) e, soprattutto, degli interessi sociali di cui entrambi, più o meno consapevolmente, sono espressione. Inutile dire che i due personaggi presi ad esempio rivendicano per sé, e negano all’altro, il ruolo di autentico facitore dell’interesse generale del Paese. Com’è noto, per la gran parte dei “comunisti” italiani, più o meno rifondati o ortodossi, il Cavaliere Nero è, gramscianamente, un «eversore». Questo la dice lunga sul tasso di conservazione dei diversi soggetti politici asserviti agli interessi nazionali, comunque “declinati”.

Il fatto che un politico sia un multimiliardario, magari evasore fiscale e puttaniere, scaraventato in Parlamento dai “poteri forti” per fare i loro interessi, e un altro sia invece un onesto indigente che desidera moralizzare ed eticizzare la politica in odio alla famigerata “Casta”; ebbene questa differenza non rileva minimamente ai fini che interessano al sottoscritto, il quale non intende né moralizzare e “umanizzare” (scusate la bestemmia) il Dominio, né fare gli interessi degli “ultimi” – questa incombenza la lascio volentieri agli amministratori delle anime, delle coscienze e dei corpi. Per me si tratta piuttosto di sradicare le radici del Male, per dirla con il linguaggio teologico d’altri tempi, non semplicemente di fare il sindacalista degli “ultimi”, i quali vanno piuttosto aboliti, insieme ai “primi” (i golosi come me stiano pure tranquilli, non alludo ai piatti!): non più primi, né più secondi, ma solo uomini in quanto uomini. Vasto Programma? Indubbiamente. È comunque il mio Programma, che postula l’elaborazione di mezzi adeguati ai fini. A qualcuno quest’ultima frase evocherà certamente antiche e scottanti diatribe. Antiche, certo, ma non per questo prive di un qualche link con l’attualità, almeno sul terreno dell’analisi politica.

abbbSi può usare il Parlamento come mezzo di propaganda rivoluzionaria? È possibile sfruttare «i parlamenti borghesi al fine dello svolgimento della lotta di classe» (Lettera del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista, 1919)? Vecchia e feconda questione, che a suo tempo divise Lenin dai migliori comunisti occidentali (da Gorter a Bordiga, da Pannekoek a Lukàcs). Penso che allora il grande Vladimiro, oppresso dall’idea del tragico e imminente isolamento che si prospettava per la Russia dei Soviet, avesse torto, e non solo sul piano politico, ossia della tattica, ma anche su quello dell’analisi della moderna società capitalistica, potente non solo dal punto di vista materiale (economico e militare), ma anche da quello politico, ideologico e psicologico.

Scriveva un «estremista infantile» nel 1920, discutendo alla pari con un Lenin non ancora promosso dagli imbalsamatori moscoviti a S. Pietro del “Bolscevismo Mondiale”: «Innanzitutto: gli operai, e, in generale, le masse lavoratrici dell’Europa occidentale sono completamente sotto l’influsso ideologico della cultura borghese, delle idee borghesi e, di conseguenza, del sistema rappresentativo borghese, della democrazia borghese. Da noi l’ideologia borghese si è impadronita dell’intera vita sociale e, di conseguenza, anche politica; è penetrata profondamente nella testa e nei cuori degli operai. È all’interno di questa ideologia che gli operai sono stati educati, sono cresciuti già da alcuni secoli. Sono saturi di idee borghesi» (H. Gorter, Risposta a Lenin). Sottoscrivo, si capisce. E sottoscrivo puro quanto segue: «La potenza che la borghesia ancora oggi possiede si basa sulla dipendenza spirituale e sulla mancanza di autonomia del proletariato … Il parlamentarismo è per essenza il tipico mezzo di una lotta che viene condotta da capi, mentre le masse hanno un ruolo subordinato» (A. Pannekoek, Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la strategia del comunismo, 1920). Finisco la “sottoscrizione” col giovane Lukács: «Proprio il fatto che nell’ambito del parlamento un’aspra critica della società borghese appare possibile, contribuirà al disorientamento, auspicato dalla borghesia, della coscienza di classe del proletariato. La finzione della democrazia parlamentare borghese si basa proprio sul fatto che il parlamento appare non come organo dell’oppressione di classe, ma come l’organo di “tutto il popolo”. Ogni radicalismo verbale – con il fatto stesso della sua possibilità d’esplicarsi in parlamento – rafforza negli strati meno coscienti del proletariato le illusioni nei confronti di questa finzione» (G. Lukács, La questione del parlamentarismo, 1920).

Se penso che oggi non pochi, in basso come in alto loco, vorrebbero spedire in galera il redivivo Cavaliere Nero per lesa maestà all’Italica Dignità Nazionale, mi viene da sorridere leggendo «Ogni radicalismo verbale è possibile»: era possibile, prima del Fascismo e della successiva democrazia fascistizzata. Quanti secondi rimarrebbero in Parlamento gli ipotetici quattro gatti comunisti che provassero oggi a fare del «parlamentarismo rivoluzionario»? La segretaria della Cgil ieri ha dichiarato che nonostante le sue critiche al cosiddetto governo dei tecnici, «occorre riconosce a Monti un fondamentale merito: quello di aver ripristinato la credibilità dell’Italia in Europa e nel mondo». Che cosa direbbe dei quattro gatti di cui sopra la virile Camusso? Probabilmente non direbbe nulla: si limiterebbe a farli prelevare da una squadra di compagni carabinieri. Destinazione? La solita! Ai capi bolscevichi, che interpretarono l’astensionismo del comunismo occidentale alla stregua di un prurito moralistico-purista di stampo piccoloborghese (secondo la vulgata propalata dallo stalinismo in salsa italica), «l’infantile» e «settario» Bordiga ricordò che «quando il deputato compie davvero opera rivoluzionaria e pericolosa, perde la sua garanzia [immunità parlamentare], come provò lo stesso Liebknecht» (Il Soviet, 11 aprile 1920). In generale, come argomentò il fondatore del PC d’Italia (d’Italia, non italiano), si trattava di elaborare una strategia rivoluzionaria adeguata alle società capitalisticamente avanzate, e, sotto questo fondamentale riguardo, l’esperienza Russa diceva molto ma non tutto, e comunque non la cosa essenziale. A mio modestissimo avviso siamo ancora a questo punto: come si fa a strappare le classi subalterne dall’influenza ipnotica delle classi dominanti?

Beninteso, e sia detto anche per evitare antipatici equivoci, la natura ultrareazionaria del Parlamento era fuori questione anche per Lenin, come attesta nel modo più univoco la seguente citazione: «Il Parlamento borghese, sia pure il più democratico della repubblica più democratica … è una macchina che serve a un pugno di sfruttatori per schiacciare milioni di lavoratori» (Lettera agli operai d’Europa e d’America, 1919). E nella prima tesi della Risoluzione sul parlamentarismo redatta dall’Internazionale Comunista nel suo II Congresso è scritto: «Il governo parlamentare è diventato la forma “democratica” della dominazione della borghesia alla quale, in un dato momento del suo sviluppo, è necessaria un’apparenza di rappresentatività popolare che esprima genericamente la “volontà del popolo”, e non quella delle classi; ma che costituisce in realtà uno strumento di oppressione e soggiogamento nelle mani del capitale imperante». Nell’ambito del Comunismo internazionale, dall’”irrealistico” Bordiga al “concreto” Lenin, la questione circa la tattica parlamentare non riguardava la natura sociale della democrazia parlamentare, quanto la possibilità e l’utilità del «parlamentarismo rivoluzionario».

I comunisti cosiddetti astensionisti non si limitarono a denunciare la funzione di specchietto per le allodole espletata dal Parlamento, ma la loro analisi dava conto dell’evoluzione storica complessiva della moderna società capitalistica, la quale non poteva lasciare immutata la stessa dialettica interna a quella funzione. Si prendeva cioè atto di come con l’ascesa del Capitalismo monopolistico dominato da pochi ma potenti centri finanziari ramificati in ogni settore imprenditoriale, il centro gravitazionale della politica borghese fosse uscito definitivamente fuori del Parlamento. Le decisioni fondamentali riguardanti il governo del Paese venivano prese in comitati d’affari molto ristretti, spesse volte “informali”, per poi passare dal Parlamento per ottenerne la ratifica. D’altra parte mai come allora apparve evidente la funzione ancillare della politica nei confronti dei gruppi di pressione che facevano capo agli industriali, alle banche, agli speculatori e via discorrendo. Non è che l’economico avesse espropriato o usurpato il politico, come si premurano a piagnucolare i liberal-democratici del tempo; è che il totalitarismo economico fece allora registrare un ulteriore giro di vite, non violentando la Civiltà borghese, bensì secondo la più intima essenza del vigente regime sociale. Guardate che sto parlando soprattutto dei nostri giorni. Ma penso che lo si era capito.

anonimusQuando Mussolini stilò il certificato di morte del Parlamento in guisa liberale non fece che ratificare un dato di fatto, confermato, per citare un esempio molto aderente al dibattito politico europeo di questi giorni, dalle parole pronunciate da Gianni De Michelis

agli inizi degli anni Novanta, quando la discussione intorno all’Unione Europea iniziò a riscaldarsi: quell’Unione, disse l’allora leader socialista poi finito in disgrazia, non la fa certo il Parlamento Europeo; la fanno le relazioni commerciali fra i diversi partener del Vecchio Continente e, soprattutto, l’esigenza di contrastare la concorrenza economica degli americani e dei giapponesi. Nel ’92 la Cina non era ancora tanto vicina…

La classe operaia o è rivoluzionaria o non è niente, scrisse una volta il comunista di Treviri. Niente, beninteso, dal punto di vista dell’emancipazione umana, mentre dal punto di vista del Capitale essa è tutto. Di più: egli sostenne che privo di coscienza di classe il proletariato poteva essere considerato “classe” solo in un’accezione volgarmente sociologica, tipica della triviale scienza statistica. Senza coscienza di classe, sostenne il barbuto, il proletariato è oggetto, non soggetto della storia.

La condanna marxiana, ripresa da Lenin e dai marxisti di tutto il mondo (non sto quindi parlando né degli stalinisti né dei maoisti), del riformismo operaio come migliore strumentazione politico-ideologica al servizio della classe dominante, si colloca esattamente nel seno della riflessione critica che ho appena abbozzato, e che ha al cuore il grande acquisto teorico e politico secondo il quale da sempre l’ideologia dominante che ispira, per così dire, tutti gli strati sociali è l’ideologia che spontaneamente – “naturalmente” – promana dalla prassi radicata sui vigenti rapporti sociali di dominio e di sfruttamento che si sono succeduti nella storia, e che poi l’intelligenza delle classi dominanti elabora in modo compiuto e più o meno sofisticato, attraverso una serie di teorizzazioni, principi etici e morali, credenze religiose e quant’altro. Per usare una vecchia ma efficace metafora, i dominati respirano il Dominio con l’aria.  E chi non respira, muore. Oppure “fa” la Rivoluzione…

Anche il Partito che esprime gli interessi immediati dei lavoratori (si pensi, dalla prospettiva storica, al partito laburista old style, o alla stessa socialdemocrazia europea egemonizzata da Kautsky) è dunque perfettamente in sintonia con gli interessi generali del Paese, che sono poi gli interessi che fanno capo al dominio sociale capitalistico colto nella sua nuda essenza, ossia al netto delle contraddizioni che sempre dilaniano le diverse fazioni borghesi.

Come ho scritto altrove, la forma democratica del totalitarismo sociale radicato in una prassi quotidiana sempre più asservita agli imperativi categorici dell’economia basata sul profitto, e quindi sul Capitale (con il necessario corollario di mercato, merci, denaro e lavoro salariato); questa collaudatissima fenomenologia politico-ideologica del dominio, dicevo, è senz’altro quella che meglio serve lo status quo sociale, almeno in Occidente, ossia nei Paesi di più vecchia tradizione capitalistica.

La possibilità di “scegliere” l’albero a cui impiccarci, con l’illusione di libertà che da essa deriva, procura al meccanismo del dominio quel consenso sociale che lubrifica tutti gli ingranaggi del potere, in modo che il duro processo sociale possa dispiegarsi con il minimo possibile di frizioni, e connesse scintille, le quali in un ambiente permanentemente saturo di contraddizioni di qualsiasi genere, com’è indubbiamente quello capitalistico, possono sempre innescare pericolose fiammate, se non addirittura vasti incendi.

D’altra parte, tutte le volte che i movimenti sociali si sono illusi di poter contare su un “partito amico” basato in parlamento che facesse loro da sponda politica e da cassa di risonanza hanno pagato un prezzo salatissimo in termini di autonomia, di forza e di radicamento.

Per adesso metto un punto.

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6 thoughts on “QUALCHE RAPSODICA RIFLESSIONE POLITICA ASPETTANDO IL PROSSIMO LAVACRO ELETTORALE

  1. Idem come il signor dariaccio. Io dico (e mi pare forse di aver anche scritto qui da qualche parte): sì, qualunquista, perchè se ne prendi uno qualunque (parlamentare o aspirante tale, che io chiamo ‘castaioli’), sarà identi a qualunque altro castaiolo. XD

    C’è un aspetto che è ancor più subdolo dell’illusione di libertà, ed è l’illusione di “riuscire”.
    Si parlava l’altro giorno con un mio collega, fresco di promozione a “capetto”, a proposito del contratto nazionale (metalmeccanici). Ad un certo punto, giuro, disse esattamente: <>. Se un minuscolo aumento di stipendio e qualche “prestigio aziendale” assolutamente simbolico bastano per proiettare un operaio nell’illusione di essere “un po’ dei loro”, figuriamoci quanto l’illusione di riuscire ci venga inculcata e radicata nel profondo…

    Comunque attendo con ansia ulteriori sviluppi di queste interessanti “rapsodie”.
    Ciao ^^

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